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La Croce, pienezza di rivelazione (Gv 12,20-33) (V Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

INTRODUZIONE

Siamo nell’ultima domenica di Quaresima; la prossima settimana, con la Domenica delle Palme, entreremo nella Settimana Santa… Concludiamo questo cammino di preparazione che ci ha accompagnato per arrivare a questo grande mistero, che è la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù…

E il passaggio biblico che la liturgia ci propone sembra molto difficile, e soprattutto molto intenso, molto ricco di significato simbolico. Contiene la rivelazione del mistero… Entriamo quindi in questa nuova storia…

PARTE 1: CERCANDO DI VEDERE GESÙ…

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

In quel tempo: di che tempo si tratta? Siamo nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni, che inizia con l’Unzione di Betania e l’entrata di Gesù a Gerusalemme. Poco prima, nel capitolo 11, è narrato il fatto della risurrezione di Lazzaro… e prima del brano che abbiamo letto, si legge, nel versetto 19, la considerazione dei farisei: “I farisei allora dissero tra loro: ‘Vedete che non ottenete nulla? Ecco: il mondo è andato dietro a lui!’” È la consapevolezza che Gesù sta attirando a sé le persone.

E si tratta proprio del mondo intero, perché qui abbiamo anche alcuni greci: persone che non appartengono al popolo giudeo, ma sono proseliti, che sono saliti per il culto a Gerusalemme, ma, invece di andare al tempio, si sentono attratti da Gesù.

Facciamo quindi la schematizzazione di questa scena.

Poniamo, quindi, qui al centro di Gesù (telo rosso). Da un lato, alle sue spalle, mettiamo alcuni personaggi. I discepoli: Filippo (telo azzurro) e Andrea (telo verde); la folla di Gerusalemme che ha cominciato a seguirlo (telo arancione) e greci (telo marrone). Dall’altro lato, mettiamo un telo argento, ancora una volta rappresentando le autorità che lo guardano con disprezzo e preoccupazione… Gesù si trova ora in mezzo a queste persone: da un lato, l’accusa, dall’altro, questo gregge che ha trovato in lui una risposta, una speranza… e così lo segue.

Ma approfondiamo questa scena. Perché questi greci non vanno direttamente da Gesù? Perché sanno che i giudei non sono sempre aperti ai non giudei. Perciò temono di avvicinarsi direttamente a Gesù e cercano un discepolo che sia aperto a loro. Quindi scelgono Filippo, che ha un nome greco e, in effetti, viene da Betsaida in Galilea, una città con una mentalità più aperta.

Filippo, che all’inizio non ha trovato difficoltà nel portare Natanaele a Gesù, mostrandogli il Messia, questa volta non va neanche lui direttamente da Gesù, ma cerca un sostegno. E lo trova nell’unico altro discepolo con un nome greco, Andrea. E insieme vanno a Gesù per dirgli che i Greci vogliono incontrarlo (mettere i teli di Andrea e Filippo più vicino a Gesù, ma in linea con i Greci).

RISPECCHIAMENTO:

Entriamo quindi anche noi, con la nostra storia, con la nostra vita, all’interno di questa scena. Perché questa scena ci chiede un posizionamento… Dove siamo oggi? Siamo in mezzo alla folla, in cerca dei miracoli di Gesù, siamo nei greci, che non si sentono degni di andare direttamente a Gesù, in quanto considerati diversi… o siamo discepoli che vogliono portare altri a Lui o, addirittura, ci ritroviamo nelle autorità, in chi non è d’accordo con questo Gesù che mette disordine nel nostro modo di guardare alla religione? Perché a volte giudichiamo anche Dio, quando si mostra diverso da come lo pensiamo, e ci chiede di lasciare i nostri schemi e pregiudizi… Dove sei oggi?

PARTE 2: LA RIVELAZIONE DELLA CROCE

Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Davanti alla richiesta di Filippo e Andrea, di accogliere questi greci, Gesù sembra cambiare argomento! Invece, la sua risposta è molto in sintonia, è una risposta molto chiara e molto profonda. Parla della morte e, con il paragone con il chicco di grano che muore, accenna alla propria morte…

Per simbolizzare questa risposta di Gesù, poniamo qui, vicino a lui, la croce (porre una croce, preferibilmente grande). Perché questo popolo, che sta cercando di vedere Gesù, potrà vederlo e comprenderlo veramente solo al momento della morte.

Il chicco di grano muore, quindi produce molto frutto… Lui, sulla croce, mostrerà il frutto, cioè che la salvezza è per tutti! E non ci sarà più distinzione tra giudei e greci, come stanno vivendo ora, ma la salvezza raggiungerà tutti senza distinzione. La risposta di Gesù alla richiesta di Andrea e Filippo è proprio questa: loro, i greci, che hanno paura di avvicinarsi a me, mi vedranno (mi conosceranno, avranno esperienza) sulla croce, dove mostrerò l’immenso amore del Padre per loro!

Per di più, Gesù comunica un’altra verità, che è per tutti noi:

Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Seguire Gesù è essere là dov’è lui, quindi ci chiede di accogliere, anche noi, quella croce, perché solo sulla croce possiamo continuare la sua missione, cioè comunicare e diffondere, rivelare l’amore del Padre. Solo nel servizio, nel dono di sé, nel morire per l’altro possiamo essere testimoni trasparenti di questo grande amore…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta entriamo in questa scena, perché questo ci tocca molto… Prima, ci siamo messi da una parte o dall’altra di questa scena, in uno o nell’altro personaggio che sta guardando Gesù. Ora ti chiedo di metterti qui, vicino a Gesù, vicino a questa croce, sotto questa croce… Come accolgo la croce nella mia vita? Come vivo la croce nella mia vita quotidiana, le piccole o grandi croci che sperimento ogni giorno… Ma, ancora più profondamente, sono capace di stare sotto questa croce per mostrare il vero amore per i fratelli? Amandoli fino alla fine?

PARTE 3: LA GLORIFICAZIONE DEL PADRE

1. Accogliere la volontà di Dio

Pensando alla croce, tutti noi rimaniamo spaventati. Anche Gesù, pensando alla croce, era angosciato. E nell’angoscia cita un salmo, il Salmo 6:

Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 

Nei vv. 4-5 del Salmo, il salmista si lamenta e supplica:

Trema tutta l’anima mia. Ma tu, Signore, fino a quando? Ritorna, Signore, libera la mia vita, salvami per la tua misericordia.

Gesù è nella situazione del salmista. Ma non può, come il salmista, dire “liberami”, perché deve compiere la sua missione! È per questo che è venuto. Quindi, il finale non è la richiesta di liberazione, ma la richiesta di adempiere fino alla fine la volontà del Padre: Padre, glorifica il tuo nome.

Nel vangelo di Giovanni il tema della glorificazione è molto presente. La seconda parte del Vangelo, dal capitolo 13 alla fine, è il Libro della Gloria, dove viene raccontata la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù. La piena gloria Gesù la vivrà lì, su quella croce!

RISPECCHIAMENTO:

Accettare la volontà di Dio non è sempre facile. Per Gesù non lo è stato, ma molte volte anche noi ci rendiamo anche conto che la missione che Dio ci ha dato sembra molto più grande delle nostre forze, ci sentiamo incapaci, andare fino alla fine ci fa paura… Vi chiedo ora di entrare in questa verità: accogliere la volontà di Dio fino alla fine è entrare nella gloria, non però quella degli uomini, ma quella di Dio! Dio che accoglie il dono della tua vita e ti dà pienezza di grazia e vita… Ognuno può pensare a ciò che Dio gli sta chiedendo. Nel tuo cuore trova la forza di dire un nuovo si, pieno, alla sua volontà…

2. Comprendere la voce del Padre

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

Davanti al sì di Gesù, subito arriva la risposta del Padre. Davanti al suo sì, il Padre risponde, il Padre arriva con il Suo amore…

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».

Ancora una volta, un fraintendimento: le persone non capiscono questo Dio “diverso” che Gesù è venuto a mostrare. Non sono in grado di capire, le loro orecchie sono chiuse. E distorcono la realtà…

Chi ha sentito il tuono, sta percependo il Dio del terrore, che si faceva presente con tuoni e fulmini…

Chi ascolta l’angelo, percepisce il Dio lontano, il Dio che non si avvicina direttamente all’uomo…

Ma, in entrambi i gruppi, nessuno riesce a cogliere che si tratta della voce amorevole del Padre…

RISPECCHIAMENTO:

Il nostro orecchio come è? La sua voce, che percepiamo nelle nostre vite, è la voce di un tuono, la voce di un angelo o la voce di un Padre?

È interessante ciò che Gesù dice davanti a queste affermazioni:

Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

Ognuno sente quello che vuole sentire…

3. Davanti alla croce…

Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Ancora una volta appare il tema del giudizio. La settimana scorsa dicevamo che non è Gesù a giudicare: lui solo offre l’amore del Padre. Ma chi si auto-condanna è colui che si pone al di fuori di questo amore, che rifiuta l’amore e preferisce rimanere nelle tenebre.

Qui il riferimento sono le autorità religiose: per Giovanni, che scrive, sono esse il principe di questo mondo, ma, sulla croce, Gesù rivelerà il vero Dio, e tutti saranno in grado di scegliere quale Dio seguire… Tutti saranno attratti da Lui, lì, sulla croce… Dove tutti, giudei e greci, vedranno la gloria di Dio.

Quindi mettiamo questo telo bianco su questa croce… La croce, ancora una volta, è identificata come il luogo della trasparenza di Dio, della verità…

RISPECCHIAMENTO:

Vi invito a guardare questa croce e a pensare, ancora una volta, alle vostre personali esperienze della croce, della sofferenza; alla croce che ci libera dalle maschere, da quei veli che indossiamo per nascondere le nostre debolezze, ciò che non ci piace di noi. La croce è il luogo della verità. Lo vediamo anche nelle nostre vite, nell’ora della croce tutto si rivela: riconosciamo i veri amici, entriamo nell’essenziale della vita, lasciamo da parte tutto ciò che non è necessario…

Dedichiamo un tempo di silenzio per meditare davanti a questa croce…

Un Dio differente (Gv 3,14-21) (IV Quaresima B)

Lettura del VANGELO  (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

INTRODUZIONE

Domenica scorsa abbiamo visto Gesù che, per difendere il vero Dio, Padre di misericordia, da false immagini di Lui, che Lo mostravano come Dio fantoccio o Dio che chiede sacrifici, ha creato una situazione di conflitto con i giudei nel tempio. Perché era molto prezioso ciò che veniva messo in gioco…

Oggi ci troviamo ancora di più davanti al vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, il Dio che Gesù è venuto a rivelarci. Questa rivelazione ha luogo nel corso di un dialogo tra Gesù (mettere il telo rosso) e Nicodemo (mettere un telo d’argento), narrato poco dopo l’episodio di domenica scorsa, dell’espulsione dei venditori dal tempio.

Chi è Nicodemo (indicare il telo d’argento)?

All’inizio di questo capitolo, al v. 1, Nicodemo è presentato come un fariseo, uno dei dottori della legge e, per di più, uno dei capi dei Giudei, cioè uno di quelli che abbiamo visto l’altra volta, un’autorità che, davanti alla presenza di Gesù, dei suoi insegnamenti e segni, sente che qualcosa sta cambiando nella sua vita e nella sua religiosità. Quindi cerca Gesù, e lo cerca di notte, probabilmente per non essere visto da nessuno, e si presenta a lui dicendo: ” Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui“. Nicodemo esprime questa certezza: tu vieni da Dio.

