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La vera figliolanza (Lc 15,11-32) (IV Dom Quaresima C)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Introduzione

Nel nostro cammino quaresimale eccoci davanti al meraviglioso testo di Luca sulla misericordia di Dio. E’ un testo che abbiamo letto molte volte, che conosciamo probabilmente quasi a memoria, ma che in realtà ha sempre qualcosa da dirci, perché la Parola di Dio è sempre nuova, perché noi siamo sempre diversi. Può darsi che abbiamo meditato questo brano l’anno scorso, o anche in questi giorni, in occasione di una preparazione al sacramento della riconciliazione… ma quante cose sono accadute da quel momento? Quanto io sono cambiato? Allora poniamoci davanti a questo testo già conosciuto per cogliere ciò che Dio vuole dire oggi a me, in questo momento specifico della mia vita.

 

1. Diversi ma uguale dignità

Un uomo aveva due figli.

La storia inizia così, mostrandoci un padre e due figli. Che vogliamo simbolizzare qui mettendo tre teli: Rosso rappresentando il padre, viola chiaro per rappresentare il figlio minore e viola scuro per rappresentare il figlio maggiore. E li poniamo in triangolo, per sottolinearne le relazioni. C’è una relazione tra il padre e il figlio minore, c’è una relazione tra il padre e il figlio maggiore, e c’è una relazione tra il figlio maggiore e il figlio minore. Ogni relazione è diversa, perché ognuno è unico, originale… Non si può vivere con tutti la stessa relazione.

Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Posta in campo la relazione tra il padre e il figlio minore, questa tocca anche l’altra relazione, tra il padre e il figlio maggiore. Perché, davanti alla richiesta del figlio minore, il padre divise tra loro le sue sostanze. C’è DIVERSITA’ MA C’E’ UGUAGLIANZA: di dignità, di diritti. Il padre dà al figlio minore (simbolizzare le sostanze con un telo dorato) ma dà anche al figlio maggiore (rappresentare le sostanze con altro telo dorato). E’ il figlio minore che chiede, ma il Padre dà anche al figlio maggiore. Quindi il figlio maggiore RICEVE dal padre quanto gli spetta. Quanto spettava al figlio minore? Per la legge del tempo, 1/3 dei beni mobili. I beni immobili erano invece del primogenito.

Dall’evolversi della storia sembra però che il figlio maggiore non comprenda questo. Non si rende conto che il padre dà al fratello la sua parte (perché poi accuserà il fratello di aver sperperato gli averi del padre… ma in realtà erano suoi…) e non si rende conto che anche lui riceve la sua parte, che la casa è già sua (perché poi accuserà il padre di non dargli neanche un capretto, quando tutto era già suo…)

RISPECCHIAMENTO

A volte i nostri occhi sono portati a guardare e giudicare quello che hanno gli altri, e non ci rendiamo  conto di quello che abbiamo. L’erba del vicino è sempre più verde: è un proverbio classico, che ci aiuta a pensare a questo. Mentre giudichi come l’altro usa e gestisce le sue cose, come tu stai gestendo ciò che ti è affidato?

 

2. Relazioni sbagliate

Guardando lo svolgimento della storia, potrebbe essere interessante approfondire il tipo di relazione che i figli avevano instaurato con il padre. Entrambi, infatti, vivono una relazione sbagliata, che simbolizziamo con un telo scuro posto tra i figli e il padre. E’ il telo dell’incomprensione, del vedere in modo distorto, del non comprendere appieno se stessi e la realtà.

Guardiamo al FIGLIO MINORE: la sua è una non relazione. Egli in realtà la chiude, non vuole più avere a che fare con chi gli ha dato la vita. Il chiedere l’eredità prima della morte ha un significato chiaro: Per me, tu sei già morto. Nel suo rapportarsi con il padre, il figlio minore esprime completa autosufficienza: non ho bisogno di te.

Guardiamo al FIGLIO MAGGIORE: vive da schiavo, non da figlio: lavora nei suoi campi ma in realtà si sente un servo, tanto che non si rende conto di poter usare di ciò che ha perché non lo sente suo. Vive la realtà di padre-padrone.

RISPECCHIAMENTO

Anche noi nella nostra vita possiamo sentirci così nei riguardi di Dio:

– come il figlio minore: autosufficienti, ritenendo che tutto quello che abbiamo ce lo siamo costruiti con le nostre mani, e non abbiamo bisogno di Dio. Pensare che tutto ciò che abbiamo è un diritto, non un dono, usandolo non per custodire e coltivare (ecco il significato di ciò che ci è messo tra le mani) ma per sfruttare (al centro non il bene comune ma il proprio piacere).

–  O come il figlio maggiore: schiavo, in tanti sensi. Delle cose che ci succedono, che viviamo con passività (modo di assumere il lavoro del figlio maggiore); della poca creatività nel vivere la vita, assumendola come qualcosa di scontato e di dato…; dell’attendere sempre da Dio senza renderci conto che già abbiamo molto tra le mani…

Ti è mai successo di vivere con Dio questi tipi di relazione?


3. Essere figli: riconoscersi creature

Ma qual è allora la vera figliolanza? Qual è la giusta relazione con Dio?

Secondo la parabola, la vera figliolanza comincia a nascere nel momento del bisogno (togliere l’eredità dal figlio minore). Ma là, insieme ai porci, ancora il figlio non si sente figlio: pensa infatti di presentarsi al padre come schiavo.

Ma va, oltrepassa questo velo che impedisce di vedere chiaramente (far passare il figlio minore oltre il velo che lo separava dal padre), e scopre di essere figlio in questo abbraccio, quando vive sulla propria pelle l’esperienza della gratuità del Padre: Il dono del vestito più bello, l’anello al dito, il sacrificio del vitello grasso…

Entriamo nella vera figliolanza sentendoci amati quando non siamo amabili, e non per i nostri meriti.

Finché sentiamo l’amore di Dio come retribuzione non ci sentiremo mai figli:

– così è per il figlio minore (non posso essere chiamato figlio perché non lo merito)

– ma anche per il figlio maggiore (io mi sono meritato il tuo amore – il capretto e tu non me l’hai dato).

L’esperienza vera della figliolanza la fa il figlio che si sente trattato da figlio quando non ne avrebbe nessun merito. Perché la paternità è gratuità.

RISPECCHIAMENTO

Se pensiamo alla nostra esistenza, questo è vero fin dal primo istante della vita. Il genitore, davanti al bambino che non gli da nulla se non problemi, pianti, preoccupazioni…, dona tutto. Il figlio fa l’esperienza di essere figlio. Poi si diventa grandi, autosufficienti e si perde l’esperienza della gratuità… Ma sei veramente figlio se ti senti amato così come sei.

E tu, riconosci questo amore di Dio per te? E sei capace di vivere e donare questo amore gratuito e incondizionato agli altri?

 

4. Perdere la gioia

Davanti al banchetto della festa e della gioia, però, il fratello maggiore non vuole entrare. Nasce la gelosia, l’invidia, e il fratello maggiore non vuole superare questo velo, non vuole cominciare a vedere le cose così come stanno, nella verità. E qui vediamo un altro atto del padre: è lui che supera il velo (porre il telo del padre al di là del muro, vicino al telo del figlio maggiore), è lui che tenta di entrare nel cuore del figlio, di comprendere i suoi sentimenti e di trasmettergli i suoi.

RISPECCHIAMENTO:

L’atteggiamento del figlio può essere anch’esso molto presente in noi. L’invidia, la gelosia ci fa stare fuori dalla festa, dalla gioia, caratteristica che dovrebbe permeare l’esistenza del cristiano. E’ bene che ci interroghiamo sui nostri sentimenti negativi e sulla loro origine, soprattutto se nascono (come quasi sempre nascono) dall’invidia e dalla gelosia. Intravedi sentimenti negativi che oggi ti  stanno rubando la gioia?


5. Chiamati ad essere canali dell’amore concreto  del Padre

Vorrei, infine, porre alla nostra attenzione un altro personaggio che non abbiamo ancora posto nella nostra scena, ma che ha un posto importante in questo racconto: il servo, che rappresentiamo con un telo azzurro. E’ uno di quei servi che ha provveduto a preparare e portare il vestito più bello al figlio che gli ha messo l’anello al dito, che gli ha preparato il delizioso banchetto… quel servo, ancora, che ha colto e con delicatezza ha comunicato al fratello maggiore il motivo della gioia e della festa: riavere il figlio sano e salvo.

Il servo, i servi, sono stati canali dell’amore del padre. Il figlio minore si è sentito attorniato da mille attenzioni, da mille cure, perché i servi hanno fatto il loro dovere… fedeli al padre. Perché ne hanno colto l’importanza: il figlio è salvo.

RISPECCHIAMENTO

Quanto noi, nella nostra vita, ascoltiamo il comando del padre: presto, portategli il vestito più bello, mettetegli l’anello al dito, ammazzate il vitello grasso… Quanto sentiamo l’urgenza del Padre, di far sentire amato il figlio?

E cosa significa, per noi, concretamente, portare il vestito più bello, mettere l’anello al dito, ammazzare il vitello grasso (cioè preparare la festa) per il fratello?

 

Conclusione

Abbiamo fatto un viaggio dentro una storia, che in realtà è la storia della nostra vita. Perché in tutti noi ci sono tutti questi personaggi: il padre che accoglie, paziente, il figlio autosufficiente, il figlio invidioso, il figlio perfetto, il figlio tra il letame dei porci, il figlio con i vestiti strappati… e anche questo servo… Perché, se siamo in questo cammino di fede, cristiano, non possiamo non aver incontrato in noi queste esperienze.

Ma fermiamoci al nostro oggi. Ora, in questo momento, chi sono? Chi vorrei essere, nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia comunità, nella chiesa?



Scarica il testo della meditazione: IV DOM QUARESIMA C

CONVERTIRSI ALL’AMORE (Lc 13,1-9) (III Dom. Quaresima C)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». (Lc 13,1-9)

Introduzione

Continuiamo il nostro cammino quaresimale ancora lasciandoci guidare dal Vangelo di Luca. Il brano che abbiamo letto è tratto da una sezione del vangelo (12,54-13,35) definita appello urgente alla conversione. E’ necessario convertirsi, cambiare rotta… e il discorso ora è rivolto a tutti, alle folle, non più solo ai discepoli. Qualcuno interpreta questo appello come il tentativo di Gesù di far cambiare atteggiamento ai farisei, altri invece come discorso generale che deve toccare ciascuno personalmente. Noi lo riceviamo come un discorso per noi: un invito alla nostra conversione personale. Ma fermiamoci in particolare ai versetti che oggi la liturgia ci propone.


1. La causa della sofferenza

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

In questa prima parte sono presentati due fatti di cronaca, attestati solo da Luca e non da altre fonti:

  1. Una repressione nel tempio, durante le celebrazioni della festa pasquale. Alcuni galilei avevano sacrificato i loro agnelli, e il sangue doveva essere versato dai sacerdoti sull’altare degli olocausti. La strage compiuta da Pilato nel tempio, con la profanazione del sangue sacrificale, assumeva la gravità di un sacrilegio.
  2. Crollo della torre presso la piscina di Siloe, che rovinò su 18 persone.

Il primo è posto da alcuni al giudizio di Gesù, il secondo è citato da Gesù stesso come ulteriore esempio. Vorrei rappresentare questi due fatti stendendo un telo rosso scuro, che ricorda il sangue, la morte.

Questa realtà di sofferenza è posta al giudizio di Gesù. Perché? Perché c’era un modo di vedere le cose, un modo opprimente, e cercano in Gesù una risposta nuova. Ciò che la cultura religiosa insegnava era questo (togliere il telo rosso, porre un telo nero steso e rimettere sopra il telo rosso): il male, tutto il male, veniva perché “sotto” c’era un peccato, un grande peccato che suscitava l’ira divina e quindi il castigo. Davanti ad una sofferenza, improvvisa, ad una catastrofe, la credenza comune era, cioè, che le disgrazie punissero delle persone che – in qualche modo – avessero commesso degli orribili peccati. Allo stesso modo era letta la malattia o l’handicap: come un intervento di Dio che, dall’alto della sua giustizia, scatenava la sua ira divina e infliggeva il castigo.

Gesù dà voce al loro pensiero, a questa credenza:

Credete che fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?

Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?

La domanda di Gesù è provocante: sarà che esiste un peccato più grande che merita questo? Qual è questo peccato più grande? E’ l’interrogativo che stava nel cuore di tutti: Che colpa avevano? E’ la grande domanda che abbiamo tutti noi, che ha sempre l’uomo davanti a una tragedia che non comprende.

Ma, ancora più a fondo, questa credenza mostra un modo di vedere Dio. Come è visto Dio? Così (porre un telo bianco, che rappresenta Dio, che abbraccia il telo rosso). Ecco la risposta che si dava al male: viene da Dio. E quindi, la vera domanda che Gesù pone in realtà è su Dio: credete che questa sofferenza è voluta da Dio? Dio è veramente un Dio castigatore?

 

RISPECCHIAMENTO:

Allora guardiamo subito alla nostra vita: probabilmente tutti noi si sono fatti questa domanda, tutti noi siamo stati toccati da qualcosa che ci sembrava ingiusto. E tu, hai dato la responsabilità a Dio di un male che ti ha toccato? Quando hai posto a Dio questa domanda?


2.  Una risposta liberante

Davanti a questa domanda, Gesù risponde chiaramente: No.

No, io vi dico…

Gesù usa la stessa risposta davanti ai due fatti. E questo no è liberante.

Libera l’uomo (togliere il telo nero e metterlo a un lato). Non c’è peccato che faccia meritare la morte e la sofferenza. Quegli uccisi non avevano nessuna colpa più grande di quella di ogni altro uomo sulla terra.

Ma, d’altra parte, questo NO libera Dio (togliere il telo bianco e metterlo a un lato). Dio non è il Dio della morte, del giudizio e del castigo, e l’asse portante del rapporto tra uomo e Dio non è il peccato. L’esistenza non si svolge nell’aula di un tribunale, Dio non spreca la sua eternità in condanne o in vendette, perché Dio è amore (P.Ermes Ronchi).

Gesù risponde, così, a tutti coloro che, vivendo una condizione di malattia o sofferenza, si interrogano sulla propria responsabilità: questo non è un castigo divino.

E allora, da dove viene il dolore? Perché questo telo rosso? Gesù mette in gioco la libertà umana, ristabilisce le responsabilità: gran parte del dolore che viviamo ce lo siamo creato. La croce ce la danno gli altri o ce la diamo noi stessi con uno sguardo contorto e mondano della realtà (P. E. Ronchi). Togliendo la responsabilità del dolore a Dio, viene riconosciuta la responsabilità dell’uomo. La causa del crollo della torre di Siloe è in chi ha costruito quella torre sbagliando i calcoli, nell’impresa che ha usato materiali scadenti; quegli uomini nel tempio sono morti perché i romani volevano espandersi e lo facevano attraverso la violenza. Non esiste un intervento di Dio, diretto e puntuale, le cose, la realtà, vivono una loro autonomia e seguono le loro leggi, che possiamo conoscere.