E Gesù inizia un dialogo con lui… ma Nicodemo non capisce. Non possiamo fermarci su questa parte, perché ci richiederebbe molto tempo, ma siccome c’è un particolare interessante, soffermiamoci un poco: Gesù parla a Nicodemo nella seconda persona singolare, ma passa alla seconda persona plurale nei versetti 10 e 11, prima del brano che leggiamo oggi. Da un momento all’altro, Gesù inizia a parlare con Nicodemo nella seconda persona plurale, nel “voi”. Come per sottolineare un contrasto: Noi – Voi (mettere un telo a formare una linea divisoria tra i due personaggi).

Gesù mette in contrasto… cosa? Ancora una volta, un modo di comprendere Dio…

Entriamo, quindi, nel brano di questa domenica dividendolo in tre parti, ciascuna delle quali ci mostra una caratteristica di Dio, che ha in comune una “carenza”, una “mancanza” e un “senza”.

PARTE 1:
una salvezza SENZA PUNIZIONE

La prima caratteristica è rappresentata dal colore verde (mettere un telo verde accanto a Gesù). Il verde rappresenta la speranza. Possiamo chiamare questa parte di “Salvezza senza punizione”… confrontandola con il modo di vedere Dio fino a quel momento, che rappresentiamo con il colore viola (mettere un telo viola al lato di Nicodemo, di fronte al verde): il colore viola ci ricorda la penitenza , la punizione…

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Gesù cita l’Antico Testamento, il libro dei Numeri (Nm 21,9), che mostra lo schema classico della religione: il popolo pecca, Dio punisce, e se il popolo si pente, Dio salva. Questa è la via di Nicodemo e di tutte le autorità del tempo per comprendere Dio. Castigo – Salvezza…

Ma il Dio di Gesù è ben diverso, perché il confronto è fatto solo a metà. Infatti, Gesù prende solo la parte della salvezza. Qui non c’è il peccato del popolo e la punizione di Dio, ma solo l’offerta della Salvezza… per dire che anche se si vive una vita “normale”, quell’uomo innalzato, il figlio dell’uomo ossia l’uomo in pienezza, può donarti una vita diversa… vita eterna… che per Giovanni non è qualcosa di futuro, ma è nel presente, eterno non per la lunghezza del tempo, ma per la qualità del tempo. Vita pienamente felice, perché vita pienamente umana…

Quindi il Dio di Gesù Cristo non è solo un Dio che salva dal male commesso, ma che dà, con la sua iniziativa, una vita migliore, una vita in pienezza, l’eternità della vita…

E come succede tutto ciò? In una relazione… di fede. Se lo vuoi, devi solo entrare in questa relazione con lui, credere in lui… e lui risponderà. Tutti quelli che credono in lui: nessuno è escluso.

RISPECCHIAMENTO:

Come facciamo sempre, rispecchiamo in questo qualcosa della nostra vita. Tu senti Dio di colore verde o di colore viola? Tu, davanti alla tua fede, nella tua spiritualità, percepisci questa vita in pienezza, questa grazia già raggiunta, o pensi che non ne sei degno, capace, perché non sei santo… e, quindi, c’è bisogno di passare attraverso un “castigo“?

PARTE 2: UN AMORE SENZA MERITO

La seconda caratteristica è rappresentata dal colore rosso (mettere un telo rosso dal lato di Gesù), che contrasta con un altro modo di vedere Dio, che rappresentiamo con il colore grigio (mettere un telo grigio dal lato di Nicodemo). E possiamo chiamare questa parte “amore senza merito“.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Ancora una volta, qual è l’immagine di Dio trasmessa dalla religiosità del tempo? Quella del Dio giudice, che veniva a giudicare e condannare, dividendo il mondo in buoni e cattivi… un Dio giudice che condanna senza pietà…

Invece, Gesù mostra un Dio che prima di tutto ama. Ama non perché lo meritiamo, non perché siamo buoni, santi, perfetti… Ama perché Lui è così. E invece di condannare, cerca il modo di salvarci!

Come avviene questo? Ancora una volta, attraverso la fede: credere, entrare in questa relazione con Lui… a differenza del Dio giudice, che non crea alcuna relazione…

Abbiamo messo il telo grigio per rappresentare quest’altra immagine di Dio: un Dio immaginato come colui che incatena, che detiene, che punisce… che giudica dall’alto…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta, entriamo anche in questa duplice immagine di Dio. Dove mi trovo? Credo in un Dio che mi incatena o che mi ama?

PARTE 3:
UNA CONDANNA SENZA GIUDIZIO

Infine, l’ultima caratteristica, che rappresentiamo con il colore giallo, a contrasto, questa volta, con il colore nero. E chiamiamo questa terza parte “condanna senza giudizio”.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Questo brano potrebbe risultare oscuro per noi, ma lentamente cerchiamo di capire. C’è una luce, Dio è luce, e la rappresentiamo con il colore giallo. La luce è offerta a tutti, ma può darsi che qualcuno non accolga la luce. Perché la luce è pericolosa, perché mostra tutto nella vera realtà… Dicevamo prima che non c’è giudice, ma qualcuno può auto-condannarsi, cioè stare fuori da questa luce, da questo amore, da questa vita eterna, e scegliere l’oscurità…

Se vuoi rimanere dalla parte di Gesù, c’è solo una cosa da fare: credere. Ma se non credi, tu stesso ti nascondi nell’oscurità, e l’oscurità significa tristezza, angoscia, paura…

Dio non vuole che tu cammini nelle tenebre, ma nella luce! Ma non può forzarti. E questo è il giudizio di cui parla Giovanni: un’autocondanna. Gesù non nomina nessun giudice, ma fai attenzione a non auto-condannarti, a stare fuori da questa grazia, da questo amore, da questa luce…

RISPECCHIAMENTO:

Infine, possiamo chiederci: sono nella luce… o mi sto nascondendo, sto nascondendo parte di me, sto nascondendo motivazioni, intenzioni, opere, pensieri, desideri…? Perché Dio non ci chiede, ancora una volta, di essere santi, perfetti… ma solo di essere trasparenti, autentici…

Il vero volto di Dio (Gv 2,13-25) (III Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

INTRODUZIONE

Dopo le pietre del deserto, dopo il monte Tabor, eccoci davanti a una nuova scena, ancora una volta molto interessante per noi. Cosa succede a Gesù? Perché questo atteggiamento forte e violento? Proprio lui, che sembrava così mite! Un’azione così forte deve aver dietro qualcosa di molto importante e profondo… Ancor di più, perché siamo nel Vangelo di Giovanni, e Giovanni usa un linguaggio simbolico: non possiamo rimanere nella superficie del concetto, ma dobbiamo penetrare nel cuore. Cosa c’è dietro tutto questo? Cosa c’è di così importante per costringere Gesù ad agire con tutta questa forza?

Il fatto è che ciò che sta al centro di questo brano è l’immagine di Dio, e il modo di relazionarsi con Lui… Così mettiamo qui, da un lato, questo telo giallo per rappresentare il Padre, il Dio rivelato da Gesù.. e dall’altra parte, in antitesi, questo telo scuro, per rappresentare il Dio che il Tempio, quel Tempio in cui Gesù entrò, stava presentando…

Due immagini contrastanti di Dio che si scontrano l’un l’altra. E quando si tratta di Dio, il Padre, Gesù non permette che non lo prendiamo sul serio…. L’azione di Gesù (mettere il telo rosso che lo rappresenta al centro) ha a che fare con queste due immagini… Vediamo, dunque, di entrare questa storia!

PARTE 1: NEL TEMPIO DI GERUSALEMME

1. Un Dio “fantoccio”

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Gesù va a Gerusalemme, ma la motivazione della Festa, sottolineata da Giovanni, è qualcosa di strano: è la Pasqua dei Giudei… Sempre, nel Vecchio Testamento, parlando della Pasqua, si diceva la Pasqua del Signore… com’è che ora, improvvisamente, cambia nome?

L’uso di questa espressione, per Giovanni, è intenzionale: per dire, a chi legge, che la festa religiosa – che aveva al centro il Dio liberatore – è diventata la festa delle autorità giudaiche, la festa per far avere loro un guadagno, da sfruttare, da fare “business“… L’aspetto religioso era totalmente distorto!

Allora, qual è la prima caratteristica di Dio, presentata dalla situazione del Tempio in quel momento? Si tratta di un Dio “fantoccio”, perché chi è al centro non è Lui, ma le autorità religiose… (mettere sul telo scuro un telo d’argento).

RISPECCHIAMENTO:

Nella nostra realtà spirituale, potremmo ritrovarci nella stessa situazione… Possiamo chiederci: lasciamo che Dio sia Dio, nella sua alterità e diversità, o ci mettiamo al suo posto, considerandolo un burattino, che deve rispondere alle nostre esigenze ?

2. Un Dio “che si può comprare”

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Gesù arriva nel Tempio, dove è andato a cercare Dio, a incontrare Dio… e cosa trova? Non persone che pregano, persone in preghiera… ma un mercato!

Perché c’erano venditori nel Tempio? Perché tutti coloro che arrivavano dovevano offrire un sacrificio… e, invece di offrire, come era all’inizio, le primizie del proprio raccolto o i primogeniti del gregge, la gente acquistava direttamente lì l’offerta necessaria. Quindi, tutto ciò generava un grande profitto per le autorità. Ancora una volta, al centro non c’era il vero Dio, ma il denaro, la ricchezza (mettere un telo dorato vicino all’argentato).

Possiamo andare un po’ più a fondo. Se, in linea di principio, l’offerta era qualcosa che ciascuno produceva, ora al centro c’è il denaro, e le possibilità che il denaro offre… e il messaggio che passava era: pagando, si ottiene… Offri a Dio e Dio ti proteggerà… La mentalità, molto diffusa, oggi, anche da molte “chiese”, di poter comprare la protezione di Dio…

RISPECCHIAMENTO:

Questa dimensione “economica” di compravendita può essere molto presente anche in noi, nei nostri gruppi, nelle nostre comunità… Qual è l’immagine di Dio che personalmente sento in relazione alle offerte e al denaro?

3. Il vero Dio

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi

Quindi, di fronte a questa immagine di un Dio fantoccio, da cui posso acquistare favori, Gesù si arrabbia. Ma aveva bisogno di una frusta di corda? Perché ha fatto tutto questo?

C’era un’immagine ben nota, attraverso la quale era presentato il Messia: sarebbe venuto con una frusta, per scacciare tutti i peccatori… Gesù, quindi, fa un gesto molto chiaro e simbolico: si presenta come il Messia, ma un messia molto diverso. Lui non espulsa i peccatori… ma i venditori che rappresentavano l’anima del tempio, della religiosità che si viveva in quel momento…

Quindi Gesù, con questa frusta, getta a terra le monete, rovescia i tavoli dei cambiavalute… (togliere il telo dorato)… ma il gesto profondo è quello di rovesciare questa immagine del Dio fantoccio che loro trasmettevano (togliere il telo scuro). Perché l’amore di Dio non si compra, Dio non è un Dio che può essere comprato…

Tuttavia, togliendo questa immagine, togliendo il commercio, il denaro, cosa rimane? Rimangono solo le autorità, spogliate di tutto ciò che ha permesso loro di guadagnare da questa religiosità. Si capisce, allora, perché l’atteggiamento di Gesù è stato in pieno contrasto con le autorità religiose del suo tempo.

Ma diamo un’occhiata a quello che c’era in quel tempio… C’erano buoi (porre un telo marrone), pecore (porre un telo panna) e colombe (porre un telo grigio)… Anche qui, nel racconto di Giovanni, troviamo qualcosa di profondo e simbolico. In un primo momento, Giovanni chiama gli animali che servivano a sacrificare in ordine di grandezza (dal più grande al più piccolo); nel momento del gesto di Gesù, nomina per prime le pecore, che ha mandato fuori dal tempio (togliere il telo delle pecore e porlo più lontano, ma dalla parte del vero Dio)… Ricordiamo che l’immagine della pecora, nell’Antico Testamento, rappresentava il popolo di Israele, il cui pastore era Dio… e Gesù, vero Pastore (è lo stesso Giovanni che lo sottolinea, al capitolo 10) viene a liberare le pecore, dall’oppressione della casta sacerdotale, del potere. Quindi questo è anche un gesto profetico.

e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!»

Quindi i buoi sono usciti con le pecore… ma Gesù pone la sua attenzione sui venditori di colombe… che erano quelli che, di fatto, pensiamo, guadagnavano di meno… Invece di rimproverare tutti, Gesù rimprovera solo questi… anche questo ha qualcosa da dirci…

Le colombe erano l’offerta dei poveri… guadagnare dai poveri era qualcosa che Gesù sicuramente non ha accettato… I venditori guadagnavano della povertà dei poveri!

Gesù contrasta il tempio come luogo di commercio, dove la gente, i poveri, invece di incontrarsi con il Dio di misericordia, incontravano un Dio che esigeva sacrifici e offerte. Il tempio era divenuto il luogo dello sfruttamento in nome di Dio!

Ancora una volta, Gesù vuole mostrare chi è vero Dio. Egli non chiede sacrifici. Anzi, Gesù poi mostrerà che è lui che va a sa sacrificarsi per il bene dell’uomo…

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».’

Sembra che i discepoli hanno sbagliato ad unire il gesto di Gesù a questo brano biblico, che è il Salmo 69. Il “zelo”, infatti, è legato al profeta Elia, quando con violenza aveva ucciso 450 sacerdoti di una divinità pagana… Purtroppo, molti legarono al gesto di Gesù a quello del Messia che, con la forza, sarebbe venuto a purificare il tempio e ripristinare il suo antico splendore. Un modo di essere Messia dal quale Gesù ha preso le distanze… Gesù non è venuto per purificare il tempio, Gesù è venuto per eliminarlo! Perché l’immagine di Dio che presenta è completamente diversa (fare riferimento al telo giallo)

– Non è un Dio che toglie agli uomini, ma un Dio che dà, che offre.

– Non è un Dio che chiede sacrifici, ma un Dio che si sacrifica.

Con Gesù, non c’è più l’obbligo di offrire a Dio, ma dobbiamo accogliere un Dio che si offre agli uomini.

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta, ci troviamo davanti queste due immagini di Dio… qual è il volto del tuo Dio, oggi, nella tua vita?

A questo punto, prendere i teli degli animali e della falsa immagine di Dio e metterli da parte, lasciando al centro le autorità, Gesù e l’ immagine del Padre, in linea retta.

PARTE 2: il SEGNO

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».

Dopo l’incontro/scontro tra Gesù e venditori, c’è un altro incontro, diretto: tra Gesù e le autorità, che sono già qui rappresentate.

Davanti all’agire di Gesù, i leader, i giudei, intervengono e chiedono a Gesù il segno, ossia qualcosa che mostri con quale autorità egli agisce. Sappiamo che in Giovanni spesso viene chiesto un “segno” a Gesù… per credere. Vogliono che Gesù mostri qualcosa (mettere un telo bianco tra Gesù e il Padre), che riveli il rapporto tra lui e Dio, che gli permetta di fare tutto questo.

Gesù si rifiuta… non ha segni da mostrare (anche se le opere che fa sono chiari segni!). Ma egli stesso diviene il segno! (mettere il telo bianco del segno vicino al rosso di Gesù).

Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

Qui abbiamo bisogno di capire di più: si parla di Tempio, ma in realtà la parola che Giovanni usa è il santuario… che non è la stessa cosa. Il tempio comprendeva un grande spazio, dove ognuno poteva entrare… Il santuario era un posto speciale, la parte centrale, dove erano conservate le parole, le tavole della legge, e quindi era un forte segno della presenza di Dio. Qui solo un sacerdote, e solo una volta l’anno, poteva entrare…

Gesù si riferisce a questo posto speciale ed è per questo che il dialogo versa su due cose (o due concetti) diversi:

Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Così qui (nel lato dove sono rimasti simbolizzati gli animali e il denaro) c’è il tempio e la realtà religiosa del tempo. Qui (in Gesù) abbiamo un altro tempio, che è in realtà il santuario… Siccome la presenza di Dio è in Gesù, non c’è più bisogno del Tempio, perché Gesù è il nuovo tempio, il nuovo santuario, quel santuario che è stato distrutto, ma è stato ricostruito in tre giorni con la sua risurrezione… Con Gesù non sono più necessari santuari di pietra, templi per incontrare Dio… perché lui si fa trovare in qualsiasi luogo dove si creda in Gesù e si invochi il suo nome.

RISPECCHIAMENTO:

Dove trovo Dio? Ho bisogno di un Tempio per incontrarLo, di chiese, di un luogo fisico, o riesco a vederlo agire nella mia storia, nelle persone che incontro, nei fatti della vita che proclamano la sua provvidenza…

PARTE 3: AUTENTICITÀ

Rimuovere i teli lasciando solo quello di Gesù

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.

È interessante il fatto che le autorità chiedono un segno, mentre Gesù ha mostrato e realizzato molti segni… Per Giovanni, i segni sono i miracoli di Gesù, che mostrano la sua origine divina e, nel suo Vangelo, i segni sono così importanti che un’intera parte del libro è il Libro dei segni, che mostra 7 segni, i miracoli di Gesù. Di questi, solo uno, la moltiplicazione dei pani, è narrato dagli altri evangelisti.

Le autorità sono così cieche che non riescono a vedere…

Ma sembra che gli altri credano e inizino a seguire Gesù (il facilitatore pone dei teli colorati attorno a Gesù, per rappresentare queste persone).

Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Queste parole sembrano difficili… Gesù non si fida di nessuno di questi… Perché? Cosa c’è nel cuore dell’essere umano, di cui Gesù diffida?

È una parola per tutti noi… Cosa cercavano tutti quelli che seguivano Gesù? Videro segni, videro un Gesù che operò, che ha compiuto miracoli e quindi lo hanno seguito… Ma cosa si aspettavano da lui? Ancora una volta, quel potente Messia, che avrebbe restaurato il regno… Ma Gesù non era quel messia!

RISPECCHIAMENTO:

Cosa sto cercando in Gesù? Perché lo seguo? Sarà che anch’io cerco i suoi miracoli, le benedizioni, la salute, le risposte alla mia vita, o sono disposto a seguire Gesù nella sua missione fino in fondo, alla croce?

Luce nell’oscurità (Mc 9,2-10) (II Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Mc 9,2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

INTRODUZIONE

Le prime due domeniche di Quaresima ci fanno passare dall’abisso delle pietre, del deserto, che rappresentiamo oggi con un telo scuro (mettere un telo scuro aperto a terra)… al monte della luce, della trasfigurazione (mettere un telo giallo sopra il telo scuro), offrendo la sintesi del percorso che ciascuno di noi deve affrontare nella sua vita spirituale: evangelizzare ogni parte oscura di noi, ogni durezza, per liberare tutta la luce che è nascosta in noi. È il cammino necessario per essere veri cristiani.

Oggi il vangelo ci invita a seguire Gesù su una montagna e a rivedere tutta la nostra vita con occhi nuovi, con una nuova luce. Seguiamo, quindi, questa storia da vicino, entrando anche noi dentro essa (togliere i teli).

PARTE 1: SEGUENDO GESÙ

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

1. Così come siamo

In quel tempo

Di quale tempo si tratta? In realtà, il Vangelo inizia così: sei giorni dopo. Sei giorni dopo che cosa?

Sei giorni prima sono accaduti due fatti molto importanti.

Il primo, la professione di fede di Pietro. E sappiamo che, per Marco, questo momento è fondamentale, nella struttura del suo vangelo. Fino a quel momento, Gesù non voleva che la sua identità messianica fosse diffusa, chiedeva il silenzio, il segreto… a partire da questo momento, Gesù manifesta apertamente chi è. Quindi è un momento molto importante per comprendere Gesù.

Ma, poco dopo, Gesù manifesta pienamente anche la sua missione: con il primo annuncio di passione, Gesù mostra che la sua missione deve attraversare sofferenza e dolore. Un’idea molto diversa di Messia! E Pietro non accetta questa idea… Inoltre, Gesù dà indicazioni su come seguirlo: rinunciare a se stessi e prendere la propria croce…

Ora, possiamo immaginare come la comunità dei discepoli sia rimasta scossa, e non riusciva a capire! Gesù doveva fare qualcosa che riaccendesse in essa la speranza.

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni

Gesù sceglie tre dei dodici, quelli che, fin dall’inizio, hanno avuto un’esperienza importante con Gesù. Li rappresentiamo qui: Pietro (telo rosso), Giovanni (telo azzurro), Giacomo (telo verde). Sono tre persone molto diverse… ma è interessante notare che c’è una cosa in comune tra loro, che lo stesso Marco sottolinea. Sono tre uomini con un carattere molto forte, e tutti e tre sono stati, a un certo punto del loro percorso, rimproverati da Gesù. Pietro, quando, poco prima, si mise a rimproverare Gesù; Giovanni e Giacomo, quando avrebbero voluto invocare un fuoco dal cielo perché consumasse i Samaritani:

Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò (Lc 9,54-55).

Marco stesso li chiama Boanerges, figli del tuono (Mc 3,17). E sono loro quelli che chiederanno di sedere accanto a Gesù nella sua gloria (Mc 10,37), suscitando il malcontento nella comunità…

Quindi sono loro, con le loro debolezze, con i loro limiti, a seguire Gesù verso la montagna (mettete il telo rosso per simbolizzarlo, davanti ai discepoli).

RISPECCHIAMENTO:

Guardando questi personaggi, possiamo rispecchiare qualcosa di noi… Gesù non chiama i perfetti, i santi, a seguirlo, per offrire loro momenti speciali, ma chiama ciascuno con i propri limiti e le proprie debolezze. Così è con tutti noi. Anche quando non capiamo, anche quando ci arrendiamo o facciamo qualcosa che non va bene. Lui può condurci a vivere esperienze speciali. Ritrovi un’esperienza simile nella tua storia?

2. Nell’oscurità…

e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

E inizia, quindi, questo cammino, seguendo Gesù… su una montagna alta (rappresentare la montagna con un telo marrone, più avanti rispetto al gruppo dei quattro). La strada è lunga… cosa avranno pensato, dopo tutto quello di cui hanno parlato? Come avranno vissuto questo momento? Dove pensavano che li avrebbe portati? Certamente, possiamo immaginare i loro pensieri, i dubbi, le paure, forse anche la curiosità…

RISPECCHIAMENTO:

Ti è mai capitato di seguire Gesù non comprendendo il suo piano, non comprendendo dove ti stava portando?