La risposta di Gesù è liberante non solo perché libera Dio e l’uomo da un giogo, ma perché libera la libertà dell’uomo. E la sua responsabilità. E Dio, allora? L’abbiamo posto a un lato, perché non è che Dio scompare, che Dio non si interessa. Dio c’è, e guarda… Ma anche lui si ferma di fronte alla nostra  libertà.

Dio è limitato, quindi? No, ma ferma la sua mano e ci lascia liberi, perché vuole dei figli, non dei sudditi.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo adesso alla nostra vita. Vi invito ora ad immaginare questo sguardo di Dio su di te, su di te che soffri e non sai perché, su di te che piangi, che non comprendi, che senti tutto questo nella tua carne… Dio non vuole il male. Dio ti guarda e vuole sostenerti… ma non può intervenire, togliere il male, perché quel male, che stai sperimentando, è frutto della libertà degli uomini, è frutto della loro libertà usata male… Come ti senti davanti a questo sguardo?


3.  Il richiamo alla responsabilità dell’amore

Ma Gesù da completezza alla sua risposta:

ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

E qui cito P. Ermes Ronchi: “Gesù  conclude: noi discepoli siamo chiamati a leggere questi eventi disastrosi come un monito che la vita, non Dio, ci fa: sotto la torre crollata potremmo esserci noi. Il tempo è serenamente fugace, tragicamente breve, approfittiamo di questi giorni come giorni di salvezza e di conversione, non aspettiamo, non temporeggiamo. Gesù l’ha messo come comando che riassume tutto: amatevi, altrimenti vi distruggerete tutti. Il Vangelo è tutto qui. Amatevi, altrimenti perirete tutti, in vite impaurite e inutili.

Se l’uomo ha la responsabilità sulla vita, sulle cose, sul male, Gesù richiama anche a un’altra responsabilità: la responsabilità dell’amore. Solo se l’uomo si converte all’amore, non accadranno più guerre, omicidi, disastri… L’uomo ha la possibilità di costruire o di distruggere, di amare o di odiare, di usare violenza o far sperimentare la tenerezza. Questo dipende dall’uomo. E allora, vicino a questo telo rosso, pongo un telo verde, che rappresenta la persona, che rappresenta ciascuno di noi. Noi siamo responsabili della sofferenza e lo saremo finché non ci convertiremo. E allora mi piace sottolineare il termine conversione non tanto come ritorno a Dio, quanto come ritorno all’uomo, all’umanità. Siamo fatti per l’amore, ci realizziamo nell’amore, la famiglia umana cresce e si salva solo nell’amore…

 

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un altro rispecchiamento: dove devo convertirmi all’amore? Ossia, dove non sto amando, non sto costruendo, non sto offrendo tenerezza, e quindi genero sofferenza, distruzione, dolore?


4. La vera immagine di Dio

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Ma a Gesù preme non solo rispondere sulla causa del male, ma anche andare a fondo sull’immagine di Dio, sul volto di Dio. Perché non sia più visto come un Dio assassino, ma come è veramente, Dio amore. Ma anche per rispondere a un’altra domanda: “Se Dio è buono, perché non (mi) evita il male?”.

Ed ecco allora la parabola. C’è un Padrone (TELO SCURO, da porre vicino all’uomo e al telo rosso) che guarda l’Albero di fico sterile, che è questa situazione di violenza, di distruzione… Se Dio è questo padrone, allora è come ce lo presentava il Battista: pronto a tagliare l’albero improduttivo, con l’ascia alla radice per sradicare il fico che non porta frutto. Ma accanto a questo padrone che, giustamente, vuole togliere il fico, c’è un contadino, che gli propone di aspettare e se ne prende la responsabilità: sarà lui a zappettare e a concimare l’albero. Se non darà frutti, allora lo taglieranno. Chi è questo contadino? Ecco la vera immagine di Dio (mettere il telo di Dio più vicino all’uomo): non il padrone esigente, che pretende giustamente dei frutti, ma il contadino paziente e fiducioso: «Voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto».

Allora Dio non è là che se ne sta a guardare, mani in mano. Dio rispetta la nostra libertà ma, allo stesso tempo, ci zappetta intorno, come? Attraverso le prove della vita… (telo marrone attorno all’uomo). Così ci concima, e sappiamo che il concime è letame… ma sarà che è sempre e solo negativo? Ricordiamo l’esperienza del letame nella parabola del figlio prodigo… E Dio è paziente: Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest’albero è buono, darà frutto! E Dio CONTINUA A DIRE A CIASCUNO DI NOI: Tu sei buono, darai frutto!

 

RISPECCHIAMENTO:

E tu accogli, nella tua vita, questo lavorio di Dio su di te, che permette anche le prove, ma perché tu ne esca migliore, ne esca rafforzato nell’amore? Percepisci queste mani che ti stanno “lavorando”?


5. Il nostro cuore duro e impaziente

Ma abbiamo introdotto, nella nostra scena, un altro personaggio, con questo telo scuro. Chi è questo padrone che giudica, che vuole far giustizia subito, che pretende che tutto sia perfetto? Abbiamo detto che non è Dio… ma forse siamo proprio noi. Vi ricordate la parabola del grano e della zizzania, dove c’è il servo che vuole buttare via subito la zizzania, fare subito pulizia? E’ lo stesso atteggiamento. Questo telo scuro siamo noi, che abbiamo in noi la tendenza a giudicare sempre, ad accusare, a colpevolizzare, a voler eliminare il male a tutti i costi… La, nella parabola del grano e della zizzania, era il servo a proporre questo, qui è il padrone. Ancora una volta per sottolineare la nostra responsabilità: Siamo noi i “padroni”, responsabili delle nostre vite. Ma Dio ci invita ad accogliere, in noi, questa dinamica di luci e ombre, questa copresenza di male e bene, questa coscienza che il male c’è ed è radicato in noi… ma se permettiamo a Dio di aiutarci, di plasmarci, allora possiamo vincere il male con il bene…

RISPECCHIAMENTO:

E tu, sei capace di aspettare, di vivere la pazienza davanti all’esperienza del male?

 

Conclusione

Come sempre facciamo, ci poniamo, alla fine di questo incontro, davanti alla scultura che abbiamo creato. Il peccato (telo nero) è là, è rimasto nella scena ma è fuori di noi, come qualcosa che c’è ma non ci determina. La sofferenza inspiegabile c’è, accanto a noi, forse dentro di noi. E noi oggi possiamo essere in questo telo verde, che si prende la responsabilità sulla vita, sul mondo, sul bene e sul male, e cerca di migliorare, di convertirsi all’amore, lasciandosi aiutare dal “contadino” che è Dio… oppure in questo telo scuro, impaziente, giudice, dal cuore duro che si erge a padrone, a giudice e giustiziere…

RISPECCHIAMENTO:

Ed ecco allora il nostro ultimo rispecchiamento. Oggi dove scegli di stare?

 

 

Da P. Ermes Ronchi: Ecco chi è Dio: come un contadino, si prende cura di questo fico, di questo campo seminato, di questo piccolo orto che io sono, mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l’anno prossimo porterà frutto». Il Dio paziente, che sa aspettare. In questo forse c’è il miracolo della pietà divina: una piccola probabilità, uno stoppino fumigante sono sufficienti a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri. Convertirsi è credere a questo Dio contadino, simbolo di speranza e serietà, affaticato attorno alla zolla di terra del mio cuore.



Scarica iltesto della Meditazione: III DOM QUARESIMA C

Incomprensione (Lc 9,28-36) (II Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.  Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.  Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».  Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.  (Lc 9,28-36)



 

Introduzione

Nella seconda domenica di Quaresima la liturgia ci fa contemplare il mistero della Trasfigurazione. Oggi ascoltiamo questo brano con gli occhi e con il racconto di Luca, che ha caratteristiche proprie. Innanzitutto, il tempo: Luca inizia il racconto con una modifica cronologica rispetto agli altri sinottici: parla di 8 giorni dopo invece che 6. Come mai? Forse vuole alludere alla Domenica, l’ottavo giorno, visto che il tempo a partire da cui si riferisce è il giorno della rivelazione della sua Passione e morte… Per dire che, davanti a qualsiasi dolore, arriva sempre l’ottavo giorno che è il giorno della vittoria di Gesù sulla morte, della rivelazione piena della gloria…

Ma vediamo passo dopo passo questo evento.

 

1.     Sul monte a pregare

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.

Il luogo dove si svolge il racconto di oggi è il monte, e vorrei rappresentare qui il monte, con questo telo marrone. E mettiamo in cammino verso questo monte Gesù (telo rosso), Pietro (telo blu), Giovanni (telo azzurro) e Giacomo (telo verde).

Già notiamo alcune piccole differenze con gli altri evangelisti. Siamo abituati a nominare Pietro, Giacomo e Giovanni, ma qui l’ordine è diverso: Pietro, Giovanni e Giacomo. Nella comunità dove Luca scrive la persona di Giovanni è maggiormente conosciuta rispetto al fratello Giacomo, per questo è nominato in ordine diverso rispetto alla fonte originale.

Ma, al di là di questa piccola variazione, Luca aggiunge la motivazione dell’andare sul monte: pregare. Il monte, sappiamo, indica il luogo della presenza di Dio, del contatto con Dio; già di per sé è il luogo della preghiera. Ma Luca sottolinea che prima di ogni evento importante, Gesù si mette in preghiera.  Ma non lo fa da solo, porta altri con sé, perché ogni momento sia occasione di formazione per i suoi discepoli. Non chiama tutti, ma solo tre. I tre che vivono le esperienze più intense di Gesù. Altri, allora, rimangono giù, e li simbolizziamo con due teli viola e arancione.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo allora questa scena così schematizzata, e possiamo chiederci: dove sono io, nella mia esperienza di seguire Gesù? Sono subito dietro di lui come Pietro, che anche se chiamato con tutti i suoi limiti manifesta sempre il desiderio di stare con lui, o come Giovanni, che riflette il suo amore per Gesù ed è ormai conosciuto dalla comunità, o Giacomo, chiamato a seguire Gesù nei momenti più particolari… o, ancora, sono uno degli altri, che non ha ancora sentito questa chiamata di prossimità a Gesù, e che percepisce che deve ancora crescere nella fede o forse è invidioso nei confronti degli altri tre… Tu dove ti trovi, in questo momento della tua vita?


 

2.     La preghiera che trasforma

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Allora poniamo Gesù, qui, sul monte, a pregare… Gesù prega, si mette in relazione, e qui vorrei mettere un telo bianco per rappresentare il Padre, in questa relazione. Gesù non è da solo, è in un rapporto, e qualcosa succede: il suo volto cambia. E rappresento questo cambiamento avvolgendo il telo rosso con un altro telo bianco

Luca, a differenza di Matteo e Marco, non dice si trasfigurò, ma sottolinea il volto… Questa sottolineatura richiama un testo dell’Esodo, quando Mosè entrava nella tenda per parlare faccia a faccia con il Signore, e usciva con il volto raggiante, tanto che gli altri non potevano guardarlo, ed egli era costretto a coprirsi il volto…

La causa è la stessa: il rapporto intimo e profondo con Dio. Questo stare faccia a faccia… Certo, le due esperienze sono totalmente differenti. Il volto di Mosè brillava come riflesso della Gloria di Dio, Gesù di luce propria, per la propria gloria…

RISPECCHIAMENTO:

Il tuo incontro con Dio, nella preghiera, ti trasforma? Ti fa raggiante? Tanto che gli altri si accorgono che sei cambiato, che Dio è con te, vicino a te, in te? Se questo non succede, sarà che il nostro incontro è veramente intimo e profondo con Lui?


 

3.     Incapaci di entrare nel mistero

Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 

La relazione piena con il Padre apre ad altre relazioni. Persone che possono sostenerlo, incoraggiarlo, nella sua adesione alla volontà del Padre. Poniamo allora qui due teli dorati, a rappresentare Mosè ed Elia. Luca ci dice ancora due dettagli, che non abbiamo negli altri evangelisti: l’argomento della conversazione (il suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme) e il sonno dei discepoli, che non è nominato dagli altri evangelisti, anzi, per gli altri tutti sembrano ben svegli e attenti…

Vorrei rappresentare il sonno dei discepoli ponendo un velo sopra di essi… Andiamo al di là della fisicità per cogliere il significato profondo di queste parole. Gesù con Mosè ed Elia conversava del suo mistero, del disegno di Dio sull’umanità, che prevedeva questo esodo a Gerusalemme con il suo triste epilogo. Era un mistero molto grande da portare, anche per Gesù stesso, come uomo, ma ricevette forza… i discepoli, però, non erano in grado di comprendere… il sonno indica l’incapacità, per loro, di cogliere un mistero tanto grande. Ma poi tutto sarà chiaro, dopo la Resurrezione anche questa esperienza sarà compresa in pienezza, come tutto il disegno di Dio.

Ma cosa colgono i tre, quando si svegliano, quando questo “velo” viene tolto (togliere il velo)? La gloria, e la presenza dei due uomini più importanti della storia di salvezza del loro popolo. In fondo in quel momento loro avevano bisogno di questo, di essere rafforzati nella fede, dopo le parole oscure di Gesù rispetto alla sua morte.

RISPECCHIAMENTO:

Cosa rappresenta questo velo per noi, quella cosa che ci tiene addormentati, incapaci di vedere con chiarezza?


 

4.     Rimanere per sempre nella gloria

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 

Pietro non comprende, e cerca una soluzione perché quel momento di gloria non finisca. E propone di costruire tre capanne, probabilmente perché quel clima gli ricordava il tripudio della Festa delle Capanne, quando si costruivano capanne per ricordare l’Esodo e l’attesa del messia trionfante. La sua percezione è completamente sballata: non aveva compreso nulla di quanto Gesù aveva predetto loro: egli non attendeva il tripudio e la gloria  ma la morte e il dolore. Quel momento di gioia aveva fatto completamente dimenticare le parole di Gesù, oppure forse non le voleva ricordare, così come ha preferito il sonno all’ascoltare sull’esodo in Gerusalemme di Gesù. Ma,

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 

Al sonno di prima, che abbiamo rappresentato con un velo che “separava” questi tre uomini dalla realtà, si contrappone ora una nube, che li avvolge. Il significato è opposto: il sonno evitava loro di comprendere, la nube invece rivela. Rivela la presenza di Dio, di fronte alla quale la reazione normale è il timore. E metto simbolicamente il telo con cui ho rappresentato il Padre ad avvolgere questi uomini. Fino a quel momento, in fondo, non avevano colto la Presenza del Sacro. Adesso, la colgono, e sentono la propria miseria e la propria piccolezza. E questa nube, invece di nascondere, rivela: il progetto del Padre. Questi è il mio figlio, l’eletto, ascoltatelo...

Anche qui una differenza. Per gli altri evangelisti Gesù è l’Amato. Per Luca è l’Eletto, in sintonia con tutto ciò che abbiamo detto finora: Gesù è il servo del Signore scelto per portare la salvezza all’umanità. E come accogliere e conoscere il vero progetto di Dio? Ascoltatelo. Pietro aveva quasi voluto dimenticare le sue parole… Il Padre invita ad ascoltarle. Ma non solo ascoltare le parole del Figlio, ma ascoltare il Figlio.  Che parla non solo con le parole, ma con la vita, consegnata al Padre per la salvezza del mondo.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua esperienza anche tu “selezioni” le parole di Gesù, accogliendo magari quelle più facili da vivere, e ignori le altre? Qual è la Parola di Gesù che oggi senti più difficile vivere?


Conclusione

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Come si conclude la storia? Gesù rimane solo. Rimane solo per affrontare quello di cui avevano parlato con Mosè ed Elia: il suo cammino verso Gerusalemme dove avrebbe affrontato la morte. E’ solo perché nessuno lo comprende, nemmeno quei discepoli che aveva scelto per accompagnarlo in questo momento. Solo perché nelle sue mani c’è un progetto che, per quanto difficile e pesante sia, nessun altro può aiutarlo a portare…

E i discepoli tacquero. Come si tace davanti a una persona che ha perso la persona più cara, come si tace davanti a chi sta vivendo una grande sofferenza. Che loro stessi non si sentono capaci di portare…

Non c’è bisogno per loro, come raccontano invece Marco e Matteo, che Gesù intimi di non parlare. Loro stessi tacciono, non hanno parole. Perché hanno compreso che non possono dire parole, ma solo ascoltare. E, nel silenzio, cominciano ad ascoltare quel Gesù che a poco a poco chiarirà il disegno di Dio per l’umanità. Lo ascolteranno dove? Non più sul monte (togliere il telo del monte) ma nella vita quotidiana…

E anche noi allora, a conclusione, facciamo un ultimo rispecchiamento.

RISPECCHIAMENTO

Quale segreto stai custodendo nella tua vita, stai tacendo perché forse incompreso o forse anche perché troppo pesante e non saresti in grado di comunicarlo, di condividerlo…? E, davanti a questo tuo “segreto”, riesci a trovare la forza nell’Ascolto della sua Parola, che avviene nel quotidiano?

 

SCARICA LA MEDITAZIONE: II DOM QUARESIMA C

 

Il pericolo del “fuori strada” (Lc 4,1-13) (I Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».  Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.  (Lc 4,1-13)


Introduzione

Siamo nella prima domenica di Quaresima, dell’Anno C, quindi continueremo ad essere guidati, in questo tempo forte, dall’evangelista Luca che, sappiamo, tra le sue caratteristiche, annovera quella di approfondire il volto di Dio come misericordia. E questo volto risalterà sicuramente in questo tempo in cui siamo invitati a guardare alla benevolenza di Dio, alla sua misericordia e il suo amore per gli uomini attraverso il dono del Figlio.

Ma tutti gli anni la Quaresima inizia con questo brano, il brano delle Tentazioni. Quasi a metterci in guardia che quando s inizia un tempo di grazia, un tempo speciale, bisogna tenere gli occhi e il cuore bene aperti per non rischiare di perdere il tempo e di perdere la grazia, pensando che ci siano cose più importanti.

Entriamo quindi in questa storia così come Luca ce la presenta.

 

1. Dall’acqua al deserto

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

In quel tempo… di quale tempo si tratta? Un tempo veramente speciale. Gesù aveva appena vissuto il battesimo nel Giordano, accettando il progetto del Padre su di lui, che era quello di abbassarsi verso i peccatori, assumerli con la sua vita e salvarli. Per questo simbolicamente era sceso nelle acque ed era risalito, prefigurando questo scendere a cui era chiamato per risalire, portando tutti gli uomini alla salvezza.

L’ultimo versetto mostrava il compiacimento del Padre per questa scelta del Figlio: dal cielo aveva fatto sentire la sua voce. “Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”.

Con certezza queste parole avevano riempito di gioia Gesù. Perché quando qualcuno ci ama non si può non sentire la gioia. Inoltre, Gesù fu pieno di Spirito Santo, gioia, amore… E lo Spirito Santo comincia a condurlo, ma in luoghi impensati.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto

C’era un fiume, una fonte di acqua, che rappresentiamo con un telo azzurro. Gesù si allontana da questa fonte e va nel deserto, che rappresentiamo con un telo marrone chiaro. Un grande contrasto. Di qua: acqua, vita, freschezza, pulito, purificazione… Di là: sabbia, deserto, morte, sporcizia… Dove manca l’acqua manca la vita. E pongo il telo di Gesù, rosso, qui, nel deserto.

Ma perché Gesù va nel deserto? Era guidato dallo Spirito. Vorrei aggiungere, allora, vicino a Gesù, avvolgendo Gesù, un telo bianco per indicare la Presenza dello Spirito in lui. Era pieno di Spirito Santo. Probabilmente nemmeno Gesù sapeva il significato del suo andare là; quello che sapeva, con certezza, era di dover andare là, perché lo Spirito glielo indicava come volontà di Dio. E non fu solo un andare e tornare, ma anche uno stare. Era guidato dallo Spirito, il tempo verbale indica l’azione continuata dello Spirito. Per quaranta giorni, quaranta lunghi giorni, lo Spirito lo guidò a stare là. Lontano dalla fonte d’acqua e immerso nel deserto.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua vita ti è accaduto che Dio ti guidasse in un’esperienza di buio, di “deserto”? Sentendo chiaro che era il Signore che ti chiedeva di affrontare e superare quel momento?



2. Guida e tentatore

Tentato dal diavolo

Ma accanto allo Spirito, si presenta un altro personaggio, la cui azione è anch’essa continua: il diavolo. A differenza di Matteo, che sottolinea che il diavolo si avvicinò a Gesù al termine dei 40 giorni, Lc sottolinea che il diavolo era là sempre, così come lo Spirito. Vorrei allora aggiungere, nel deserto, un telo nero, simbolo del diavolo che, costantemente, si relazionava con Gesù, così come lo Spirito Santo si relazionava con lui. La differenza? Lo Spirito Santo guidava, il diavolo tentava.

Mi piace poter relazionare questi due verbi, che sintetizzano l’azione di queste due presenze al fianco di Gesù, e mi piace relazionarle pensando alla metafora della strada (mettere un telo lungo a simbolizzare la strada davanti a Gesù). Lo Spirito guida, a percorrere una strada, la strada del bene, del progetto di Dio, della Sua volontà… il diavolo tenta per portare fuori strada, per farti sperimentare – provare altre cose mostrandole più allettanti… La tentazione è il deviare, è lasciare la strada della volontà di Dio. E questo fu per quaranta giorni, che simbolizzano i 40 anni di vita nel deserto del popolo ebraico, dove era condotto da Dio ma allo stesso tempo continuamente tentato, 40 anni ossia una generazione, una vita, tutta la vita…

RISPECCHIAMENTO:

Credo che questa immagine parli chiaramente anche alla nostra vita. Anche, noi, nel nostro quotidiano, sperimentiamo queste due presenze, e sappiamo che c’è una strada certa, quella della volontà di Dio. Come viviamo queste due “relazioni” che in fondo stanno sempre dentro di noi, lo Spirito che guida e il tentatore che cerca di farci deviare il cammino? Riconosco, nella mia vita, queste due “presenze”, e questa lotta che, anche io, sono invitato a sostenere?


 

3. Nutrito dall’amore

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Voglio allora rappresentare, fuori dalla strada, come tentazioni a uscire dal sentiero, le tre proposte che il diavolo fa.

Innanzitutto, pongo un telo grigio per rappresentare la pietra. Gesù, con certezza, dopo quaranta giorni, aveva fame. Molto probabilmente Gesù aveva fame anche prima, umanamente doveva sentire questa necessità. Ma sembra che questa necessità acquisti una coscienza nuova al termine dei 40 giorni. Ebbe fame, ossia la sua necessità assunse proporzioni enormi. Tanto da fargli cercare, attorno, una soluzione. Ma c’erano solo pietre… Spesso ho sentito che vivere nel deserto può portare ad allucinazioni, quando tu desideri l’acqua e ti sembra di vederla… ma è solo illusione. Sarà che la fame di Gesù gli ha fatto vedere pane al posto di pietra? Ciò che ci interessa sapere è che era tutto illusione. Ma se l’illusione, l’allucinazione per un uomo qualsiasi è semplicemente una malattia neurologica, per Gesù poteva avere un significato molto più profondo: lui poteva trasformare le illusioni in realtà. Con il suo potere.

Ecco allora la tentazione. Uscire dalla strada, che è la strada dell’incarnazione, del vivere come uomo, trasformando la realtà a proprio piacimento, quindi andando contro le leggi della vita e della natura. Lui poteva… ma ha scelto l’incarnazione. E risponde di no.

Anche Luca, come Matteo narra che Gesù risponde con la Parola del Deuteronomio 8,3 ma non la cita al completo (ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio). Perché? Perché in Deuteronomio, la Parola uscita dalla bocca di Dio era la manna, che aveva sfamato fisicamente i suoi nel deserto. Per Luca la Parola in pienezza è Gesù e la sua Rivelazione dell’Amore di Dio. Quasi a dire: non si vive solo di alimento fisico. Ma ci sono altri alimenti che fanno vivere l’uomo, ed è prima di tutto il sentirsi amato. Gesù ha vissuto quei 40 giorni nel deserto sostenuto da quella frase che il Padre gli aveva rivolto: Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto. Gesù era cosciente che l’alimento dell’Amore di Dio permette il miracolo della vita. E sappiamo quanto questo sia realtà anche nella vita. Ci sono persone che hanno tutto, ma che perdono la vita, si lasciano morire, o si tolgono la vita semplicemente perché non si sentono amati…

RISPECCHIAMENTO:

L’amore di Dio mi sta “alimentando”, ossia mi sta dando la forza per sostenere le prove dure della vita? Sto percependo chiaro questo amore per me?


 

4. Dall’alto al basso

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

La seconda tentazione, per Luca, accade in un istante. Per dire che si tratta di una rivelazione interiore, vissuta nell’intimo della sua persona. Infatti Luca non parla di un monte alto, come Matteo, ma in alto probabilmente intendendo qualcosa di estremamente profondo e intimo. La tentazione è quella del potere, della gloria, della ricchezza: tutto sarà tuo.  Ma in cambio, dopo aver visto dall’alto, il prostrarsi a terra (porre un telo marrone a rappresentare la terra, sempre fuori dalla strada). Un’esperienza paradossale: dall’estrema altura all’estrema bassezza. Quasi a dirci che il risultato di cercare il potere con le proprie mani ti porta all’estrema umiliazione… ed è facile vedere come metafora di questo la parabola del figlio prodigo: il figlio che ha cercato con le sue mani la gloria, la ricchezza, il potere, di fatto si è ritrovato a pascolare porci… La vita in Dio ha la legge completamente opposta: adora il tuo Dio, e egli ti innalzerà. Ma Dio lo ha innalzato, e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi…

Cambia completamente il punto di vista. Se l’obiettivo è la ricchezza, il potere, la gloria, prima o poi ti troverai prostrato, perché è questo ciò che vuole il maligno: ridurti alla piena umiliazione. Ma se il tuo obiettivo è Dio e la sua volontà, e umilmente ti consegni a Lui, ti lasci guidare da Lui, stai certo che la ricompensa sarà grande: sarà Lui che ti innalzerà, perché Dio è il Dio che innalza gli umili (cf. Magnificat).

RISPECCHIAMENTO:

E qual è il mio, il tuo punto di vista, il tuo criterio, il tuo obiettivo? E’ la ricchezza, la gloria… o la volontà di Dio?


5. Una fede che non chiede prove

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Luca pone come ultima tentazione quella che per Matteo, che sarebbe ritenuta la versione originale, è la seconda. Probabilmente una motivazione è l’importanza che, nel Vangelo di Luca, assume la città di Gerusalemme. E’ là che ci sarà l’attacco più grande del Tentatore, del Diavolo. Questa ultima tentazione prefigura il grande attacco che Gesù vivrà là.

La tentazione assume una valenza religiosa, riguarda il rapporto con Dio. Forse era chiedere una prova di quell’amore che Dio aveva manifestato solo 40 giorni prima, e che ha continuato a nutrirlo per 40 giorni nel deserto? E pongo un telo rosso, a indicare questo amore di Dio. La tentazione di Gesù di avere una prova dell’amore di Dio è in fondo la tentazione che ciascuno di noi vive nel momento della prova, nella difficoltà, quasi a voler provare che Dio continua ad esserci ed accompagnarci. Ma Gesù risponde con sicurezza: non metterai alla prova il Signore tuo Dio. Ossia, davanti a Dio non puoi pretendere prove, ma il rapporto con Dio è nutrito solo di Fede. La fede non si può provare, una cosa che si prova fa uscire dall’ottica della fede. E Gesù continua a credere che Dio lo custodisce e lo sorregge anche nel momento del deserto e della fame.

RISPECCHIAMENTO:

E tu hai chiesto qualche volta la prova dell’amore di Dio? Sei riuscito a vivere nel deserto mantenendo la fede che Dio era presente e ti custodiva e ti sorreggeva?

 

Conclusione

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

E con questo, il diavolo ha esaurito ogni tentazione. Perché? Non ce ne sarebbero altre? La tentazione, dicevamo all’inizio, era di uscire dalla strada della volontà di Dio, che era la strada dell’incarnazione, usando altri poteri… Il suo potere, per trasformare la pietra in pane, un potere esterno (del diavolo), per avere tutti i regni, il potere di Dio per dimostrare di poterlo comandare. Ma Gesù rinuncia ogni potere. E la sua vita sarà una rinuncia al potere. Che lo porterà a salire là, sulla Croce, dove il diavolo, ancora una volta, ricomparirà, riproponendogli di riacquistare il potere…

E allora, alla fine di questo percorso, vediamo un ultimo rispecchiamento:

RISPECCHIAMENTO

Quale di queste tentazioni maggiormente è presente nella mia strada? Avere io potere, approfittare del potere dell’altro o comandare il potere di Dio?