PARTE 2: UNA LUCE che risplende

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

Alla fine arrivano in cima alla montagna, che, sappiamo, rappresentava il luogo simbolico della presenza di Dio. In questo luogo, Gesù viene trasfigurato… La Bibbia ci racconta che quando Mosè incontrava Dio nella tenda, quando usciva nessuno poteva guardarlo in volto da quanto risplendeva… In Gesù non solo il volto, ma tutto il suo corpo risplende, tanto che le vesti sembrano luminose…

(Mettere Gesù sulla montagna, ponendo sopra di lui un telo bianco): la trasfigurazione non è qualcosa che viene dall’esterno, ma parte dall’interno. Gesù mostra in pienezza quello che è, e ciò che l’uomo è quando è pieno della presenza di Dio!

(Il facilitatore prende il telo bianco e lo mette all’interno del telo rosso di Gesù). Questa è la realtà… e questo siamo anche noi. Dentro Gesù, e dentro di noi, c’è qualcosa di meraviglioso, prezioso… ma che di solito non mostriamo… Ci sono così tante cose che soffocano la perla preziosa che è in noi, tante maschere che ci nascondono…

RISPECCHIAMENTO:

Quali sono le maschere, i veli che coprono la tua bellezza? Cosa ti nasconde? Cosa ti impedisce di mostrare la tua luce interiore?

PARTE 3: il compimento deLLA STORIA

E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.

(Rimettere in evidenza il telo bianco che “esce” dal telo rosso di Gesù).

La montagna dove i quattro si trovano comincia a riempirsi sempre più di persone. Oltre a loro (mettere anche i tre discepoli sulla montagna) compaiono Mosè (simbolizzarlo con un telo giallo) ed Elia (simbolizzarlo con un telo dorato). Chi sono questi due personaggi? Mosè rappresenta la Legge, Elia i Profeti… Davanti ai discepoli, appare simbolicamente l’Antico Testamento, in dialogo con il Nuovo rappresentato da Gesù.

I discepoli, quindi, vedono davanti a loro l’adempimento delle promesse (o profezie), quando la Parola raggiunge la sua pienezza: Gesù dà senso a tutto, e in lui l’intero Antico Testamento è illuminato e riceve il suo significato. La loro storia, la storia del loro popolo, era radicata in quella Parola e ogni cosa con Gesù diventa chiara… Vedono come il filo della storia della Salvezza e contemporaneamente il filo rosso della loro storia (mettere un nastro rosso attorno a tutti i personaggi).

RISPECCHIAMENTO:

Quando incontriamo veramente Gesù, Egli dà luce e significato alla nostra storia intera. Riesci a vedere questo filo rosso nella tua vita? Questa unità della sua azione nella tua storia? Nel tuo passato e nel tuo presente?

PARTE 4: CERCANDO SOLUZIONI

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati..

Pietro, ancora una volta, non capisce… Ancora una volta prende il posto del tentatore…

Cosa significava fare le tende? Il popolo ebraico ha una festa, chiamata La Festa, che è la festa delle capanne. Costruiscono capanne nei campi, con la speranza che il Messia venga e rinnovi la vita del popolo. Voler costruire tende, per Pietro, significa riconoscere che Gesù è il Messia e che è venuto… vittorioso, per far rispettare la Legge…

È interessante che, secondo la cultura del tempo, quando le persone venivano nominate, quella più importante era messa al centro… nel discorso di Pietro, nel mezzo c’è Mosè… Sta sognando il futuro Messia che venga per far rispettare la Legge! Ancora una volta, questa non è la strada di Gesù. Non si mostra come Messia vittorioso, ma, come diceva poco prima, sceglie la strada della croce…

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Una nuvola discende (coprire tutti i personaggi con un telo grigio chiaro). E da questa nuvola una voce, la voce del Padre… che chiede di ascoltare Gesù. Il Padre non chiede di ascoltare Mosè o Elia. Non chiede di essere perfetto seguace della Legge… ma chiede di mettersi in ascolto di Gesù: è Lui il centro…

Il verbo ascoltare è molto importante per Israele. Il popolo di Israele è il popolo dell’ascolto. Un ascolto che non solo riceve parole, ma obbedisce ad esse, mettendo in pratica la Parola. Il popolo di Israele si forma attorno a Parole, le 10 Parole che ognuno si impegna ad ascoltare e ad obbedire.

Ora le cose cambiano. C’è solo una Parola che bisogna ascoltare: Gesù Cristo. Ora tutto ciò che Dio vuole dire lo fa attraverso di lui.

RISPECCHIAMENTO:

Che cosa ascoltano le mie orecchie? Quali parole attirano la mia attenzione? A che punto è la Parola di Gesù, Gesù-Parola, nella mia vita?

 

PARTE 5: ritornando A CASA

E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

La meraviglia finisce, Mosè ed Elia scompaiono, la nuvola svanisce (togliere i teli grigio, giallo e dorato e nascondere il telo bianco della trasfigurazione ancora una volta dentro il telo rosso di Gesù)… Non ci sono più voci nel cielo, rimane la normalità. Possiamo immaginare il canto degli uccelli, il rumore del vento e lo scrosciare dei ruscelli… Tutto torna alla normalità… e Gesù è lì con loro. Lui solo… Non più luminoso, come prima… Tutto finisce, ma nulla può essere come prima. Questo ricordo rimarrà chiaro nei loro cuori, sarà la forza per affrontare ciò che li attende…

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Gesù chiede ancora una volta il silenzio, dando una scadenza: la risurrezione. Ma i tre non capiscono, capiranno solo più tardi. Ciò che videro non è stata solo una dimostrazione di Gesù. Gesù ha mostrato loro ciò che li avrebbe aspettati, ciò che è in realtà la persona umana, la pienezza che sarà vista solo dopo la morte, perché è la morte che fa esplodere appieno la vita.

RISPECCHIAMENTO:

Probabilmente anche noi abbiamo dubbi, come i tre apostoli. Cosa significa per noi tutto questo Gesù ha detto? Può darsi che tutti noi ora abbiamo una domanda nei nostri cuori, un dubbio. Lasciamo, quindi, Gesù, solo, qui in mezzo, come i discepoli lo hanno visto (togliere i teli dei discepoli), e possiamo fargli quelle domande che abbiamo in mente. Alla fine di questo incontro, potremo entrare nel nostro cuore e chiarire i dubbi che ci sono.

Vivere il tempo nuovo con Gesù (Mc 1,12-15) (I Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».  

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La vera figliolanza (Lc 15,11-32) (IV Dom Quaresima C)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Introduzione

Nel nostro cammino quaresimale eccoci davanti al meraviglioso testo di Luca sulla misericordia di Dio. E’ un testo che abbiamo letto molte volte, che conosciamo probabilmente quasi a memoria, ma che in realtà ha sempre qualcosa da dirci, perché la Parola di Dio è sempre nuova, perché noi siamo sempre diversi. Può darsi che abbiamo meditato questo brano l’anno scorso, o anche in questi giorni, in occasione di una preparazione al sacramento della riconciliazione… ma quante cose sono accadute da quel momento? Quanto io sono cambiato? Allora poniamoci davanti a questo testo già conosciuto per cogliere ciò che Dio vuole dire oggi a me, in questo momento specifico della mia vita.

 

1. Diversi ma uguale dignità

Un uomo aveva due figli.

La storia inizia così, mostrandoci un padre e due figli. Che vogliamo simbolizzare qui mettendo tre teli: Rosso rappresentando il padre, viola chiaro per rappresentare il figlio minore e viola scuro per rappresentare il figlio maggiore. E li poniamo in triangolo, per sottolinearne le relazioni. C’è una relazione tra il padre e il figlio minore, c’è una relazione tra il padre e il figlio maggiore, e c’è una relazione tra il figlio maggiore e il figlio minore. Ogni relazione è diversa, perché ognuno è unico, originale… Non si può vivere con tutti la stessa relazione.

Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Posta in campo la relazione tra il padre e il figlio minore, questa tocca anche l’altra relazione, tra il padre e il figlio maggiore. Perché, davanti alla richiesta del figlio minore, il padre divise tra loro le sue sostanze. C’è DIVERSITA’ MA C’E’ UGUAGLIANZA: di dignità, di diritti. Il padre dà al figlio minore (simbolizzare le sostanze con un telo dorato) ma dà anche al figlio maggiore (rappresentare le sostanze con altro telo dorato). E’ il figlio minore che chiede, ma il Padre dà anche al figlio maggiore. Quindi il figlio maggiore RICEVE dal padre quanto gli spetta. Quanto spettava al figlio minore? Per la legge del tempo, 1/3 dei beni mobili. I beni immobili erano invece del primogenito.

Dall’evolversi della storia sembra però che il figlio maggiore non comprenda questo. Non si rende conto che il padre dà al fratello la sua parte (perché poi accuserà il fratello di aver sperperato gli averi del padre… ma in realtà erano suoi…) e non si rende conto che anche lui riceve la sua parte, che la casa è già sua (perché poi accuserà il padre di non dargli neanche un capretto, quando tutto era già suo…)

RISPECCHIAMENTO

A volte i nostri occhi sono portati a guardare e giudicare quello che hanno gli altri, e non ci rendiamo  conto di quello che abbiamo. L’erba del vicino è sempre più verde: è un proverbio classico, che ci aiuta a pensare a questo. Mentre giudichi come l’altro usa e gestisce le sue cose, come tu stai gestendo ciò che ti è affidato?

 

2. Relazioni sbagliate

Guardando lo svolgimento della storia, potrebbe essere interessante approfondire il tipo di relazione che i figli avevano instaurato con il padre. Entrambi, infatti, vivono una relazione sbagliata, che simbolizziamo con un telo scuro posto tra i figli e il padre. E’ il telo dell’incomprensione, del vedere in modo distorto, del non comprendere appieno se stessi e la realtà.

Guardiamo al FIGLIO MINORE: la sua è una non relazione. Egli in realtà la chiude, non vuole più avere a che fare con chi gli ha dato la vita. Il chiedere l’eredità prima della morte ha un significato chiaro: Per me, tu sei già morto. Nel suo rapportarsi con il padre, il figlio minore esprime completa autosufficienza: non ho bisogno di te.

Guardiamo al FIGLIO MAGGIORE: vive da schiavo, non da figlio: lavora nei suoi campi ma in realtà si sente un servo, tanto che non si rende conto di poter usare di ciò che ha perché non lo sente suo. Vive la realtà di padre-padrone.

RISPECCHIAMENTO

Anche noi nella nostra vita possiamo sentirci così nei riguardi di Dio:

– come il figlio minore: autosufficienti, ritenendo che tutto quello che abbiamo ce lo siamo costruiti con le nostre mani, e non abbiamo bisogno di Dio. Pensare che tutto ciò che abbiamo è un diritto, non un dono, usandolo non per custodire e coltivare (ecco il significato di ciò che ci è messo tra le mani) ma per sfruttare (al centro non il bene comune ma il proprio piacere).

–  O come il figlio maggiore: schiavo, in tanti sensi. Delle cose che ci succedono, che viviamo con passività (modo di assumere il lavoro del figlio maggiore); della poca creatività nel vivere la vita, assumendola come qualcosa di scontato e di dato…; dell’attendere sempre da Dio senza renderci conto che già abbiamo molto tra le mani…

Ti è mai successo di vivere con Dio questi tipi di relazione?


3. Essere figli: riconoscersi creature

Ma qual è allora la vera figliolanza? Qual è la giusta relazione con Dio?

Secondo la parabola, la vera figliolanza comincia a nascere nel momento del bisogno (togliere l’eredità dal figlio minore). Ma là, insieme ai porci, ancora il figlio non si sente figlio: pensa infatti di presentarsi al padre come schiavo.