SCARICA IL TESTO: I DOM QUARESIMA C

L’agire ispirato dall’amore (Lc 6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:  «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.  Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Lc 6,39-45


 

Introduzione

La Parola di oggi continua il discorso della pianura che abbiamo cominciato a leggere tre domeniche fa. La prima domenica, se ricordate, abbiamo schematizzato la scena del discorso, mettendo Gesú al centro con tutti i suoi discepoli davanti: poveri, affamati, afflitti… E abbiamo aggiunto anche, tra i discepoli, alcuni chiamati a cambiare atteggiamento perché “ricchi”, forse non materialmente ma troppo legati alle proprie sicurezze e chiusi alla condivisione fraterna.

La seconda domenica, lo stile del discorso assumeva un tono totalmente sapienziale, e abbiamo viaggiato dentro le parole di Gesù, attraverso le tre strofe del poema da lui pronunciato.

Oggi cambia stile. Non c’é più il tono sapienziale quanto il tono narrativo delle parabole, delle “storie” raccontate da Gesù che hanno l’obiettivo di rivelare qualcosa delle “storie” dei presenti. Il contenuto potremmo definirlo così: il modo di agire cristiano ispirato al comando dell’amore, e vorrei mettere qui, al centro, un telo rosso che indica questo comandamento che dovrebbe ispirare tutta la nostra vita cristiana: l’amore incondizionato, che non cerca la risposta dell’altro. A partire da questo centro, vediamo allora cosa ci dice Gesù.

 

 

(Le tre scene sono schematizzate intorno a questo centro)

1. Il cieco e la luce

Innanzitutto l’introduzione a questo testo. Si parla di due ciechi: può forse un cieco (telo scuro) condurre un altro cieco (altro telo scuro)? Non cadranno entrambi in una fossa? E rappresento la fossa um po’ più in là, con questo telo nero. Che, sappiamo, nel bibliodramma indica il male, il negativo…  Ma pongo, qui, accanto al telo nero, un telo giallo, per indicare la strada giusta, la strada da percorrere… E mi viene in mente la definizione di “peccato”, che significa “sbagliare centro”. Essere ciechi porta a sbagliare centro, a non prendere la direzione giusta, e quando manca la luce non si riesce a vedere, si rimane nella tenebra.

Ma chi è il cieco? Questo stesso testo, in Matteo, è rivolto a farisei, guide cieche che non vedono la luce che è Gesù e quindi fanno sbagliare strada ai discepoli. E per Luca? Luca non parla dei farisei, perché, abbiamo già detto, lui si rivolge a una comunità concreta fatta di cristiani che provenivano dal paganesimo, quindi nel suo vangelo “toglie” tutto ciò che è esplicitamente riferito al popolo giudaico. Chi è, allora, il  cieco? E’ colui che, nella comunità, si erge a maestro, che pensa di sapere la strada ma senza il riferimento fisso alla Luce, che è Gesù… il cieco è colui che pensa di condurre altri senza lasciarsi lui, per primo, condurre sulla  strada vera. Se perdiamo il riferimento, perdiamo la strada. E se siamo chiamati a guidare altri, cosa succede? Gesù parla chiaro: Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Se tu perdi la Luce, pensi di essere tu la Luce, ma in realtà sbagli centro, finisci nel fosso, tu e gli altri. Ma se invece sei ben preparato, ossia vivi e segui ciò che il Maestro ha insegnato, tu diventi come lui (porre un telo giallo che dal telo che rappresenta la luce arriva al cieco e lo avvolge…

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un primo rispecchiamento per noi. Tu sei chiamato a guidare altri?  E non parliamo dei sacerdoti, ma anche un papà, una mamma di famiglia, è chiamata a guidare altri… Chi è questo cieco che tu stai guidando? E il tuo riferimento è la Luce, è Gesù, ti lasci illuminare da lui, o vai avanti per conto tuo pensando di sapere già tutto?



 

2. La pagliuzza e la trave

Il secondo protagonista della parabola di Gesù è un uomo che non è cieco (porre un telo chiaro) ma ha un grande problema: ha una trave davanti (porre un telo marrone scuro) che gli impedisce di vedere gli altri (porre un  altro telo davanti, rimanendo la trave come divisione). In questo caso questo potrebbe vedere, ma ha qualcosa che glielo impedisce…

Ma il problema più grande non è la trave, ma il fatto che lui non la vede! E quindi, non vedendola, non può toglierla…

E cosa fa la trave? Gli impedisce di vedere chiaro, di vedere l’altro così com’è, perché, anche lui, non riesce a ricevere quella luce che permette di vedere. Non solo di vedere fisicamente, ma di vedere con la luce di Dio. L’altro come fratello, come mistero, come perla preziosa, come creatura amata… Quando non si vede l’altro con la luce di Dio, ne cogliamo solo i difetti, per quanto piccoli e insignificanti siano…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo a noi stessi… non ci chiediamo cos’è la trave, perché forse anche noi nemmeno la vediamo… ma cominciamo con il chiederci: chi è che sto guardando, oggi, in negativo? Chi è quella persona di cui sottolineo sempre e solo i difetti? Se per caso nella mia vita, oggi, sto facendo così… allora è il caso di chiedermi: qual è la trave che mi fa vedere così Qual è il suo nome? Ciascuno può dare la risposta, nel segreto del suo cuore.

 

3. Il cuore e la parola

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda»

La terza parabola di Gesù mette al centro l’albero, che è pienamente trasparente: un albero non può dare un frutto diverso da quello che è. Il frutto mostra e identifica l’albero. Ma in realtà l’albero è solo una metafora per indicare, ancora una volta, l’uomo. Gesù distingue due tipi di persone: la persona buona e la persona cattiva (porre due teli dello stesso colore). Ma come fare a distinguerli? Non c’è nessuna differenza, al vederli, non c’è nessun frutto da vedere, fisicamente… Qual è il frutto che fa la distinzione, che mostra di chi si tratta? Il frutto, dice Gesù, è la parola… C’è una parola che costruisce, edifica, consola, accoglie… (porre un telo chiaro intorno a uno dei due) e la parola che distrugge, ferisce, calunnia, denigra, abbatte… (porre un telo scuro intorno all’altro).

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta pensiamo a noi stessi, alla nostra vita… Quale “clima” creiamo intorno a noi,  con le nostre parole? Di accoglienza, di amicizia, o di rifiuto e di giudizio?



Conclusione

Il brano di oggi ci pone davanti queste tre scene, che, dicevamo all’inizio, ci mostrano il modo di agire cristiano ispirato al comandamento dell’amore universale, che abbiamo simbolizzato qui, al centro…

Perché se tu ami veramente l’altro… cerchi per lui il meglio, e ti lasci ispirare dalla luce di Dio… (prima scena)

… se ami veramente l’altro, non guardi di lui solo i difetti, ma sei capace di guardarlo con gli occhi di Dio… (seconda scena)

… Se ami veramente l’altro, lo circondi di accoglienza e di benevolenza, di “bene” “dizione” ossia dici bene di lui, non lo calunni o denigri…

E qui un ultimo rispecchiamento:

In quale di queste tre situazioni devo crescere di più?

 

SCARICA LA MEDITAZIONE:  VIII Domenica del T.O. C

Un incontro che cambia la vita (XXX Dom TO – B)

Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.




 

Introduzione

Stiamo accompagnando, in queste domeniche, il vangelo di Marco, nei racconti che l’evangelista ci dona del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Gesù cammina, non si ferma mai, e mentre cammina, abbiamo visto nelle domeniche scorse, incontra: altri, gli stessi discepoli, che camminano con lui e che ancora fanno fatica a comprendere dove porta quel cammino…

Il versetto 46 che inizia questo brano riporta una indicazione ben precisa. E giunsero a Gerico. E subito dopo, quest’altra annotazione: mentre partiva da Gerico.

Marco non racconta cosa Gesù ha fatto a Gerico. Non racconta i suoi insegnamenti, altri incontri o fatti avvenuti in questa città. Eppure di cose deve averne fatte, per radunare molta folla. Chissà che cosa veva spinto tutta questa gente a seguirlo… E sappiamo che veramente, in Gerico, in quel periodo dell’anno, c’era una folla di pellegrini provenienti dalla Galilea, dalla Perea e da altre regioni che si riunivano per salire insieme a Gerusalemme. Così, molti decisero di partire con Gesù e i suoi discepoli. Ma Marco non racconta il perché. Sembra che siano particolari per lui di poco conto. E, di questa traversata a Gerico, ricorda solo il momento finale, quando stava là, uscendo dalla porta della città.

Desidero mettere qui, in mezzo, questo telo lungo a indicare la strada dove stava camminando Gesù, e in mezzo a questa, un telo marrone, che indica la porta della città. Perché è proprio in questo punto, su questa strada che fa uscire dalla città, che Marco si ferma, osserva, e ci invita a osservare Gesù.

 


1. Molta folla

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla,

Lungo questa strada, che possiamo immaginare qui, davanti a noi, con in mezzo questa porta, Gesù (telo rosso). Gesù con i suoi discepoli (ne indichiamo uno con il telo azzurro), e molta folla, che indichiamo con alcuni teli colorati:

  • arancione, uno di quelli che seguiva Gesù per curiosità;
  • verde, un malato che sperava nella guarigione di Gesù,
  • azzurro, uno che desiderava diventare discepoli di Gesù,
  • viola, uno che seguiva Gesù per criticarlo, per prenderlo in fallo…

… e potremmo aggiungere ancora altre caratteristiche…

RISPECCHIAMENTO:

Anche tu, un giorno, ti sei messo a seguire Gesù. Perché? E oggi, perché stai continuando a seguirlo? Cosa ti stai aspettando da lui?

 

2. Un uomo

il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare

Ecco la descrizione di un uomo, che si distingue dalla folla, anonima, che non viene descritta, e che poniamo qui, ai margini, nei pressi della porta, simbolizzandolo con un telo grigio. Grigio perché gli daremo colore e forma continuando a leggere il vangelo. Perché con 5 espressioni, Marco descrive tutta la realtà di quest’uomo.

  1. IDENTITA’: chi è?
  2. CARENZA: cosa gli manca?
  3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume?
  4. SPAZIO: dove sta?
  5. TEMPO: cosa fa?

Mentre si spiega ogni caratteristica, si lega il telo che la rappresenta al telo grigio,

2.1. IDENTITA’: chi è? (Telo giallo)

Marco ci dice il suo nome, BARTIMEO, che è tutto un programma. Il suo nome significa figlio di Timeo. Marco non ci racconta chi è Timeo, ma il fatto di nominarlo indica una cosa molto importante: l’identità di Bartimeo è di essere figlio: Bar Timeo, Figlio di Timeo. Anche se povero, mendicante, cieco… egli è figlio. Non è stato abbandonato, non è stato rinnegato… nella sua situazione, continua a essere figlio. Ha un padre. Appartiene a qualcuno. Questo potrebbe bastare a lui, e allora vive la sua vita, quotidianamente, li, presso quella porta, perché non è perduto, non è dimenticato.

RISPECCHIAMENTO:

La nostra identità di appartenenza. Tu appartieni a qualcuno? Di chi sei “figlio”? La tua identità da che relazione è data?




 

2.2. CARENZA: cosa gli manca? (telo scuro)

Ma manca qualcosa. E’ cieco, cioè gli manca luce. Non vede, non distingue le cose. Non vive una sofferenza fisica, non c’è qualcosa che gli fa male. Ma qualcosa che gli manca. Che dovrebbe avere ma non ha. Una carenza. E le conseguenze di questa carenza si vedono nelle espressioni successive: sta seduto, sta ai margini, sta a mendicare. La cecità impedisce la libertà: non vedi, non sai dove andare, non puoi camminare…

Da quello che ci descrive Marco, la coscienza che gli manca qualcosa si ravviva nel momento in cui sente passare Gesù. Prima era seduto, tranquillo, non vede, non parla. Muto. Ma Gesù passa e lui comincerà a gridare. La percezione della carenza si acuisce nel momento in cui percepisce che chi porta con sé la pienezza si sta avvicinando…

RISPECCHIAMENTO:

Quale la tua “carenza”? Cos’è che ti manca? Qual è la tua parte “oscura”, senza luce?

 

2.3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume? (telo marrone)

La cecità, dicevamo poc’anzi, toglie la libertà. La cecità paralizza le gambe, perché non vedere il cammino ti fa fermare. Stare seduti è sintomo di chi non vuol procedere in avanti, di chi non vuol crescere. La carenza della sua vita (la luce) gli fa pensare di non poter avanzare. Il cancro, da un luogo del corpo, si diffonde ad altri. Fisicamente avviene così: una piccola cosa blocca tutto. Spiritualmente è lo stesso. Se tu non vedi, se ti manca la luce, pian piano il tuo corpo si paralizza.

Indichiamo questo con il marrone, che indica la fragilità, ma anche il colore della terra, del legno di una sedia… Se ti manca la luce, il rischio è di fermarti alla terra. Non solo si blocca il cammino “orizzontale”, sulle strade del mondo, ma anche il cammino verticale. Ti fermi in un punto e non sali al cielo.

RISPECCHIAMENTO:

In questo momento della tua vita sei in cammino o seduto ai margini?




2.4. SPAZIO: dove sta? (telo crema)

La contraddizione è il luogo dove questo cieco sta seduto: lungo la strada. La strada è il luogo del cammino, è il luogo dell’incontro, è il luogo della ricerca, della speranza… Pensiamo cosa significa stare sulla strada, avere una meta davanti a sé… Quest’uomo, poiché è seduto, è senza meta. Per lui camminare verso destra o verso sinistra non ha alcun senso. Ma proprio per lo stare sulla strada, il mendicante seduto è continuamente soggetto di incontro con chi è in cammino. E’ chi è in cammino che gli da ciò di cui ha bisogno… è chi è in cammino che vede le sue necessità e lo aiuta…

In questo stare sulla strada del cieco intuiamo il suo cercare, il suo essere aperto… Poteva starsene in casa, poteva recriminare tutta la sua vita per la mancanza della vista. Poteva rifiutare la vita. E invece no, si mette sulla strada, anche se non cammina. Accoglie la sfida di essere continuamente sollecitato a immaginare una vita differente, una vita di viaggiatore.

Ma stare lungo la strada, per un mendicante, è anche stare ai margini. E’ stare al limite della vita, nell’emarginazione. E’ stare là, in parte, dove non tutti ti vedono. Chi cammina al centro della strada non ti incontra. Ma non puoi stare al centro, perché saresti investito, dai carri, dalla fretta degli uomini.

Stare sulla strada, accogliere la sfida dell’incontro, ma sempre in una situazione di passività. Incontrando, solo perché l’altro ti incontra, solo perché l’altro ti vede. Manca il primo passo. E’ stare in attesa del cuore aperto degli altri.

RISPECCHIAMENTO:

Guardo il mio cammino… vado incontro agli altri… o attendo che gli altri si avvicinino, si accorgano di me? Ho il coraggio di stare sulla strada o mi chiudo nelle mie sicurezze, nella mia casa, rifiutando l’incontro?

 

2.5. TEMPO: cosa fa? (verde)

Infine, ultima caratteristica: mendicare. Cosa fa, come usa il suo tempo, lo scorrere dei giorni, delle ore, dei minuti? Mendica.

Mendicare è attendere. E’ tendere una mano in attesa di una risposta. E’ dichiararsi carente, bisognoso, necessitato. Un essere bisognoso, che vive la sua vita nell’attesa della risposta al suo bisogno…

Cosa mendica? Soldi, certamente. Ma non solo. Il mendicante mendica incontro, risposta, prossimità. Il telo è verde perché indica speranza. Lo stare a mendicare è espressione della speranza: è credere che qualcuno risponderà. E’ credere nel cuore buono dell’altro. E’ credere che ci può essere, ancora per oggi, vita, incontro che cambia la storia. E’ attendere che qualcosa di buono può accadere…

RISPECCHIAMENTO:

La mia attesa… la mia speranza… dove sono? In cosa credo?

 

Sollevare l’uomo con i 5 teli.

Ecco i colori di quest’uomo. Ecco chi è. Ecco il protagonista di questa storia…

 


3. Un Dio che passa

Ma ecco che succede qualcosa.

Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù e si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro. Con il Signore c’è sempre un “dopo” (p. Ermes Ronchi)

Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Qualcosa cambia nella sua vita. Il rumore di un  passo risveglia in lui qualcosa di nuovo. E lui, che è “Figlio di Timeo”, riconosce il passo di un altro “figlio”, il “Figlio di Davide”. Lui, che “appartiene” a Timeo, sente passare l’ “appartenente” per eccellenza, alla storia, al suo popolo, a se stesso. Riconosce che non può più solo essere figlio di Timeo ma ha bisogno di un’altra appartenenza, a un altro figlio che, nella sua pienezza di appartenenza, lo richiama alla vera appartenenza. Quel “figlio” che stava tranquillo, seduto, mendicando, in attesa, alza la voce, grida, per “appartenere” a un altro.

E nel susseguirsi della storia, possiamo immaginare che tutte queste parti di lui sono interpellate. (prendere i teli uno ad uno):

 

  1. La sua identità, di figlio, gli permette di riconoscere l’altro come figlio, e di sentire la forza che questa figliolanza gli dà…
  2. La sua carenza, non ci vede: riconosce in Gesù la pienezza che può togliere ogni carenza… Riconosce in Gesù quello che può avere pietà di lui, cioè compatire, piangere con lui, perché chi è nella pienezza sente il vuoto dell’altro…
  3. Il suo essere seduto: chiamato, si alza, supera l’incertezza del cammino, ha finalmente una direzione: Gesù
  4. Il suo essere ai margini della strada, attendendo un incontro… per la prima volta dà il primo passo. Non è Gesù che va da lui, ma è il cieco che va verso Gesù. Inizia un movimento, fisico ma allo stesso tempo interiore. Non aspetto gli altri, l’incontro è troppo importante per me che non posso continuare a stare seduto…
  5. Il suo essere mendicante, in attesa. Aveva atteso, per anni, per decenni, con speranza, che qualcosa di nuovo accadesse nella sua vita. Ma questa novità non arriva nelle sue mani come la moneta dell’elemosina. Arriva al suo cuore come seme che esplode nella terra e fiorisce…

E il grande miracolo dell’incontro ci stupisce. Gesù, che poteva avvicinarsi, fare lui… lo rende protagonista della vita. Lo fa alzare, lo fa camminare, lo fa venire al centro, gli fa esprimere i suoi desideri più profondi: “Cosa vuoi che io ti faccia?”. Sembra una domanda inutile, quasi retorica, fatta a un cieco. Ma, abbiamo capito, questo cieco non aveva solo bisogno della vista. Aveva bisogno di una meta, una strada, un obiettivo: Rabbunì, che io veda di nuovo! Non era solo “che io veda”, ma “di nuovo”. Un particolare molto interessante e importante. Perché quel cieco già aveva una luce, un cammino, una strada. Ma l’ha persa. Chiede di nuovo di rimettersi nella vita…

Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

La tua fede. Il tuo accogliere la sfida del primo passo, della possibile novità. Subito avviene il miracolo, della vista non nuova, ma antica. E lo seguiva lungo la strada: miracolo di luce e miracolo di cammino.

Il cieco che non è più cieco comincia a seguire Gesù. Il “figlio di Timeo” lascia la sua casa per appartenere a qualcun altro, al “figlio di Davide”. Non vive più nella carenza, perché davanti a lui, nel cammino, c’è la pienezza, colui che dona tutto. Non sta più seduto, ma è in cammino, e sulla strada non che lui ha scelto, ma che Gesù percorre. Al centro del cammino, perché Gesù sta al centro. E con una nuova speranza: quella della vita.

4. Due dettagli importanti

Ma abbiamo dimenticato, nella nostra esposizione, due particolari interessanti.

Il primo pone al centro questa folla che segue Gesù… Ci sono discepoli che tentano di zittire il cieco: le ispirazioni del cuore, seguendole, provocano rifiuti, provocano contrasti… ma ci sono anche discepoli che lo chiamano: accogliendo l’invito di Gesù, vanno e incoraggiano il cieco.

E possiamo, qui, fare un altro RISPECCHIAMENTO: Noi chi siamo in questa folla rispetto ai nostri fratelli che vivono la situazione del cieco? Quelli che spengono la speranza o quelli che la riaccendono e incoraggiano?

Secondo particolare: il mantello. Il cieco va e lascia lì, al margine della strada, il mantello. Che lo copriva, che lo proteggeva, che lo riscaldava… Il mantello è ormai vecchio, la vita nuova chiede che tu lasci le vecchie sicurezze e ti abbandoni. Lascia, libero, ciò che ti rende goffo, ciò che ti impedisce di camminare… Solo senza mantello puoi sentire il richiamo a chi è la tua vera sicurezza e protezione…

RISPECCHIAMENTO:

Cos’è che oggi ti da protezione, sicurezza e che devi lasciare per porre la tua sicurezza solo in Gesù?

 



 


COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Credere fa bene, Cristo guarisce tutta l’esistenza

E Bartimèo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. Non c’è grido più evangelico, non preghiera più umana e bruciante: pietà dei miei occhi spenti, di questa vita perduta. Sentiti padre, sentiti madre, ridammi vita.

Ma la folla fa muro al suo grido: taci! Il grido di dolore è fuori luogo. Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore sia fuori programma.

Eppure per tanti di noi è così, da sempre, perché i poveri disturbano, ci mostrano la faccia oscura e dura della vita, quel luogo dove non vorremmo mai essere e dove temiamo di cadere.

Invece il cieco sente che un altro mondo è possibile, e che Gesù ne possiede la chiave. Infatti il rabbi ascolta e risponde, ascolta e rilancia.

E si libera tutta l’energia della vita. Notiamo come ogni gesto da qui in avanti sembra eccessivo, esagerato: Bartimèo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.

La fede è questo: un eccesso, un’eccedenza, un di più illogico e bello. Qualcosa che moltiplica la vita: «Sono venuto perché abbiate il centuplo in questa vita». Credere fa bene. Cristo guarisce tutta l’esistenza.

Anzi il cieco comincia a guarire prima di tutto nella compassione di Gesù, nella voce che lo accarezza. Guarisce come uomo, prima che come cieco. Perché qualcuno si è accorto di lui. Qualcuno lo tocca, anche solo con la voce. Ed egli esce dal suo naufragio umano: l’ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, inizia a vivere perché chiamato con amore.

La guarigione di Bartimèo prende avvio quando «balza in piedi» e lascia ogni sostegno, per precipitarsi, senza vedere, verso quella voce che lo chiama: guidato, orientato solo dalla parola di Cristo, che ancora vibra nell’aria.

Anche noi cristiani ci orientiamo nella vita come il cieco di Gerico, senza vedere, solo sull’eco della Parola di Dio, che continua a seminare occhi nuovi, occhi di luce, sulla terra.

 




SCARICA LE SCALETTE:

04 PARTECIPANTE – 28 OTTOBRE

04 ANIMATORE – 28 OTTOBRE

04 AUDIO Gesù sta passando

04 MEDITAZIONE – DOMENICA 28 OTTOBRE 2018

 

 

Il cammino per essere grandi (XXIX Dom TO – B) (Mc 10,35-45)

Mc 10,35-45 (Forma breve Mc 10,42-45)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».




Introduzione

Stiamo approfondendo il Vangelo di Marco e, nei due primi incontri vissuti finora, abbiamo visto il messaggio del vangelo attraverso un “filtro” speciale: quello della RELAZIONE. Il Vangelo di Marco, per la sua semplicità, per il raccontarci i fatti così come sono, senza grandi rivisitazioni teologiche, ci aiutano ad entrare in un Gesù “umano”, un Gesù che incontra, abbraccia, si indigna, accarezza con tenerezza, fissa e ama…

Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova relazione, ad un nuovo incontro: tra Gesù e alcuni dei suoi discepoli, e non si tratta di chiunque, ma del discepolo “prediletto”, Giovanni, e suo fratello Giacomo. Un incontro, una relazione, che aprirà poi il discorso della relazione tra loro e gli altri e tra tutti e il mondo….

Ma andiamo con ordine.

 

1. Il “faccia a faccia” tra Gesù, Giacomo e Giovanni

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo,

Schematizziamo, quindi, questo incontro, questa relazione. Immaginiamo Gesù (Telo rosso al centro) e questi due discepoli, Giacomo (telo verde) e Giovanni (telo azzurro) che si avvicinano (metterli vicino a Gesù). Abbiamo visto, nelle scorse domeniche, come c’é modo e modo di avvicinarsi. L’avvicinarsi della folla per ascoltare, dei farisei per ingannare, dei bambini per abbracciare, dell’uomo ricco per avere… ora ancora un altro modo di avvicinarsi. Non per fare una domanda, ma per avanzare una richiesta.

Giacomo e Giovanni si avvicinano a Gesù perché vedono in lui qualcosa che può essere loro utile. Si avvicinano per “sfruttare” l’amicizia, la relazione, a loro favore, per ottenere qualcosa. Al giorno d’oggi le chiameremmo “raccomandazioni”. E sappiamo che non nascono nel cuore della giustizia ma all’ombra dell’egoismo e dell’ingiustizia.

Sono in due, e immagino le chiacchierate, gli sguardi, le intese tra loro prima di avvicinarsi a Gesù con questa richiesta. “Dai che glielo chiediamo” “Ma no, ma sarà il caso?” “Ma si, veramente, perché no, non c’é niente di male” “In fondo lo fanno tutti” “In fin dei conti, siamo stati i primi a seguirlo, qualcosa in cambio ci vuole, no?”. Quante affermazioni, ragionamenti, consolidamenti, giustificazioni… prima di arrivare là. In un momento particolare, scelto.

Ma il momento é ben particolare. Perché tra il racconto dell’incontro dell’uomo ricco della scorsa domenica e il vangelo di oggi ci manca una parte, che la liturgia omette perchè la si legge nel tempo di quaresima: sono i versetti 32-34:

32 Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: 33 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, 34 lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».

Con i dodici aveva appena vissuto uno scambio. Uno scambio in cui annunciava ancora una volta la sua passione…

RISPECCHIAMENTO:

Quante volte ci avviciniamo a Dio senza considerare quello che Lui già ci sta dicendo… Cominciamo a parlare con Lui come se Lui mai avesse iniziato un discorso con noi…

 


2. Il Desiderio

dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».

In quel contesto, arriva questa richiesta: Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Pochi versetti dopo, quasi richiamando le parole dei discepoli, sarà Gesù stesso che si offrirà ai desideri degli altri: lo fará di fronte al cieco Bartimeo, dicendogli: Cosa vuoi che io ti faccia? I discepoli pretendono quello che Gesù offrirà liberamente a un povero malato…

Ma anche a loro Gesù apre la disponibilità:

Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?».

Sembra di essere Aladino davanti al genio della Lampada: Esprimi il tuo desiderio…

E loro rispondono:

Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Qual è il più grande desiderio?

SEDERE: sedere é proprio dei maestri, dei capi, di coloro che hanno autorità, dei ricchi, dei potenti…

NELLA TUA GLORIA: Quando sarai potente, ricco… perché loro credono che Gesù sia un messia potente, che stabilirà un regno terreno…

UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA: Praticamente, così (porre 3 sedie una a fianco all’altra; sulla centrale, porre “seduto” il telo rosso di Gesù, mentre i due teli azzurro e verde uno a un lato di Gesù e l’altro all’altro. Il facilitatore si siede al posto di uno dei due). Stare al fianco di Gesù… del Re… poter vedere tutti dall’alto in basso, guardare nella stessa direzione  di Gesù… Questo è il grande desiderio di Giovanni e Giacomo, tra i primi chiamati a seguire Gesù…

RISPECCHIAMENTO:

Qual è il tuo più grande desiderio? Ha forse a che vedere con il primato, il potere, la grandezza?

 


3. Ignoranza

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete

Potremmo chiederci a cosa si riferisca l’ignoranza a cui accenna Gesù… Voi non sapete cosa significhi star seduto là… non sapete cosa significhi stare alla mia sinistra e alla mia destra nel Regno… Ma la risposta di Gesù é tanto liberante, anche per me. Perché nella relazione con lui, nei desideri che posso esprimere, Gesù non giudica, ma mi dice: Non sai quello che chiedi. Là, sulla croce, Gesù continuerà ad accogliere una umanità che non sa quello che fa, che dice, che chiede… “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Ma Gesù, nonostante questo, cerca di dialogare con loro… perché capiscano, sappiano, escano dall’ignoranza:

Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.

Certamente, qui, i due discepoli non sapevano di quello che stavano parlando… Si parla di un calice, di un battesimo… Gesù si riferisce alla sua morte (bere il calice indica l’amarezza della passione e il battesimo, nell’ambiente culturale del tempo, significava immersione nella sofferenza) ma i discepoli certamente non ne sono consapevoli. Ma si sentono onnipotenti: lo possiamo. Qualsiasi cosa sia, lo possiamo fare… Può sembrare una sovrastima di sé, delle proprie capacità; certamente in loro era grande il desiderio di fare come Gesù, anche se non erano consapevoli fino in fondo di cosa questo significasse…

Gesù sa, intuisce, che questa sarà di fatto la situazione dei discepoli dopo la sua morte. Sa che veramente loro berranno lo stesso calice amaro della sofferenza… Sa che avranno la forza per farlo… ma, nonostante questa certezza, invita i discepoli a entrare in un’altra ottica. Non quella del dare-ricevere, del merito, come vedevamo la scorsa domenica. C’è qualcosa che esce dall’ottica del merito. La vita di Dio non si può comprendere secondo l’ottica del merito.

Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

É stato preparato: il passivo si riferisce al Padre… C’è un’altra logica, un altro modo di relazionarsi. Non quello del contraccambio, ma quello della gratuità. “E’ stato preparato”. Per chi? Non si sa. Perché non segue la legge del merito… La bontà di Dio, dicevamo, è differente…

RISPECCHIAMENTO:

Quali sono le mie pretese davanti a Dio? Quali cose mi aspetto da lui, in cambio di ciò che faccio per lui, per la Chiesa?




 

4. Discordia e ingiustizia

Questo dialogo suscita l’ira degli altri, che sentono qual é stata la richiesta dei due fratelli. Una richiesta inammissibile in una vita comunitaria.

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.

Sappiamo che il sentimento dell’indignazione é quello davanti all’ingiustizia. Nella loro immaginazione, nel loro sentire, loro  si sentono dentro un’ingiustizia, perché in fondo si sentono messi così (mettere i teli degli apostoli davanti alle 3 sedie) In posizione di sudditanza…. voler stare “su quel trono” è, di fatto, voler risaltare sugli altri, stare a un livello superiore.

RISPECCHIAMENTO:

Mettiamoci adesso dalla parte dei discepoli, di questi che si sentono messi, dagli altri, in posizione di inferiorità. Sarà che anche noi, nella nostra comunità, abbiamo vissuto questo? Abbiamo sentito di essere messi in un livello inferiore, percependo su di noi l’ingiustizia?

Gesù, però, percepisce questa tensione e interviene.

Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro:

Li chiamò a sé: chiamandoli ad avvicinarsi, li rimettono nella giusta posizione… (mettere i tre teli nelle sedie a cerchio con gli altri, tutti intorno a Gesù).



5. Nuova consapevolezza

«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Voi sapete: è una affermazione. Voi sapete perché fa parte della vostra cultura, del vostro modo di ragionare; è quello che sempre la vostra famiglia, la società, vi hanno trasmesso…

coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.

Qual è il pensiero della società, della cultura? E’ una equazione:

GOVERNANTE = DOMINATORE

CAPO = OPPRESSORE

Ma questo era a tutti i livelli. In una famiglia patriarcale, il padre era autorità e aveva diritto di decidere sulla vita dei figli… sul loro futuro… sul loro matrimonio… Tutto dipendeva dal padre. Dall’autorità. Nella relazione, nel gruppo, nella comunità, c’era sempre chi assumeva il comando e l’ordine. In fondo, Giacomo e Giovanni non avevano fatto altro che tradurre, nella loro vita comunitaria, questo concetto molto chiaro nella cultura: tra noi c’è qualcuno che deve sopravalere… e vogliamo essere noi (rimettere i due teli azzurro e verde sulle sedie).

Tra voi però non è così;

Una frase, una affermazione sconvolgente, destrutturante, perché mina cultura, pensiero, ragionamento, società, famiglia… C’è un nuovo modo di intendere. Una nuova relazione da costruire… che parte dal cuore stesso della persona. Perché una volontà di grandezza è innata nell’uomo: il non accontentarsi, il “morso del più”, il cuore inquieto. E allora Gesù propone un nuovo modo di essere grandi, di essere i migliori…

chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.

Vuoi diventare grande? Non condanno questo tuo desiderio. Anzi. Ti do la soluzione per realizzarlo. Ti mostro la strada giusta… Gesù non condanna i desideri di grandezza e realizzazione, non vuole nel suo regno uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi. Come puoi diventare grande? Come puoi spegnere questa sete di grandezza che c’è nel tuo cuore?

Gesù vuole usare le tue energie, la tua passione, di voler essere grande, dandoti una nuova possibilità. Convertendo la tua passione. La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita: chi vuole essere grande sia servitore. Si converta da “primo” a “servo”. Usa, allora, le tue energie per far diventare grandi gli altri! Gesù chiede di scendere come lui è sceso (rimettere i due teli azzurro e verde a livello degli altri). Ma ancor di più. Non solo scendere per servire, ma addirittura diventare schiavo. Lo schiavo è peggio del servo. Dipende in tutto e per tutto dal suo padrone. Non ha orari. Non ha limiti, né di tempo né di forze. Vuoi essere grande? Diventa schiavo! E simbolicamente lo rappresentiamo così (legare il telo azzurro e verde a un altro discepolo, con un nodo, e far camminare i due insieme). Essere schiavo è questo: la tua vita ormai non ti appartiene, sei profondamente legato a un altro.

Ecco la nuova comunità che Gesù viene a creare (unire uno all’altro i teli dei discepoli con un nodo). Una comunità dove la mia vita è irrevocabilmente legata a quella degli altri, e io non posso stare per conto mio, non posso stare “bene” da solo, ma il mio bene è il bene dei miei fratelli. Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell’amore (P. Ermes Ronchi).

Pur nella nostra mania di grandezza, del nostro sentirci onnipotenti, il coraggio dell’amore molto spesso è una realtà per noi troppo difficile…

RISPECCHIAMENTO:

Qual è la relazione che vivo con gli altri membri della mia comunità? Che legame relazionale sento con loro? Ho il coraggio di amare in questo modo?

 


6. Imparando da Dio, un Dio differente

Ma facciamo un ultimo passo.

Dalla nostra concezione di Dio, deriva una concezione di società. Se Dio è capo, è governante, è colui che decide la sorte dell’umanità senza nessun condizionamento e costrizione, ma solo per sua irrevocabile scelta… allora la società riprodurrà questo modello. Gesù propone un nuovo modello: Dio non è un despota ma è un servo:

Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire

Il termine servo è la più sorprendente di tutte le autodefinizioni di Gesù: «Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo». Parole che ci consegnano una vertigine: “servo” allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore! Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il Padrone dell’universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano.

7. Conseguenze per una vita comunitaria

Un Dio differente da quello che fino adesso immaginavamo, che vuole costruire una umanità differente… possiamo immaginare come sarebbe l’umanità se tutti avessero l’umile e attiva preoccupazione di Dio, uno per l’altro…

Che significa avere un Dio nostro servitore  e cosa implica per noi? Troviamo a risposta nei Canti del Servo del Signore, in Isaia, e la liturgia di oggi ne propone uno. Ma, guidati da P. Ermes Ronchi, ci riferiamo a tutti i canti… Una comunità che vive con questi legami (indicare i nodi) è una comunità dove (mentre si commentano le caratteristiche, i teli che le rappresentano possono essere posizionati nel mezzo del cerchio della comunità, formando come un arcobaleno):

  • Il padrone fa paura, il servo no (telo rosa): Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Quante paure tra noi! Paura di mostrarci per quello che siamo. Paura di non essere all’altezza. Paura di vederci “spodestati” da un servizio dall’altro. Paura di essere giudicato. Paura di essere deluso dall’altro. Paura… Se io sono schiavo dell’altro, e se l’altro si mostra a me nello stesso modo, come schiavo, svanisce ogni paura, e la comunità diventa luogo della serenità e della pace…
  • Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai (telo marrone): Sono eliminati giudizio e punizione. Sempre nell’ansia di prestazione, viviamo terrorizzati dal giudizio dell’altro e della società, e spesso, se non siamo perfetti, il castigo ce lo autoamministriamo… Quanti, nella nostra società, davanti alle proprie fragilità scelgono, ad esempio,di togliersi la vita? Non riescono a sopportare l’idea della loro sconfitta… Quanto liberante è una società, una comunità dove non c’è da raggiungere nessun risultato… ma ognuno si sente accolto per quello che è, con i suoi doni e i suoi limiti…
  • non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. (telo verde): C’è sempre la possibilità del riscatto. Mai sarai tanto fallito che io ti lasci a terra. Il legame con te mi chiede di sostenerti anche quando sembra non ci sia speranza. Il mio compito, nei tuoi riguardi, è di sostenerti con le fasce della mia amicizia, del mio affetto, del mio ascolto, del mio abbraccio… Pensiamo anche alla parabola del buon Samaritano…
  • Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco (telo rosso): Ravvivare la fiamma. Il gesto di soffiare sulla brace per far ripartire il fuoco è molto parlante. L’azione dello Spirito, il “vento” che fa ripartire il fuoco, non che lo spegne. La brezza fresca e soave che ridona energia… Tra noi, nella comunità, davanti al fratello che soffre, che cade, anche nel peccato… il mio compito non è dargli la mazzata finale, ma… fff… soffiare. Chiedere la forza dello Spirito, invocare su di lui lo Spirito perché lo Spirito Santo in lui, dono del Battesimo, possa esprimere di nuovo la sua forza…
  • Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo (telo giallo). Dare luce. Sale della terra, luce del mondo. E’ questa la nostra chiamata. In una comunità che vive nel modello del servizio, non pretendiamo dall’altro che sia sempre luce… ma noi, per primi, irradiamo su di lui la luce, perché la usa luce possa rifiorire.

Questi semplici esempi ci possono far capire la rivoluzione che Gesù ha portato. Sono passati 2000 anni, e purtroppo le comunità cristiane spesso non hanno capito questa rivoluzione, non ne sono stati toccati. Qui, simbolicamente, siamo di fronte alla comunità che vive il servizio secondo il modello del “servizio” di Dio…

RISPECCHIAMENTO:

Nella mia comunità si vive tutto questo? E cosa posso fare io, di più?

 

8. Dare la vita

Ma la proposta di Gesù va ancora più in profondità:

e dare la propria vita in riscatto per molti»

Se il modello è Gesù, il punto finale è questo. Arrivare a dare la vita (mettere un telo bianco su tutti gli altri teli). Dare la vita è il compimento. Dare la vita è riscattare l’altro. Dare la vita è dare la certezza dell’amore. L’altro, amato, non potrà fare altro che riamare a sua volta. Nella libertà!

 

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti.

Nessun padrone tra noi, ma tutti servi e schiavi. Servi di tutti.

RISPECCHIAMENTO:

A chi, oggi, sto consegnando la mia vita?



 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Come Gesù chi vuol essere grande sia servitore

Giovanni, non un apostolo qualunque ma il preferito, il più vicino, il più intuitivo, chiede per sé e per suo fratello i primi posti. E l’intero gruppo dei dieci immediatamente si ribella, unanime nella gelosia.

È come se finora Gesù avesse parlato a vuoto: «Non sapete quello che chiedete!». Non sapete quali argini abbattete con questa fame di primeggiare, non capite la forza oscura che nasce da queste ubriacature di potere, che povero cuore ne esce.

Ed ecco le parole con cui Gesù spalanca la differenza cristiana: «tra voi non sia così». I grandi della terra dominano sugli altri… Tra voi non è così!

Credono di governare con la forza… non così tra voi!

Chi vuole diventare grande tra voi. Una volontà di grandezza è innata nell’uomo: il non accontentarsi, il “morso del più”, il cuore inquieto. Gesù non condanna tutto questo, non vuole nel suo regno uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi.

La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita: chi vuole essere grande sia servitore. Si converta da “primo” a “servo”. Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell’amore.

Eppure il termine servo è la più sorprendente di tutte le autodefinizioni di Gesù: «Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo». Parole che ci consegnano una vertigine: servo allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore!

Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il Padrone dell’universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano. Come sarebbe l’umanità se ognuno avesse verso l’altro la premura umile e fattiva di Dio? Se ognuno si inchinasse non davanti al potente ma all’ultimo?

Noi non abbiamo ancora pensato abbastanza a cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone fa paura, il servo no. Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai; non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco. Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo.

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti.

 



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03 PARTECIPANTE – 21 OTTOBRE

03 ANIMATORE – 21 OTTOBRE

03 I legami

03 MEDITAZIONE – DOMENICA 21 OTTOBRE 2018

La prospettiva del dono (XXVIII Dom TO – B) (Mc 10,17-30)

Mc 10,17-30

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».




Introduzione

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada

Iniziamo ponendoci di fronte a questo nuovo tempo, al tempo in cui Gesù va per la strada, cammina… Quale tempo è?

Questo brano, nel Vangelo di Marco, è posto subito dopo quello che abbiamo approfondito l’altra volta. Che si concludeva, ricordiamo, con una scena di unità tra Gesù (telo rosso) e i bambini (telo arancione). Quest’unità, questa comunione, dicevamo, è tanto grande, che Gesù li prende in braccio (intrecciarli) e, in questo modo, il bambino diventa il simbolo di chi entra nel regno dei cieli… Il Regno (che si manifesta in Gesù) richiede una consegna, una fiducia massima… sapersi porre fiducioso nelle mani di Dio.

Dopo questa scena in cui Gesù era seduto, insegnava… Gesù ricomincia a camminare, nel suo viaggio verso Gerusalemme (far camminare Gesù).

un tale gli corse incontro

Marco ci racconta quindi che Gesù usci camminando, mentre un tale arriva correndo incontro a lui (mostrare questo arrivo rapido, rappresentando con un telo verde l’uomo ricco)… Lo rappresentiamo con questo colore verde perché, sappiamo, arriva con una attesa, una speranza…

 

1. Ancora una relazione… ma di che tipo?

Gesù, quindi, pieno di questa relazione con i bambini, esce e cammina… e arriva qualcuno che vuole, ancora una volta, entrare in relazione con lui. Ma anziché fare come i bambini, salendo subito sulle sue ginocchia, lui piega le ginocchia di fronte a Gesù…

gettandosi in ginocchio davanti a lui,

E’ più facile buttarsi al collo o inginocchiarsi? Sedersi sulle ginocchia o prostrarsi? L’atteggiamento dell’uomo ricco è ben differente dall’atteggiamento del bambino. Non vede in Gesù un “padre” da abbracciare ma un “signore” al quale prostrarsi, servire…

RISPECCHIAMENTO:

nella relazione che io, personalmente, ho con Gesù,  lo sento un padre o un signore?




 

2. Fare per avere: ottica del merito

…ma in cambio di che cosa vuole servirlo?

gli domandò

Anche quest’uomo, come i farisei della volta scorsa, arriva con una domanda. Ma non è una domanda per intrappolare Gesù;  è una domanda che nasce veramente dal suo cuore.

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».

La domanda sembra buona, positiva… In questa domanda, però, si nasconde un grande inghippo, che cerchiamo di capire.

Quest’uomo è ricco, ha tutto… con certezza, se lui è ricco, anche la sua famiglia è ricca… Siamo davanti a ricco che parla di eredità… Come eredità, di ricchezze ne riceverà un bel po’… Ma, tra tutte le ricchezze che già ha, ne vuole un’altra, niente popodimeno che la vita eterna.

Ma l’inganno sta proprio in come è posta la domanda: cosa devo FARE per AVERE…? FARE per AVERE. Uno scambio. Un merito.