Ma va, oltrepassa questo velo che impedisce di vedere chiaramente (far passare il figlio minore oltre il velo che lo separava dal padre), e scopre di essere figlio in questo abbraccio, quando vive sulla propria pelle l’esperienza della gratuità del Padre: Il dono del vestito più bello, l’anello al dito, il sacrificio del vitello grasso…

Entriamo nella vera figliolanza sentendoci amati quando non siamo amabili, e non per i nostri meriti.

Finché sentiamo l’amore di Dio come retribuzione non ci sentiremo mai figli:

– così è per il figlio minore (non posso essere chiamato figlio perché non lo merito)

– ma anche per il figlio maggiore (io mi sono meritato il tuo amore – il capretto e tu non me l’hai dato).

L’esperienza vera della figliolanza la fa il figlio che si sente trattato da figlio quando non ne avrebbe nessun merito. Perché la paternità è gratuità.

RISPECCHIAMENTO

Se pensiamo alla nostra esistenza, questo è vero fin dal primo istante della vita. Il genitore, davanti al bambino che non gli da nulla se non problemi, pianti, preoccupazioni…, dona tutto. Il figlio fa l’esperienza di essere figlio. Poi si diventa grandi, autosufficienti e si perde l’esperienza della gratuità… Ma sei veramente figlio se ti senti amato così come sei.

E tu, riconosci questo amore di Dio per te? E sei capace di vivere e donare questo amore gratuito e incondizionato agli altri?

 

4. Perdere la gioia

Davanti al banchetto della festa e della gioia, però, il fratello maggiore non vuole entrare. Nasce la gelosia, l’invidia, e il fratello maggiore non vuole superare questo velo, non vuole cominciare a vedere le cose così come stanno, nella verità. E qui vediamo un altro atto del padre: è lui che supera il velo (porre il telo del padre al di là del muro, vicino al telo del figlio maggiore), è lui che tenta di entrare nel cuore del figlio, di comprendere i suoi sentimenti e di trasmettergli i suoi.

RISPECCHIAMENTO:

L’atteggiamento del figlio può essere anch’esso molto presente in noi. L’invidia, la gelosia ci fa stare fuori dalla festa, dalla gioia, caratteristica che dovrebbe permeare l’esistenza del cristiano. E’ bene che ci interroghiamo sui nostri sentimenti negativi e sulla loro origine, soprattutto se nascono (come quasi sempre nascono) dall’invidia e dalla gelosia. Intravedi sentimenti negativi che oggi ti  stanno rubando la gioia?


5. Chiamati ad essere canali dell’amore concreto  del Padre

Vorrei, infine, porre alla nostra attenzione un altro personaggio che non abbiamo ancora posto nella nostra scena, ma che ha un posto importante in questo racconto: il servo, che rappresentiamo con un telo azzurro. E’ uno di quei servi che ha provveduto a preparare e portare il vestito più bello al figlio che gli ha messo l’anello al dito, che gli ha preparato il delizioso banchetto… quel servo, ancora, che ha colto e con delicatezza ha comunicato al fratello maggiore il motivo della gioia e della festa: riavere il figlio sano e salvo.

Il servo, i servi, sono stati canali dell’amore del padre. Il figlio minore si è sentito attorniato da mille attenzioni, da mille cure, perché i servi hanno fatto il loro dovere… fedeli al padre. Perché ne hanno colto l’importanza: il figlio è salvo.

RISPECCHIAMENTO

Quanto noi, nella nostra vita, ascoltiamo il comando del padre: presto, portategli il vestito più bello, mettetegli l’anello al dito, ammazzate il vitello grasso… Quanto sentiamo l’urgenza del Padre, di far sentire amato il figlio?

E cosa significa, per noi, concretamente, portare il vestito più bello, mettere l’anello al dito, ammazzare il vitello grasso (cioè preparare la festa) per il fratello?

 

Conclusione

Abbiamo fatto un viaggio dentro una storia, che in realtà è la storia della nostra vita. Perché in tutti noi ci sono tutti questi personaggi: il padre che accoglie, paziente, il figlio autosufficiente, il figlio invidioso, il figlio perfetto, il figlio tra il letame dei porci, il figlio con i vestiti strappati… e anche questo servo… Perché, se siamo in questo cammino di fede, cristiano, non possiamo non aver incontrato in noi queste esperienze.

Ma fermiamoci al nostro oggi. Ora, in questo momento, chi sono? Chi vorrei essere, nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia comunità, nella chiesa?



Scarica il testo della meditazione: IV DOM QUARESIMA C

CONVERTIRSI ALL’AMORE (Lc 13,1-9) (III Dom. Quaresima C)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». (Lc 13,1-9)

Introduzione

Continuiamo il nostro cammino quaresimale ancora lasciandoci guidare dal Vangelo di Luca. Il brano che abbiamo letto è tratto da una sezione del vangelo (12,54-13,35) definita appello urgente alla conversione. E’ necessario convertirsi, cambiare rotta… e il discorso ora è rivolto a tutti, alle folle, non più solo ai discepoli. Qualcuno interpreta questo appello come il tentativo di Gesù di far cambiare atteggiamento ai farisei, altri invece come discorso generale che deve toccare ciascuno personalmente. Noi lo riceviamo come un discorso per noi: un invito alla nostra conversione personale. Ma fermiamoci in particolare ai versetti che oggi la liturgia ci propone.


1. La causa della sofferenza

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

In questa prima parte sono presentati due fatti di cronaca, attestati solo da Luca e non da altre fonti:

  1. Una repressione nel tempio, durante le celebrazioni della festa pasquale. Alcuni galilei avevano sacrificato i loro agnelli, e il sangue doveva essere versato dai sacerdoti sull’altare degli olocausti. La strage compiuta da Pilato nel tempio, con la profanazione del sangue sacrificale, assumeva la gravità di un sacrilegio.
  2. Crollo della torre presso la piscina di Siloe, che rovinò su 18 persone.

Il primo è posto da alcuni al giudizio di Gesù, il secondo è citato da Gesù stesso come ulteriore esempio. Vorrei rappresentare questi due fatti stendendo un telo rosso scuro, che ricorda il sangue, la morte.

Questa realtà di sofferenza è posta al giudizio di Gesù. Perché? Perché c’era un modo di vedere le cose, un modo opprimente, e cercano in Gesù una risposta nuova. Ciò che la cultura religiosa insegnava era questo (togliere il telo rosso, porre un telo nero steso e rimettere sopra il telo rosso): il male, tutto il male, veniva perché “sotto” c’era un peccato, un grande peccato che suscitava l’ira divina e quindi il castigo. Davanti ad una sofferenza, improvvisa, ad una catastrofe, la credenza comune era, cioè, che le disgrazie punissero delle persone che – in qualche modo – avessero commesso degli orribili peccati. Allo stesso modo era letta la malattia o l’handicap: come un intervento di Dio che, dall’alto della sua giustizia, scatenava la sua ira divina e infliggeva il castigo.

Gesù dà voce al loro pensiero, a questa credenza:

Credete che fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?

Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?

La domanda di Gesù è provocante: sarà che esiste un peccato più grande che merita questo? Qual è questo peccato più grande? E’ l’interrogativo che stava nel cuore di tutti: Che colpa avevano? E’ la grande domanda che abbiamo tutti noi, che ha sempre l’uomo davanti a una tragedia che non comprende.

Ma, ancora più a fondo, questa credenza mostra un modo di vedere Dio. Come è visto Dio? Così (porre un telo bianco, che rappresenta Dio, che abbraccia il telo rosso). Ecco la risposta che si dava al male: viene da Dio. E quindi, la vera domanda che Gesù pone in realtà è su Dio: credete che questa sofferenza è voluta da Dio? Dio è veramente un Dio castigatore?

 

RISPECCHIAMENTO:

Allora guardiamo subito alla nostra vita: probabilmente tutti noi si sono fatti questa domanda, tutti noi siamo stati toccati da qualcosa che ci sembrava ingiusto. E tu, hai dato la responsabilità a Dio di un male che ti ha toccato? Quando hai posto a Dio questa domanda?


2.  Una risposta liberante

Davanti a questa domanda, Gesù risponde chiaramente: No.

No, io vi dico…

Gesù usa la stessa risposta davanti ai due fatti. E questo no è liberante.

Libera l’uomo (togliere il telo nero e metterlo a un lato). Non c’è peccato che faccia meritare la morte e la sofferenza. Quegli uccisi non avevano nessuna colpa più grande di quella di ogni altro uomo sulla terra.

Ma, d’altra parte, questo NO libera Dio (togliere il telo bianco e metterlo a un lato). Dio non è il Dio della morte, del giudizio e del castigo, e l’asse portante del rapporto tra uomo e Dio non è il peccato. L’esistenza non si svolge nell’aula di un tribunale, Dio non spreca la sua eternità in condanne o in vendette, perché Dio è amore (P.Ermes Ronchi).

Gesù risponde, così, a tutti coloro che, vivendo una condizione di malattia o sofferenza, si interrogano sulla propria responsabilità: questo non è un castigo divino.

E allora, da dove viene il dolore? Perché questo telo rosso? Gesù mette in gioco la libertà umana, ristabilisce le responsabilità: gran parte del dolore che viviamo ce lo siamo creato. La croce ce la danno gli altri o ce la diamo noi stessi con uno sguardo contorto e mondano della realtà (P. E. Ronchi). Togliendo la responsabilità del dolore a Dio, viene riconosciuta la responsabilità dell’uomo. La causa del crollo della torre di Siloe è in chi ha costruito quella torre sbagliando i calcoli, nell’impresa che ha usato materiali scadenti; quegli uomini nel tempio sono morti perché i romani volevano espandersi e lo facevano attraverso la violenza. Non esiste un intervento di Dio, diretto e puntuale, le cose, la realtà, vivono una loro autonomia e seguono le loro leggi, che possiamo conoscere.

La risposta di Gesù è liberante non solo perché libera Dio e l’uomo da un giogo, ma perché libera la libertà dell’uomo. E la sua responsabilità. E Dio, allora? L’abbiamo posto a un lato, perché non è che Dio scompare, che Dio non si interessa. Dio c’è, e guarda… Ma anche lui si ferma di fronte alla nostra  libertà.

Dio è limitato, quindi? No, ma ferma la sua mano e ci lascia liberi, perché vuole dei figli, non dei sudditi.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo adesso alla nostra vita. Vi invito ora ad immaginare questo sguardo di Dio su di te, su di te che soffri e non sai perché, su di te che piangi, che non comprendi, che senti tutto questo nella tua carne… Dio non vuole il male. Dio ti guarda e vuole sostenerti… ma non può intervenire, togliere il male, perché quel male, che stai sperimentando, è frutto della libertà degli uomini, è frutto della loro libertà usata male… Come ti senti davanti a questo sguardo?


3.  Il richiamo alla responsabilità dell’amore

Ma Gesù da completezza alla sua risposta:

ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

E qui cito P. Ermes Ronchi: “Gesù  conclude: noi discepoli siamo chiamati a leggere questi eventi disastrosi come un monito che la vita, non Dio, ci fa: sotto la torre crollata potremmo esserci noi. Il tempo è serenamente fugace, tragicamente breve, approfittiamo di questi giorni come giorni di salvezza e di conversione, non aspettiamo, non temporeggiamo. Gesù l’ha messo come comando che riassume tutto: amatevi, altrimenti vi distruggerete tutti. Il Vangelo è tutto qui. Amatevi, altrimenti perirete tutti, in vite impaurite e inutili.