I precetti della legge erano tantissimi, e c’erano quelli affermativi (ordine di fare) e negativi (ordine di non fare). Tra tutti questi precetti, secondo quest’uomo ne mancava uno, quello che avrebbe avuto come contraccambio la vita eterna. L’uomo voleva sapere cosa, di concreto, poteva compiere (telo marrone da lui a Gesù), in cambio della vita eterna (telo argentato da Gesù a lui). Uno scambio…

RISPECCHIAMENTO:

Nella mia vita ritrovo, nella relazione con Dio, questo tentativo di “scambio”, di merito?

 

3. Uscire dai preconcetti…

Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

Davanti alla domanda dell’uomo ricco, la prima risposta di Gesù ci sorprende. Non si sofferma sulla richiesta, ma sull’appellativo che il ricco ha usato verso di lui. “Perché mi chiami buono?” Possiamo chiederci: perché Gesù avrà reagito così? Perché questo “buono” lo incomoda tanto?

Credo che possiamo comprenderlo a partire da un altro testo evangelico, di Matteo questa volta, Mt 20,15. “non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?“. La frase, in Mt, è a conclusione della parabola degli operai mandati alla vigna, dove traspare un modo diverso di agire di Dio, non come l’agire degli uomini secondo “giustizia”… egli mostra una bontà che è fuori dai nostri schemi. Al lavoratore in campo dalle 9 del mattino, che si lamenta perché riceve lo stesso salario del lavoratore delle 17, è questa la risposta del padrone: sei invidioso perché sono buono…?

Il ricco, chiamando Gesù come maestro buono, certamente includeva, in questo aggettivo, tutto quello che era un modo di percepire l’altro: sei buono perché certamente risponderai alla mia domanda buona, perché farai ciò che ti chiedo… L’uomo chiamava Gesù come buono perché avrebbe risposto, in fondo, alle sue attese.

Ma la bontà per gli uomini non è la stessa che per Dio… Gesù invita a spogliarsi di quello che è in quell’uomo come preconcetto, come precomprensione… La risposta gli arriverà, ma non sarà, come nel caso degli operai mandati alla vigna, quello che lui si aspetta. Perché l’agire di Dio è diverso, ma solo Lui mostra qual è la vera bontà.

RISPECCHIAMENTO:

Come giudichi la bontà di Dio? Da cosa la misuri?

 


4. Un’ottica diversa: l’ottica del dono

Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

La domanda del ricco era sul cosa fare. La citazione di Gesù, dei comandamenti, colpisce. Non cita i comandamenti del “fare” ma quelli del “non fare”, a parte il quarto, onora tuo padre e tua madre.

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».

Stavolta l’uomo, rivolgendosi a Gesù, usa solo l’appellativo “Maestro” e toglie il “buono”. Sta capendo.

La sua risposta è quella che qualsiasi giudeo avrebbe dovuto rispondere: questo già lo faccio, l’ho sempre fatto, perché fa parte della mia storia, della mia famiglia, del mio popolo… Gesù è contento di questa risposta, vede il suo cuore e lo vede trasparente. Di una trasparenza alla quale può chiedere qualcosa di più, può andare più a fondo. Può fargli intendere cosa è, veramente, la bontà…

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse:

Immaginiamo questo sguardo di Gesù su di lui, che penetra, fino al più profondo… questo amore che arriva, come un raggio di luce, nel cuore di quest’uomo…

«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!».

Vorrei entrare nel significato profondo di questa proposta di Gesù.

L’uomo ricco viene chiedendo un FARE per AVERE.

Gesù gli risponde chiedendogli l’opposto. Togliere l’AVERE, per dare spazio all’ESSERE. La tua felicità (la vita eterna) non sarà nell’avere qualcosa ma nell’essere con Qualcuno.

Cosa manca all’uomo ricco? Togliere quello che ha. E’una mancanza in contraddizione. Ma è interessante che questa è l’unica cosa che MANCA, che NON HA. Il ricco ha tutto ma gli manca una cosa. Perdere il tutto per riconquistarsi. Abbiamo visto l’altra volta, le cose che entrano in mezzo a una relazione o sono da essa generate o sono causa di divisione. In questo modo era divisione: per unire, Gesù chiede di togliere. Tornando alla rappresentazione simbolica dell’altra volta, la proposta di Gesù è togliere ciò che sta in mezzo (beni, pretese, le nostre soluzioni…) (togliere i due teli marrone e argento) per essere unito a Gesù (intrecciare il telo dell’uomo ricco con quello di Gesù). Ecco la proposta… esci dall’ottica dello scambio  e entra nell’essere con.

Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Quest’uomo, pieno di domande, desideroso di comunicare, diventa muto. Non risponde, non dice si, no, ci penserò… perché lui ha già fatto una unità (dividere l’uomo da Gesù e intrecciarlo al tesoro).  La sua risposta è mostrare che quello che possiede ha già imprigionato il suo cuore. Il suo essere corrisponde al suo avere. “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”, dirà Gesù. Lui e la ricchezza sono già una cosa sola, e qui non c’è posto per altro che libera (fare un nodo all’inizio e alla fine dei due teli). La relazione ha sbagliato alvo!

RISPECCHIAMENTO

A chi o a cosa sei legato, oggi?

 



5. Chiamati alla relazione piena e moltiplicata

Ma approfondiamo questo simbolo… E’ interessante che quell’uomo non ha un nome, è un tale, di cui sappiamo solo che è molto ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Invece di quest’uomo, il denaro si è mangiato il nome, per tutti è semplicemente l’uomo ricco, il giovane ricco. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l’hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. Perché Gesù non gli dice: Prendi questo (il telo dorato) e buttalo via, nella spazzatura… No, gli dice: dallo ai poveri! Non gli chiede la povertà, ma la condivisione. Non la sobrietà, ma la solidarietà. Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e pieno di relazioni (Togliere il telo dorato e porlo in relazione tra lui e con altri teli, aggiunti ora…). Libero, e con cento legami. Perché ESSERE CON GESU’ significa ESSERE CON GLI ALTRI.

RISPECCHIAMENTO:

Il problema è che Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. E noi abbiamo amato le cose e ci siamo serviti degli uomini… (P. Ermes Ronchi). Guardo alla mia vita e vedo: le cose sono più importanti delle relazioni? L’avere è più importante dell’essere con? Mi servo delle cose per gli uomini o mi servo degli uomini per le cose?

Pietro, alla fine, chiede:

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

“Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Mt aggiunge: cosa avremo in cambio?

Anche Pietro, in fondo, vive nell’ottica dello scambio. Noi ti abbiamo seguito. Abbiamo fatto ciò che tu hai chiesto a quest’uomo… e adesso? La risposta di Gesù, che era la proposta all’uomo ricco, è questa, che abbiamo simbolicamente rappresentato. Se mi segui, avrai in cambio una vita moltiplicata, che si riempie di volti: avrai cento fratelli e sorelle e madri e figli… già ora.

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo.

RISPECCHIAMENTO:

Come percepisco, nella mia vita, questa moltiplicazione?

 

6. Persecuzioni oggi, e vita eterna nel tempo che verrà

Marco pone in bocca a Gesù, differentemente da Matteo, anche le persecuzioni come “frutto” di tutto questo… Quali persecuzioni? Certamente Gesù sapeva (e Marco, che scrive, lo sa bene), che questa unità con Gesù costerà cara ai discepoli… vivranno perseguitati… Ma noi? Quali persecuzioni in questa vita moltiplicata?

Certamente in  due sensi.

  • la persecuzione sociale: unirsi a Gesù è mettersi dalla parte della minoranza: ti prendono in giro, ti etichettano…
  • Ma anche al persecuzione interiore, perché certamente, davanti a tutto questo, il “tesoro” stesso continuerà a chiamare la tua attenzione, a tentarti…

Non è facile stare con Gesù. Ma è bello. E i doni sono molti:

la vita eterna nel tempo che verrà».

Gesù nomina il “dono” che il ricco voleva ricevere. Ma nel tempo che verrà, nel futuro. Abbiamo in iniziato il nostro incontro enfatizzando il tempo. Siamo qui  nel tempo in cui Gesù va a Gerusalemme. E’ il tempo della fatica, delle sfide, delle persecuzioni, ma ance della moltiplicazione. Gesù dice che tutto passa, ma non passa la moltiplicazione, perché questa è già vita eterna, gioia. Ma domani, nel tempo che verrà, anche questo sarà moltiplicato: pienezza di gioia!

7. Affidati e abbandonati al Dio dell’impossibile

Ma, prima di arrivare alla domanda di Pietro,  che abbiamo comparato con l’esperienza simbolizzata dell’uomo ricco, il testo di Marco ci narra che i discepoli passano per uno sconcerto:

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole.

I discepoli erano sconcertati, perché la Parola di Gesù era esigente. Se tu sei legato, se il tuo cuore è legato, è difficile entrare in questa libertà. E Gesù lo sa bene:

ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

Figli… Gesù non usa molto questo vocabolo. Ma, ricordiamo, lui aveva appena ricevuto tra le braccia i bambini, aveva appena visto il loro abbandono… e aveva appena detto che non si può entrare nel Regno di Dio se non si è come i bambini… Ancora una volta, la proposta è di non cercare soluzioni fittizie, compensatorie, ma buttarsi nelle braccia dell’Altro, con fiducia:.Il ricco ha tutto, è imprigionato nelle sue ricchezze, sono la sua sicurezza… ma per entrare nel regno di Dio, dicevano l’altra volta, è necessario l’abbandono… se tu non lasci le tue  sicurezze, non puoi entrare.

Ci sono varie interpretazioni sull’immagine del cammello che entra nella cruna dell’ago… l’interessante è che l’immagine del cammello, con le sua gobbe, è metafora di chi accumula. E le gobbe occupano spazio, non permettono di entrare nella porta stretta…

Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Ancora più stupiti, i discepoli si rendono conto che tutti, in un modo o nell’altro, sono imprigionati a qualcosa… hanno una sicurezza, una gobba che dà sicurezza… Ma Gesù da una speranza: questo è possibile per Dio, e noi possiamo aggiungere: è possibile con Dio.

Questo è l’invito. Buttarsi nelle braccia di Dio. Perché tutto è possibile a Dio, e una volta che tu sperimenti questa sicurezza, tutto il resto passerà in secondo piano…. Ricordiamo San Paolo, che davanti alla cultura, ai titoli, ai riconoscimenti che aveva e che facevano la sua identità, riconosce che tutto era spazzatura davanti alla bellezza di appartenere a Cristo… Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me…

RISPECCHIAMENTO:

Com’è la mia fiducia in Dio? Credo nel Dio dell’impossibile?


 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

 

La libertà che il giovane ricco non ha capito

Un tale corre incontro al Signore. Corre, con un gesto bello, pieno di slancio e desiderio. Ha grandi domande e grandi attese. Vuole sapere se è vita o no la sua. E alla fine se ne andrà spento e deluso. Triste, perché ha un sogno ma non il coraggio di trasformarlo in realtà. Che cosa ha cambiato tutto? Le parole di Gesù: Vendi quello che hai, dallo ai poveri, e poi vieni. I veri beni, il vero tesoro non sono le cose ma le persone. Per arrivarci, il percorso passa per i comandamenti, che sono i guardiani, gli angeli custodi della vita: non uccidere, non tradire, non rubare. Ma tutto questo l’ho sempre fatto. Eppure non mi basta. Che cosa mi manca ancora? Il ricco vive la beatitudine degli insoddisfatti, cui manca sempre qualcosa, e per questo possono diventare cercatori di tesori. Allora Gesù guardandolo, lo amò. Lo ama per quell’eppure, per quella inquietudine che apre futuro e che ci fa creature di domanda e di ricerca.

Una cosa ti manca, va’, vendi, dona…. Quell’uomo non ha un nome, è un tale, di cui sappiamo solo che è molto ricco. Il denaro si è mangiato il suo nome, per tutti è semplicemente il giovane ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l’hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. È questo che Gesù intende: tutto ciò che hai dallo ai poveri! Più ancora che la povertà, la condivisione. Più della sobrietà, la solidarietà. Il problema è che Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. E noi abbiamo amato le cose e ci siamo serviti degli uomini…

Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e pieno di relazioni. Libero, e con cento legami. Come nella risposta a Pietro: Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio una vita moltiplicata. Che si riempie di volti: avrai cento fratelli e sorelle e madri e figli…

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo. Messaggio attualissimo: la scoperta che il vivere semplice e sobrio spalanca possibilità inimmaginabili. Allora capiamo che Dio è gioia, libertà e pienezza, che «il Regno verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Vannucci). Che ogni discepolo può dire: «con gli occhi nel sole/ a ogni alba io so/ che rinunciare per te/ è uguale a fiorire» (Marcolini).

 




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02 PARTECIPANTE – 14 OTTOBRE

02 ANIMATORE – 14 OTTOBRE

02 Le gobbe

02 MEDITAZIONE – DOMENICA 14 OTTOBRE 2018

Chiamati all’unità (XXVII Dom TO – B) (Mc 10,2-16)

Mc 10,2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.



introduzione

Davanti al Vangelo che la liturgia ci propone oggi, nella nostra mente possono venire vari pensieri, vari interrogativi, soprattutto nel nostro mondo attuale, dove parlare di indissolubilità del matrimonio significa toccare un tasto quasi diventato tabù. Non si crede più nell’indissolubilità, non si crede più in un’unità che dura fino alla morte, costi quel che costi…

Potremo affrontare questo testo sotto vari aspetti: teologico, antropologico, morale… Ma vorrei rimanere nelle parole e nelle scene di questo vangelo, come ci stimola il metodo del bibliodramma, e lasciare che esse dischiudano oggi, per noi, nuovi significati e, con essi, nuovi modi di guardare alla vita. Si, perché, al centro di tutto, sta la vita… una vita che Dio cura, tiene tra le mani, come qualcosa di veramente prezioso e fondamentale.

Il contesto

Vorrei cominciare allora a guardare questo vangelo a partire dalla prima scena che ci è proposta.

C’è Gesù, che si trova, in questo momento nella regione della Giudea. ll versetto che precede quanto oggi proposto narra che  Gesù va in Giudea, e sappiamo per cominciare la sua salita verso Gerusalemme. Va all’altra riva del fiume Giordano. Inizia una nuova parte della sua vita; la svolta è cominciata, per Marco, in quella confessione che Pietro ha fatto un capitolo prima… quella professione, in questo vangelo, è lo spartiacque, il punto di divisione tra un “prima”, dove Gesù, con miracoli e eventi, mostra la venuta del Regno, e il “dopo” dove Gesù va verso il compimento della sua missione, la morte in croce, verso Gerusalemme.

Gesù quindi passa all’altra riva. E Marco ci racconta che “La folla ancora una volta si radunò intorno a lui, e lui, come al solito, insegnava”.