Se l’uomo ha la responsabilità sulla vita, sulle cose, sul male, Gesù richiama anche a un’altra responsabilità: la responsabilità dell’amore. Solo se l’uomo si converte all’amore, non accadranno più guerre, omicidi, disastri… L’uomo ha la possibilità di costruire o di distruggere, di amare o di odiare, di usare violenza o far sperimentare la tenerezza. Questo dipende dall’uomo. E allora, vicino a questo telo rosso, pongo un telo verde, che rappresenta la persona, che rappresenta ciascuno di noi. Noi siamo responsabili della sofferenza e lo saremo finché non ci convertiremo. E allora mi piace sottolineare il termine conversione non tanto come ritorno a Dio, quanto come ritorno all’uomo, all’umanità. Siamo fatti per l’amore, ci realizziamo nell’amore, la famiglia umana cresce e si salva solo nell’amore…

 

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un altro rispecchiamento: dove devo convertirmi all’amore? Ossia, dove non sto amando, non sto costruendo, non sto offrendo tenerezza, e quindi genero sofferenza, distruzione, dolore?


4. La vera immagine di Dio

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Ma a Gesù preme non solo rispondere sulla causa del male, ma anche andare a fondo sull’immagine di Dio, sul volto di Dio. Perché non sia più visto come un Dio assassino, ma come è veramente, Dio amore. Ma anche per rispondere a un’altra domanda: “Se Dio è buono, perché non (mi) evita il male?”.

Ed ecco allora la parabola. C’è un Padrone (TELO SCURO, da porre vicino all’uomo e al telo rosso) che guarda l’Albero di fico sterile, che è questa situazione di violenza, di distruzione… Se Dio è questo padrone, allora è come ce lo presentava il Battista: pronto a tagliare l’albero improduttivo, con l’ascia alla radice per sradicare il fico che non porta frutto. Ma accanto a questo padrone che, giustamente, vuole togliere il fico, c’è un contadino, che gli propone di aspettare e se ne prende la responsabilità: sarà lui a zappettare e a concimare l’albero. Se non darà frutti, allora lo taglieranno. Chi è questo contadino? Ecco la vera immagine di Dio (mettere il telo di Dio più vicino all’uomo): non il padrone esigente, che pretende giustamente dei frutti, ma il contadino paziente e fiducioso: «Voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto».

Allora Dio non è là che se ne sta a guardare, mani in mano. Dio rispetta la nostra libertà ma, allo stesso tempo, ci zappetta intorno, come? Attraverso le prove della vita… (telo marrone attorno all’uomo). Così ci concima, e sappiamo che il concime è letame… ma sarà che è sempre e solo negativo? Ricordiamo l’esperienza del letame nella parabola del figlio prodigo… E Dio è paziente: Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest’albero è buono, darà frutto! E Dio CONTINUA A DIRE A CIASCUNO DI NOI: Tu sei buono, darai frutto!

 

RISPECCHIAMENTO:

E tu accogli, nella tua vita, questo lavorio di Dio su di te, che permette anche le prove, ma perché tu ne esca migliore, ne esca rafforzato nell’amore? Percepisci queste mani che ti stanno “lavorando”?


5. Il nostro cuore duro e impaziente

Ma abbiamo introdotto, nella nostra scena, un altro personaggio, con questo telo scuro. Chi è questo padrone che giudica, che vuole far giustizia subito, che pretende che tutto sia perfetto? Abbiamo detto che non è Dio… ma forse siamo proprio noi. Vi ricordate la parabola del grano e della zizzania, dove c’è il servo che vuole buttare via subito la zizzania, fare subito pulizia? E’ lo stesso atteggiamento. Questo telo scuro siamo noi, che abbiamo in noi la tendenza a giudicare sempre, ad accusare, a colpevolizzare, a voler eliminare il male a tutti i costi… La, nella parabola del grano e della zizzania, era il servo a proporre questo, qui è il padrone. Ancora una volta per sottolineare la nostra responsabilità: Siamo noi i “padroni”, responsabili delle nostre vite. Ma Dio ci invita ad accogliere, in noi, questa dinamica di luci e ombre, questa copresenza di male e bene, questa coscienza che il male c’è ed è radicato in noi… ma se permettiamo a Dio di aiutarci, di plasmarci, allora possiamo vincere il male con il bene…

RISPECCHIAMENTO:

E tu, sei capace di aspettare, di vivere la pazienza davanti all’esperienza del male?

 

Conclusione

Come sempre facciamo, ci poniamo, alla fine di questo incontro, davanti alla scultura che abbiamo creato. Il peccato (telo nero) è là, è rimasto nella scena ma è fuori di noi, come qualcosa che c’è ma non ci determina. La sofferenza inspiegabile c’è, accanto a noi, forse dentro di noi. E noi oggi possiamo essere in questo telo verde, che si prende la responsabilità sulla vita, sul mondo, sul bene e sul male, e cerca di migliorare, di convertirsi all’amore, lasciandosi aiutare dal “contadino” che è Dio… oppure in questo telo scuro, impaziente, giudice, dal cuore duro che si erge a padrone, a giudice e giustiziere…

RISPECCHIAMENTO:

Ed ecco allora il nostro ultimo rispecchiamento. Oggi dove scegli di stare?

 

 

Da P. Ermes Ronchi: Ecco chi è Dio: come un contadino, si prende cura di questo fico, di questo campo seminato, di questo piccolo orto che io sono, mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l’anno prossimo porterà frutto». Il Dio paziente, che sa aspettare. In questo forse c’è il miracolo della pietà divina: una piccola probabilità, uno stoppino fumigante sono sufficienti a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri. Convertirsi è credere a questo Dio contadino, simbolo di speranza e serietà, affaticato attorno alla zolla di terra del mio cuore.



Scarica iltesto della Meditazione: III DOM QUARESIMA C

Incomprensione (Lc 9,28-36) (II Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.  Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.  Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».  Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.  (Lc 9,28-36)



 

Introduzione

Nella seconda domenica di Quaresima la liturgia ci fa contemplare il mistero della Trasfigurazione. Oggi ascoltiamo questo brano con gli occhi e con il racconto di Luca, che ha caratteristiche proprie. Innanzitutto, il tempo: Luca inizia il racconto con una modifica cronologica rispetto agli altri sinottici: parla di 8 giorni dopo invece che 6. Come mai? Forse vuole alludere alla Domenica, l’ottavo giorno, visto che il tempo a partire da cui si riferisce è il giorno della rivelazione della sua Passione e morte… Per dire che, davanti a qualsiasi dolore, arriva sempre l’ottavo giorno che è il giorno della vittoria di Gesù sulla morte, della rivelazione piena della gloria…

Ma vediamo passo dopo passo questo evento.

 

1.     Sul monte a pregare

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.

Il luogo dove si svolge il racconto di oggi è il monte, e vorrei rappresentare qui il monte, con questo telo marrone. E mettiamo in cammino verso questo monte Gesù (telo rosso), Pietro (telo blu), Giovanni (telo azzurro) e Giacomo (telo verde).

Già notiamo alcune piccole differenze con gli altri evangelisti. Siamo abituati a nominare Pietro, Giacomo e Giovanni, ma qui l’ordine è diverso: Pietro, Giovanni e Giacomo. Nella comunità dove Luca scrive la persona di Giovanni è maggiormente conosciuta rispetto al fratello Giacomo, per questo è nominato in ordine diverso rispetto alla fonte originale.

Ma, al di là di questa piccola variazione, Luca aggiunge la motivazione dell’andare sul monte: pregare. Il monte, sappiamo, indica il luogo della presenza di Dio, del contatto con Dio; già di per sé è il luogo della preghiera. Ma Luca sottolinea che prima di ogni evento importante, Gesù si mette in preghiera.  Ma non lo fa da solo, porta altri con sé, perché ogni momento sia occasione di formazione per i suoi discepoli. Non chiama tutti, ma solo tre. I tre che vivono le esperienze più intense di Gesù. Altri, allora, rimangono giù, e li simbolizziamo con due teli viola e arancione.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo allora questa scena così schematizzata, e possiamo chiederci: dove sono io, nella mia esperienza di seguire Gesù? Sono subito dietro di lui come Pietro, che anche se chiamato con tutti i suoi limiti manifesta sempre il desiderio di stare con lui, o come Giovanni, che riflette il suo amore per Gesù ed è ormai conosciuto dalla comunità, o Giacomo, chiamato a seguire Gesù nei momenti più particolari… o, ancora, sono uno degli altri, che non ha ancora sentito questa chiamata di prossimità a Gesù, e che percepisce che deve ancora crescere nella fede o forse è invidioso nei confronti degli altri tre… Tu dove ti trovi, in questo momento della tua vita?


 

2.     La preghiera che trasforma

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Allora poniamo Gesù, qui, sul monte, a pregare… Gesù prega, si mette in relazione, e qui vorrei mettere un telo bianco per rappresentare il Padre, in questa relazione. Gesù non è da solo, è in un rapporto, e qualcosa succede: il suo volto cambia. E rappresento questo cambiamento avvolgendo il telo rosso con un altro telo bianco

Luca, a differenza di Matteo e Marco, non dice si trasfigurò, ma sottolinea il volto… Questa sottolineatura richiama un testo dell’Esodo, quando Mosè entrava nella tenda per parlare faccia a faccia con il Signore, e usciva con il volto raggiante, tanto che gli altri non potevano guardarlo, ed egli era costretto a coprirsi il volto…

La causa è la stessa: il rapporto intimo e profondo con Dio. Questo stare faccia a faccia… Certo, le due esperienze sono totalmente differenti. Il volto di Mosè brillava come riflesso della Gloria di Dio, Gesù di luce propria, per la propria gloria…

RISPECCHIAMENTO:

Il tuo incontro con Dio, nella preghiera, ti trasforma? Ti fa raggiante? Tanto che gli altri si accorgono che sei cambiato, che Dio è con te, vicino a te, in te? Se questo non succede, sarà che il nostro incontro è veramente intimo e profondo con Lui?


 

3.     Incapaci di entrare nel mistero

Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 

La relazione piena con il Padre apre ad altre relazioni. Persone che possono sostenerlo, incoraggiarlo, nella sua adesione alla volontà del Padre. Poniamo allora qui due teli dorati, a rappresentare Mosè ed Elia. Luca ci dice ancora due dettagli, che non abbiamo negli altri evangelisti: l’argomento della conversazione (il suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme) e il sonno dei discepoli, che non è nominato dagli altri evangelisti, anzi, per gli altri tutti sembrano ben svegli e attenti…

Vorrei rappresentare il sonno dei discepoli ponendo un velo sopra di essi… Andiamo al di là della fisicità per cogliere il significato profondo di queste parole. Gesù con Mosè ed Elia conversava del suo mistero, del disegno di Dio sull’umanità, che prevedeva questo esodo a Gerusalemme con il suo triste epilogo. Era un mistero molto grande da portare, anche per Gesù stesso, come uomo, ma ricevette forza… i discepoli, però, non erano in grado di comprendere… il sonno indica l’incapacità, per loro, di cogliere un mistero tanto grande. Ma poi tutto sarà chiaro, dopo la Resurrezione anche questa esperienza sarà compresa in pienezza, come tutto il disegno di Dio.

Ma cosa colgono i tre, quando si svegliano, quando questo “velo” viene tolto (togliere il velo)? La gloria, e la presenza dei due uomini più importanti della storia di salvezza del loro popolo. In fondo in quel momento loro avevano bisogno di questo, di essere rafforzati nella fede, dopo le parole oscure di Gesù rispetto alla sua morte.

RISPECCHIAMENTO:

Cosa rappresenta questo velo per noi, quella cosa che ci tiene addormentati, incapaci di vedere con chiarezza?


 

4.     Rimanere per sempre nella gloria

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 

Pietro non comprende, e cerca una soluzione perché quel momento di gloria non finisca. E propone di costruire tre capanne, probabilmente perché quel clima gli ricordava il tripudio della Festa delle Capanne, quando si costruivano capanne per ricordare l’Esodo e l’attesa del messia trionfante. La sua percezione è completamente sballata: non aveva compreso nulla di quanto Gesù aveva predetto loro: egli non attendeva il tripudio e la gloria  ma la morte e il dolore. Quel momento di gioia aveva fatto completamente dimenticare le parole di Gesù, oppure forse non le voleva ricordare, così come ha preferito il sonno all’ascoltare sull’esodo in Gerusalemme di Gesù. Ma,

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 

Al sonno di prima, che abbiamo rappresentato con un velo che “separava” questi tre uomini dalla realtà, si contrappone ora una nube, che li avvolge. Il significato è opposto: il sonno evitava loro di comprendere, la nube invece rivela. Rivela la presenza di Dio, di fronte alla quale la reazione normale è il timore. E metto simbolicamente il telo con cui ho rappresentato il Padre ad avvolgere questi uomini. Fino a quel momento, in fondo, non avevano colto la Presenza del Sacro. Adesso, la colgono, e sentono la propria miseria e la propria piccolezza. E questa nube, invece di nascondere, rivela: il progetto del Padre. Questi è il mio figlio, l’eletto, ascoltatelo...

Anche qui una differenza. Per gli altri evangelisti Gesù è l’Amato. Per Luca è l’Eletto, in sintonia con tutto ciò che abbiamo detto finora: Gesù è il servo del Signore scelto per portare la salvezza all’umanità. E come accogliere e conoscere il vero progetto di Dio? Ascoltatelo. Pietro aveva quasi voluto dimenticare le sue parole… Il Padre invita ad ascoltarle. Ma non solo ascoltare le parole del Figlio, ma ascoltare il Figlio.  Che parla non solo con le parole, ma con la vita, consegnata al Padre per la salvezza del mondo.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua esperienza anche tu “selezioni” le parole di Gesù, accogliendo magari quelle più facili da vivere, e ignori le altre? Qual è la Parola di Gesù che oggi senti più difficile vivere?


Conclusione

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Come si conclude la storia? Gesù rimane solo. Rimane solo per affrontare quello di cui avevano parlato con Mosè ed Elia: il suo cammino verso Gerusalemme dove avrebbe affrontato la morte. E’ solo perché nessuno lo comprende, nemmeno quei discepoli che aveva scelto per accompagnarlo in questo momento. Solo perché nelle sue mani c’è un progetto che, per quanto difficile e pesante sia, nessun altro può aiutarlo a portare…

E i discepoli tacquero. Come si tace davanti a una persona che ha perso la persona più cara, come si tace davanti a chi sta vivendo una grande sofferenza. Che loro stessi non si sentono capaci di portare…

Non c’è bisogno per loro, come raccontano invece Marco e Matteo, che Gesù intimi di non parlare. Loro stessi tacciono, non hanno parole. Perché hanno compreso che non possono dire parole, ma solo ascoltare. E, nel silenzio, cominciano ad ascoltare quel Gesù che a poco a poco chiarirà il disegno di Dio per l’umanità. Lo ascolteranno dove? Non più sul monte (togliere il telo del monte) ma nella vita quotidiana…

E anche noi allora, a conclusione, facciamo un ultimo rispecchiamento.

RISPECCHIAMENTO

Quale segreto stai custodendo nella tua vita, stai tacendo perché forse incompreso o forse anche perché troppo pesante e non saresti in grado di comunicarlo, di condividerlo…? E, davanti a questo tuo “segreto”, riesci a trovare la forza nell’Ascolto della sua Parola, che avviene nel quotidiano?

 

SCARICA LA MEDITAZIONE: II DOM QUARESIMA C

 

Il pericolo del “fuori strada” (Lc 4,1-13) (I Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».  Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.  (Lc 4,1-13)


Introduzione

Siamo nella prima domenica di Quaresima, dell’Anno C, quindi continueremo ad essere guidati, in questo tempo forte, dall’evangelista Luca che, sappiamo, tra le sue caratteristiche, annovera quella di approfondire il volto di Dio come misericordia. E questo volto risalterà sicuramente in questo tempo in cui siamo invitati a guardare alla benevolenza di Dio, alla sua misericordia e il suo amore per gli uomini attraverso il dono del Figlio.

Ma tutti gli anni la Quaresima inizia con questo brano, il brano delle Tentazioni. Quasi a metterci in guardia che quando s inizia un tempo di grazia, un tempo speciale, bisogna tenere gli occhi e il cuore bene aperti per non rischiare di perdere il tempo e di perdere la grazia, pensando che ci siano cose più importanti.

Entriamo quindi in questa storia così come Luca ce la presenta.

 

1. Dall’acqua al deserto

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

In quel tempo… di quale tempo si tratta? Un tempo veramente speciale. Gesù aveva appena vissuto il battesimo nel Giordano, accettando il progetto del Padre su di lui, che era quello di abbassarsi verso i peccatori, assumerli con la sua vita e salvarli. Per questo simbolicamente era sceso nelle acque ed era risalito, prefigurando questo scendere a cui era chiamato per risalire, portando tutti gli uomini alla salvezza.

L’ultimo versetto mostrava il compiacimento del Padre per questa scelta del Figlio: dal cielo aveva fatto sentire la sua voce. “Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”.

Con certezza queste parole avevano riempito di gioia Gesù. Perché quando qualcuno ci ama non si può non sentire la gioia. Inoltre, Gesù fu pieno di Spirito Santo, gioia, amore… E lo Spirito Santo comincia a condurlo, ma in luoghi impensati.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto

C’era un fiume, una fonte di acqua, che rappresentiamo con un telo azzurro. Gesù si allontana da questa fonte e va nel deserto, che rappresentiamo con un telo marrone chiaro. Un grande contrasto. Di qua: acqua, vita, freschezza, pulito, purificazione… Di là: sabbia, deserto, morte, sporcizia… Dove manca l’acqua manca la vita. E pongo il telo di Gesù, rosso, qui, nel deserto.

Ma perché Gesù va nel deserto? Era guidato dallo Spirito. Vorrei aggiungere, allora, vicino a Gesù, avvolgendo Gesù, un telo bianco per indicare la Presenza dello Spirito in lui. Era pieno di Spirito Santo. Probabilmente nemmeno Gesù sapeva il significato del suo andare là; quello che sapeva, con certezza, era di dover andare là, perché lo Spirito glielo indicava come volontà di Dio. E non fu solo un andare e tornare, ma anche uno stare. Era guidato dallo Spirito, il tempo verbale indica l’azione continuata dello Spirito. Per quaranta giorni, quaranta lunghi giorni, lo Spirito lo guidò a stare là. Lontano dalla fonte d’acqua e immerso nel deserto.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua vita ti è accaduto che Dio ti guidasse in un’esperienza di buio, di “deserto”? Sentendo chiaro che era il Signore che ti chiedeva di affrontare e superare quel momento?



2. Guida e tentatore

Tentato dal diavolo

Ma accanto allo Spirito, si presenta un altro personaggio, la cui azione è anch’essa continua: il diavolo. A differenza di Matteo, che sottolinea che il diavolo si avvicinò a Gesù al termine dei 40 giorni, Lc sottolinea che il diavolo era là sempre, così come lo Spirito. Vorrei allora aggiungere, nel deserto, un telo nero, simbolo del diavolo che, costantemente, si relazionava con Gesù, così come lo Spirito Santo si relazionava con lui. La differenza? Lo Spirito Santo guidava, il diavolo tentava.

Mi piace poter relazionare questi due verbi, che sintetizzano l’azione di queste due presenze al fianco di Gesù, e mi piace relazionarle pensando alla metafora della strada (mettere un telo lungo a simbolizzare la strada davanti a Gesù). Lo Spirito guida, a percorrere una strada, la strada del bene, del progetto di Dio, della Sua volontà… il diavolo tenta per portare fuori strada, per farti sperimentare – provare altre cose mostrandole più allettanti… La tentazione è il deviare, è lasciare la strada della volontà di Dio. E questo fu per quaranta giorni, che simbolizzano i 40 anni di vita nel deserto del popolo ebraico, dove era condotto da Dio ma allo stesso tempo continuamente tentato, 40 anni ossia una generazione, una vita, tutta la vita…

RISPECCHIAMENTO:

Credo che questa immagine parli chiaramente anche alla nostra vita. Anche, noi, nel nostro quotidiano, sperimentiamo queste due presenze, e sappiamo che c’è una strada certa, quella della volontà di Dio. Come viviamo queste due “relazioni” che in fondo stanno sempre dentro di noi, lo Spirito che guida e il tentatore che cerca di farci deviare il cammino? Riconosco, nella mia vita, queste due “presenze”, e questa lotta che, anche io, sono invitato a sostenere?


 

3. Nutrito dall’amore

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Voglio allora rappresentare, fuori dalla strada, come tentazioni a uscire dal sentiero, le tre proposte che il diavolo fa.

Innanzitutto, pongo un telo grigio per rappresentare la pietra. Gesù, con certezza, dopo quaranta giorni, aveva fame. Molto probabilmente Gesù aveva fame anche prima, umanamente doveva sentire questa necessità. Ma sembra che questa necessità acquisti una coscienza nuova al termine dei 40 giorni. Ebbe fame, ossia la sua necessità assunse proporzioni enormi. Tanto da fargli cercare, attorno, una soluzione. Ma c’erano solo pietre… Spesso ho sentito che vivere nel deserto può portare ad allucinazioni, quando tu desideri l’acqua e ti sembra di vederla… ma è solo illusione. Sarà che la fame di Gesù gli ha fatto vedere pane al posto di pietra? Ciò che ci interessa sapere è che era tutto illusione. Ma se l’illusione, l’allucinazione per un uomo qualsiasi è semplicemente una malattia neurologica, per Gesù poteva avere un significato molto più profondo: lui poteva trasformare le illusioni in realtà. Con il suo potere.

Ecco allora la tentazione. Uscire dalla strada, che è la strada dell’incarnazione, del vivere come uomo, trasformando la realtà a proprio piacimento, quindi andando contro le leggi della vita e della natura. Lui poteva… ma ha scelto l’incarnazione. E risponde di no.

Anche Luca, come Matteo narra che Gesù risponde con la Parola del Deuteronomio 8,3 ma non la cita al completo (ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio). Perché? Perché in Deuteronomio, la Parola uscita dalla bocca di Dio era la manna, che aveva sfamato fisicamente i suoi nel deserto. Per Luca la Parola in pienezza è Gesù e la sua Rivelazione dell’Amore di Dio. Quasi a dire: non si vive solo di alimento fisico. Ma ci sono altri alimenti che fanno vivere l’uomo, ed è prima di tutto il sentirsi amato. Gesù ha vissuto quei 40 giorni nel deserto sostenuto da quella frase che il Padre gli aveva rivolto: Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto. Gesù era cosciente che l’alimento dell’Amore di Dio permette il miracolo della vita. E sappiamo quanto questo sia realtà anche nella vita. Ci sono persone che hanno tutto, ma che perdono la vita, si lasciano morire, o si tolgono la vita semplicemente perché non si sentono amati…

RISPECCHIAMENTO:

L’amore di Dio mi sta “alimentando”, ossia mi sta dando la forza per sostenere le prove dure della vita? Sto percependo chiaro questo amore per me?


 

4. Dall’alto al basso

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

La seconda tentazione, per Luca, accade in un istante. Per dire che si tratta di una rivelazione interiore, vissuta nell’intimo della sua persona. Infatti Luca non parla di un monte alto, come Matteo, ma in alto probabilmente intendendo qualcosa di estremamente profondo e intimo. La tentazione è quella del potere, della gloria, della ricchezza: tutto sarà tuo.  Ma in cambio, dopo aver visto dall’alto, il prostrarsi a terra (porre un telo marrone a rappresentare la terra, sempre fuori dalla strada). Un’esperienza paradossale: dall’estrema altura all’estrema bassezza. Quasi a dirci che il risultato di cercare il potere con le proprie mani ti porta all’estrema umiliazione… ed è facile vedere come metafora di questo la parabola del figlio prodigo: il figlio che ha cercato con le sue mani la gloria, la ricchezza, il potere, di fatto si è ritrovato a pascolare porci… La vita in Dio ha la legge completamente opposta: adora il tuo Dio, e egli ti innalzerà. Ma Dio lo ha innalzato, e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi…

Cambia completamente il punto di vista. Se l’obiettivo è la ricchezza, il potere, la gloria, prima o poi ti troverai prostrato, perché è questo ciò che vuole il maligno: ridurti alla piena umiliazione. Ma se il tuo obiettivo è Dio e la sua volontà, e umilmente ti consegni a Lui, ti lasci guidare da Lui, stai certo che la ricompensa sarà grande: sarà Lui che ti innalzerà, perché Dio è il Dio che innalza gli umili (cf. Magnificat).

RISPECCHIAMENTO:

E qual è il mio, il tuo punto di vista, il tuo criterio, il tuo obiettivo? E’ la ricchezza, la gloria… o la volontà di Dio?


5. Una fede che non chiede prove

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Luca pone come ultima tentazione quella che per Matteo, che sarebbe ritenuta la versione originale, è la seconda. Probabilmente una motivazione è l’importanza che, nel Vangelo di Luca, assume la città di Gerusalemme. E’ là che ci sarà l’attacco più grande del Tentatore, del Diavolo. Questa ultima tentazione prefigura il grande attacco che Gesù vivrà là.

La tentazione assume una valenza religiosa, riguarda il rapporto con Dio. Forse era chiedere una prova di quell’amore che Dio aveva manifestato solo 40 giorni prima, e che ha continuato a nutrirlo per 40 giorni nel deserto? E pongo un telo rosso, a indicare questo amore di Dio. La tentazione di Gesù di avere una prova dell’amore di Dio è in fondo la tentazione che ciascuno di noi vive nel momento della prova, nella difficoltà, quasi a voler provare che Dio continua ad esserci ed accompagnarci. Ma Gesù risponde con sicurezza: non metterai alla prova il Signore tuo Dio. Ossia, davanti a Dio non puoi pretendere prove, ma il rapporto con Dio è nutrito solo di Fede. La fede non si può provare, una cosa che si prova fa uscire dall’ottica della fede. E Gesù continua a credere che Dio lo custodisce e lo sorregge anche nel momento del deserto e della fame.

RISPECCHIAMENTO:

E tu hai chiesto qualche volta la prova dell’amore di Dio? Sei riuscito a vivere nel deserto mantenendo la fede che Dio era presente e ti custodiva e ti sorreggeva?

 

Conclusione

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

E con questo, il diavolo ha esaurito ogni tentazione. Perché? Non ce ne sarebbero altre? La tentazione, dicevamo all’inizio, era di uscire dalla strada della volontà di Dio, che era la strada dell’incarnazione, usando altri poteri… Il suo potere, per trasformare la pietra in pane, un potere esterno (del diavolo), per avere tutti i regni, il potere di Dio per dimostrare di poterlo comandare. Ma Gesù rinuncia ogni potere. E la sua vita sarà una rinuncia al potere. Che lo porterà a salire là, sulla Croce, dove il diavolo, ancora una volta, ricomparirà, riproponendogli di riacquistare il potere…

E allora, alla fine di questo percorso, vediamo un ultimo rispecchiamento:

RISPECCHIAMENTO

Quale di queste tentazioni maggiormente è presente nella mia strada? Avere io potere, approfittare del potere dell’altro o comandare il potere di Dio?



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L’agire ispirato dall’amore (Lc 6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:  «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.  Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Lc 6,39-45


 

Introduzione

La Parola di oggi continua il discorso della pianura che abbiamo cominciato a leggere tre domeniche fa. La prima domenica, se ricordate, abbiamo schematizzato la scena del discorso, mettendo Gesú al centro con tutti i suoi discepoli davanti: poveri, affamati, afflitti… E abbiamo aggiunto anche, tra i discepoli, alcuni chiamati a cambiare atteggiamento perché “ricchi”, forse non materialmente ma troppo legati alle proprie sicurezze e chiusi alla condivisione fraterna.

La seconda domenica, lo stile del discorso assumeva un tono totalmente sapienziale, e abbiamo viaggiato dentro le parole di Gesù, attraverso le tre strofe del poema da lui pronunciato.

Oggi cambia stile. Non c’é più il tono sapienziale quanto il tono narrativo delle parabole, delle “storie” raccontate da Gesù che hanno l’obiettivo di rivelare qualcosa delle “storie” dei presenti. Il contenuto potremmo definirlo così: il modo di agire cristiano ispirato al comando dell’amore, e vorrei mettere qui, al centro, un telo rosso che indica questo comandamento che dovrebbe ispirare tutta la nostra vita cristiana: l’amore incondizionato, che non cerca la risposta dell’altro. A partire da questo centro, vediamo allora cosa ci dice Gesù.

 

 

(Le tre scene sono schematizzate intorno a questo centro)

1. Il cieco e la luce

Innanzitutto l’introduzione a questo testo. Si parla di due ciechi: può forse un cieco (telo scuro) condurre un altro cieco (altro telo scuro)? Non cadranno entrambi in una fossa? E rappresento la fossa um po’ più in là, con questo telo nero. Che, sappiamo, nel bibliodramma indica il male, il negativo…  Ma pongo, qui, accanto al telo nero, un telo giallo, per indicare la strada giusta, la strada da percorrere… E mi viene in mente la definizione di “peccato”, che significa “sbagliare centro”. Essere ciechi porta a sbagliare centro, a non prendere la direzione giusta, e quando manca la luce non si riesce a vedere, si rimane nella tenebra.

Ma chi è il cieco? Questo stesso testo, in Matteo, è rivolto a farisei, guide cieche che non vedono la luce che è Gesù e quindi fanno sbagliare strada ai discepoli. E per Luca? Luca non parla dei farisei, perché, abbiamo già detto, lui si rivolge a una comunità concreta fatta di cristiani che provenivano dal paganesimo, quindi nel suo vangelo “toglie” tutto ciò che è esplicitamente riferito al popolo giudaico. Chi è, allora, il  cieco? E’ colui che, nella comunità, si erge a maestro, che pensa di sapere la strada ma senza il riferimento fisso alla Luce, che è Gesù… il cieco è colui che pensa di condurre altri senza lasciarsi lui, per primo, condurre sulla  strada vera. Se perdiamo il riferimento, perdiamo la strada. E se siamo chiamati a guidare altri, cosa succede? Gesù parla chiaro: Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Se tu perdi la Luce, pensi di essere tu la Luce, ma in realtà sbagli centro, finisci nel fosso, tu e gli altri. Ma se invece sei ben preparato, ossia vivi e segui ciò che il Maestro ha insegnato, tu diventi come lui (porre un telo giallo che dal telo che rappresenta la luce arriva al cieco e lo avvolge…

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un primo rispecchiamento per noi. Tu sei chiamato a guidare altri?  E non parliamo dei sacerdoti, ma anche un papà, una mamma di famiglia, è chiamata a guidare altri… Chi è questo cieco che tu stai guidando? E il tuo riferimento è la Luce, è Gesù, ti lasci illuminare da lui, o vai avanti per conto tuo pensando di sapere già tutto?



 

2. La pagliuzza e la trave

Il secondo protagonista della parabola di Gesù è un uomo che non è cieco (porre un telo chiaro) ma ha un grande problema: ha una trave davanti (porre un telo marrone scuro) che gli impedisce di vedere gli altri (porre un  altro telo davanti, rimanendo la trave come divisione). In questo caso questo potrebbe vedere, ma ha qualcosa che glielo impedisce…

Ma il problema più grande non è la trave, ma il fatto che lui non la vede! E quindi, non vedendola, non può toglierla…

E cosa fa la trave? Gli impedisce di vedere chiaro, di vedere l’altro così com’è, perché, anche lui, non riesce a ricevere quella luce che permette di vedere. Non solo di vedere fisicamente, ma di vedere con la luce di Dio. L’altro come fratello, come mistero, come perla preziosa, come creatura amata… Quando non si vede l’altro con la luce di Dio, ne cogliamo solo i difetti, per quanto piccoli e insignificanti siano…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo a noi stessi… non ci chiediamo cos’è la trave, perché forse anche noi nemmeno la vediamo… ma cominciamo con il chiederci: chi è che sto guardando, oggi, in negativo? Chi è quella persona di cui sottolineo sempre e solo i difetti? Se per caso nella mia vita, oggi, sto facendo così… allora è il caso di chiedermi: qual è la trave che mi fa vedere così Qual è il suo nome? Ciascuno può dare la risposta, nel segreto del suo cuore.

 

3. Il cuore e la parola

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda»

La terza parabola di Gesù mette al centro l’albero, che è pienamente trasparente: un albero non può dare un frutto diverso da quello che è. Il frutto mostra e identifica l’albero. Ma in realtà l’albero è solo una metafora per indicare, ancora una volta, l’uomo. Gesù distingue due tipi di persone: la persona buona e la persona cattiva (porre due teli dello stesso colore). Ma come fare a distinguerli? Non c’è nessuna differenza, al vederli, non c’è nessun frutto da vedere, fisicamente… Qual è il frutto che fa la distinzione, che mostra di chi si tratta? Il frutto, dice Gesù, è la parola… C’è una parola che costruisce, edifica, consola, accoglie… (porre un telo chiaro intorno a uno dei due) e la parola che distrugge, ferisce, calunnia, denigra, abbatte… (porre un telo scuro intorno all’altro).

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta pensiamo a noi stessi, alla nostra vita… Quale “clima” creiamo intorno a noi,  con le nostre parole? Di accoglienza, di amicizia, o di rifiuto e di giudizio?



Conclusione

Il brano di oggi ci pone davanti queste tre scene, che, dicevamo all’inizio, ci mostrano il modo di agire cristiano ispirato al comandamento dell’amore universale, che abbiamo simbolizzato qui, al centro…

Perché se tu ami veramente l’altro… cerchi per lui il meglio, e ti lasci ispirare dalla luce di Dio… (prima scena)

… se ami veramente l’altro, non guardi di lui solo i difetti, ma sei capace di guardarlo con gli occhi di Dio… (seconda scena)

… Se ami veramente l’altro, lo circondi di accoglienza e di benevolenza, di “bene” “dizione” ossia dici bene di lui, non lo calunni o denigri…

E qui un ultimo rispecchiamento:

In quale di queste tre situazioni devo crescere di più?

 

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