1. Due diverse prossimità: unità e divisione

Immaginiamo allora questa scena: c’è Gesù (mettere il telo rosso, che simbolizza Gesù, al centro) e intorno a lui, vicino a lui, tante persone (mettere alcuni teli colorati intorno a lui per simbolizzarle). Immaginiamo il rapporto tra queste persone e Gesù. Sono venute volontariamente, cercano qualcosa, sanno che Gesù ha qualcosa di importante da dir loro, qualcosa che riempirà il loro cuore. Nell’ascolto di Gesù si costruisce quest’unità profonda, tra loro e con lui.

In questa scena avviene un altro avvicinamento, un’altra prossimità: quella dei farisei. Si avvicinano, ma non come questi che stanno intorno a lui, per ascoltarlo. Si avvicinano per metterlo alla prova. Per fargli del male, per mettergli le persone contro, per distruggere il sogno che queste persone avevano nei suoi confronti. Metterlo alla prova era tentare di fargli dire qualcosa che avrebbe scioccato, sconvolto, deluso i suoi ascoltatori.

Mettiamo quindi qui, superando il cerchio e ancora più vicino a Gesù, questi farisei (mettere due teli, dorato e argento, tra il cerchio delle persone e Gesù). Non li mettiamo nel cerchio, non li mettiamo nella “comunione” che si stava creando. Li mettiamo separati, perché loro vengono per “separare”. Per separare Gesù e i discepoli, uomo e donna, Dio e uomo… (mettere un telo nero, a partire da loro, dividendo il cerchio dei discepoli e Gesù).

RISPECCHIAMENTO1:

Guardando al tuo gruppo, alla tua famiglia, alla comunità dove vivi… dove ti trovi nel cerchio? Come presenza che unisce o che divide?



2. Cercare risposte scontate

Per operare questa divisione, questi farisei  pongono una domanda a Gesù. Una domanda che in realtà ha una risposta scontata: “E’ lecito a un marito ripudiare la moglie?” La risposta è facile perché si trova nella Parola, in quella Parola che Gesù non è venuto per abolire, ma per compiere: “sì, è lecito”.

Dove sta il tranello? Dove sta la prova?

Gesù sta mostrando, con la sua vita, con il suo operare, che c’è qualcosa che vale di più della legge: la persona. E la domanda, che trova risposta facile nella Parola, in realtà pone in gioco qualcosa di molto più prezioso: il cuore della persona. Ma non uno, una…è la stessa identità profonda della persona, che è comunione. Pone in gioco l’immagine di Dio nell’umanità: uomo e donna fatti a immagine della Relazione, della Comunione.

Là stava l’inganno. Se Gesù avesse risposto no, non è lecito, sarebbe andato contro la legge. Se Gesù avesse risposto Sì, è lecito, avrebbe contraddetto il nuovo modo di guardare all’umanità che stava mostrando con il suo insegnamento e la sua vita.

I farisei cercano la divisione… Il divisore (che è Satana, il diavolo) cerca di dividere.

Gesù però non sta al gioco e non  risponde: fa rispondere loro.

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».

e la loro risposta è puntuale

Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

La loro risposta immediata ci fa capire che non erano in attesa di una risposta. Perché ce l’avevano già.

RISPECCHIAMENTO:

Vorrei fermarmi un momento davanti a questa immagine. Perché anche noi, a volte, chiediamo a Dio già sapendo la risposta, già dando per scontata la risposta. E viene meno l’ascolto. Chiediamo a Dio come per ricevere una rassicurazione; intuiamo che c’è qualcosa di diverso, un di più… ma non che ci tocchi, che tocchi la nostra vita. In questa scena abbiamo chi ascolta (i discepoli, aperti alla novità dell’insegnamento di Gesù) e chi già sa tutto… Il mio avvicinarmi a Dio, a Gesù… è per ascoltarlo o per ricevere da lui risposte rassicuranti, che già mi sono dato?

3. Tornare al principio

La scena poteva finire li: “Vi siete avvicinati per mettermi alla prova, avete fatto una domanda scontata alla quale voi stessi vi siete dati la risposta”. E Gesù poteva chiudere così. Ma non l’ha fatto, perché in gioco c’era qualcosa di molto prezioso. Il cuore stesso della persona, dicevamo. E allora va in profondità…

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.

Gesù fa una affermazione sconvolgente: che non tutta la legge è nata secondo il pensiero di Dio, ma qualche volta la sua origine sta nel cuore duro dell’umanità… Ma c’è una legge più forte, che sta scritta nella persona dagli inizi dei tempi, che nessuna norma può distruggere. E Gesù va al principio.

Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

Gesù cita il libro della Genesi, al capitolo 2,9. I primi capitoli di questo libro narrano la creazione dell’uomo e della donna, creati a immagine di Dio, fatti per essere una carne sola. Allora, vicino a questa scena, che avviene in quel momento, poniamo la seconda scena, quella del principio (porre, davanti alla scena di Gesù, la nuova scena della creazione): Dio ha creato l’uomo (telo azzurro) e la donna (telo rosa  vicino all’azzurro), chiamati all’unità, fatti per essere uno (prendere i due e intrecciarli tra loro). Gesù va al principio. Al prima. Al prima del cuore duro. Al prima del tentativo di divisione, della sfiducia entrata nel mondo per il divisore… Al prima, al progetto iniziale. Che è questa unità profonda che qui abbiamo simbolizzato.

Qui, in mezzo, da questa unità, a immagine di Dio, dall’amore, nasce il “terzo”, il figlio (mettere un telo arancione che avvolge la treccia), colui che mostra, nella  sua stessa vita, nel suo esistere, l’unità dei due, e i tre sono un piccolo riflesso del Dio Trinità, dove l’amore del Padre e del Figlio è tanto grande che si fa Persona, lo Spirito Santo. Ma invece della generazione, è entrata la sfiducia (porre un telo nero nel mezzo, intrecciato in mezzo ai due). E la sfiducia entra e separa, separa, separa (simbolicamente mostrare come il telo nero, entrando, comincia a dividere…).

Ma questo non era nel principio, nel progetto di Dio.

Il divisore (che è Satana, il diavolo) cerca di dividere… Divisione tra Gesù e i discepoli, tra uomo e donna

Ma come è che Dio ha cambiato i suoi piani? Perché Dio ha permesso la divisione? La risposta è sempre la stessa: perché Dio lascia liberi. Dio non può imporre l’unità, così come non può imporre l’amore. Non può imporre di amare, perché l’amore per sua natura è libero. Ma Gesù non può guardare a ciò che è nato “per la durezza del cuore”, per aver fatto entrare la sfiducia, non può guardare la mancanza di amore come fondamento, norma definitiva. La norma definitiva sta al principio…

RISPECCHIAMENTO:

Vi invito a guardare ora questo telo nero, al quale ho dato il nome di sfiducia, che sta alla base di ogni rottura della comunione: invito ciascuno ad associare qualcosa della propria vita… cosa, per te, nella tua vita, ha generato e genera sfiducia, divisione?



4. L’uomo chiamato ad agire come Dio

Sappiamo però che l’ultima parola dell’umanità non è la sfiducia. L’ultima parola è “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito!”. L’ultima parola è una parola di fiducia: “Padre, anche se non ti sento, anche se soffro infinitamente, anche se non capisco perché dovevo finire su questa croce, anche se stai giocando a nascondino con me, io mi consegno nelle tue mani”. In Gesù rinasce la fiducia. Perché Dio non è divisore, Dio è comunione, potremo dire che il nome di Dio è “Dio-congiunge”. Lui sempre crea comunione, occasioni di comunione, perché è comunione.

Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

In questa affermazione, in questo invito, c’è molto di più di una semplice negazione. L’uomo non separi ma faccia ciò che fa Dio. Unisca. L’uomo non divida, cioè agisca come Dio, si impegni a custodire l’unità, con gesti e parole che creano comunione tra i due, che sanno unire le vite. E qui arriviamo al cuore del nostro vangelo…

Oggi il Signore ci invita a partire dal cuore e non da una norma esterna. A impegnarti totalmente nelle tue relazioni d’amore, perché se non lo fai hai già commesso adulterio e separazione nel tuo cuore. Gesù, tornando agli inizi, ci dice qual è il vero peccato: è tradire il respiro degli inizi, trasgredire un sogno, il sogno di Dio.

Prendendo in mano il telo arancione e il telo nero: Qui sta la nostra grande libertà: fare delle nostre relazioni luogo della fecondità che unisce (arancione, figlio) o luogo della sfiducia che distrugge (nero).

RISPECCHIAMENTO:

Può essere che in questo momento nel tuo cuore ci sia tanta sfiducia. Ci sia tanto veleno per dividersi e dividere… non solo con il tuo sposo, la tua sposa, ma anche nella tua famiglia, con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, i tuoi colleghi di studio, di lavoro… Tanto nero che la tua unica soluzione è rompere. Ricordati però che in principio non era così. Tu sei fatto per l’unità. Vuoi essere arancione o nero oggi,nella tua vita?

5. Imparando l’unità dai bambini

Ma c’è ancora quest’ultima scena, la terza scena, quella dei bambini… che sembra completamente fuori da questo discorso… Prendo questo telo arancione, simbolo del “figlio”, simbolo dell’unità… per rappresentare, simbolicamente, quel bambino che tentava di avvicinarsi a Gesù (porre il bambino vicino a Gesù).

  • C’è un primo cerchio, quello degli ascoltatori, avvicinatisi per ascoltare, desiderosi di questo incontro…
  • C’è il secondo cerchio, di quelli che si avvicinano con secondo fine, per dividere… E in questa scena vediamo quello che abbiamo simbolicamente rappresentato nella seconda scena: c’è chi unisce e chi divide…
  • Ma adesso abbiamo un terzo cerchio. Quello dei Bambini, che stanno vicino a Gesù, che si fanno uno con lui.

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse,

C’è qualcuno dietro a questo incontro. Gli presentavano. Chi? Certamente, erano genitori. Erano coppie. Erano persone che amavano quei bambini. Il frutto della loro unione, unità.

ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò

I discepoli, che cercano unità con Gesù, non vogliono permettere questo avvicinamento… Ancora una volta, c’è chi vuole unire, e chi vuole dividere… Ma al vedere questo, Gesù si indignò. È l’unica volta, nei Vangeli, che viene attribuito a Gesù questo verbo duro: l’indignazione è un sentimento grave e potente, è il sentimento dei profeti di fronte all’ingiustizia o all’idolatria. Gesù si indigna e, con il suo atteggiamento, ci fa intuire che andare contro la comunione è commettere ingiustizia, è idolatria perché non credi nel Dio dell’unità che ti ha fatto per l’unità.

disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite:

Lasciate che si compia questa unità. Loro sono fatti di unità, nascono dall’unità… anelano all’unità.

a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.

Gesù era partito dal principio, e ora va alla fine. Al Regno. A quel Regno che lui stesso è venuto a portare e che realizzerà là, in croce, nella sua perfetta unità e comunione con il Padre.

Chi è come loro? Quando Gesù parla dei bambini come modello non lo fa perché sono più buoni degli adulti: di fatto i bambini sono anche egocentrici, impulsivi, istintivi… Ma hanno una caratteristica speciale:

  • (ponendosi nel cerchio dei discepoli) Non stanno ad ascoltare per capire se è buono o no, facile o no quello che l’altro chiede…
  • (ponendosi nel cerchio dei farisei) … non cercano di contrastare l’altro…
  • (ponendosi vicino a Gesù) … ma vanno al cuore: vanno all’incontro. Senza pretese, senza difese. Sanno aprire facilmente la porta del cuore a ogni incontro, non hanno maschere, sono spalancati verso il mondo e la vita. Sono aperti alla piena comunione, nella fiducia che sa consegnarsi all’altro.

(Riprendendo la treccia) Sanno bene cosa è unità perché sono capaci di consegnarsi, confidando che chi li accoglie saprà dargli tutto ciò di cui hanno bisogno…

In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Gesù prendendo tra le braccia i bambini, cosa fa con loro? (Simbolicamente, unire Gesù e il bambino con la treccia come prima tra uomo e donna). Unità. Comunione. Come puoi entrare nel regno di Dio se non ti fidi di lui, se non lasci che lui ti entri dentro, che penetri nella tua carne e nel tuo cuore, formando con te una cosa sola? Ricordiamo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. L’immagine più bella: l’abbraccio fiducioso del bambino… che si fida della vita, crede nell’amore di chi lo abbraccia, sa vivere abbandonato alla Provvidenza come i gigli del campo e gli uccelli del cielo…

Conclusione

In principio era unità.

Alla fine, ci sarà l’unità.

In mezzo, ed è il nostro tempo: sfiducia, allontanamento, tentativi di divisione. Ma la fine è là. Il fine è là, nell’unità.

Anche il nostro cuore però può essere duro. L’amore, l’unità, la comunione, l’abbandono, la fiducia… solo si hanno con un cuore libero.

RISPECCHIAMENTO:

Ed ecco l’ultima domanda, l’ultimo rispecchiamento che ci facciamo: Il tuo cuore è libero di amare così, ora, oggi, come il cuore di un bambino?




 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Una carne sola: Dio congiunge le vite, è autore della comunione.

Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova.  La domanda è scontata: è lecito a un marito ripudiare la moglie? La risposta è facile: sì, è lecito. Ma non è questa la vera posta in gioco. Il brano mette in scena uno dei conflitti centrali del Vangelo: il cuore della persona o la legge?

Gesù afferma una cosa enorme: non tutta la legge ha origine divina, talvolta essa è il riflesso di un cuore duro (per la durezza del vostro cuore Mosè diede il permesso del ripudio…). La Bibbia non è un feticcio. E per questo Gesù, infedele alla lettera per essere fedele allo spirito, ci prende per mano e ci insegna ad usare la nostra libertà per custodire il fuoco e non per adorare la cenere! (Gustav Mahler).

C’è dell’altro, più importante e più vitale di ogni norma, e sta dalle parti di Dio.

A Gesù non interessa regolamentare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla, con il sogno di Dio. Ci prende per mano e ci accompagna a respirare l’aria degli inizi: in principio, prima della durezza del cuore, non fu così.

L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto. Dal principio Dio congiunge le vite!

Questo è il suo nome: Dio-congiunge, fa incontrare le vite, le unisce, collante del mondo, legame della casa, autore della comunione.  Dio è amore, e «amore è passione di unirsi all’amato» (san Tommaso). Il Nemico invece ha nome Diavolo, Separatore, la cui passione è dividere.

L’uomo non divida, cioè agisca come Dio, si impegni a custodire la tenerezza, con gesti e parole che creano comunione tra i due, che sanno unire le vite.

Tutto parte dal cuore, non da una norma esterna.

Chi non si impegna totalmente nelle sue relazioni d’amore ha già commesso adulterio e separazione. Il peccato è tradire il respiro degli inizi, trasgredire un sogno, il sogno di Dio.

Portavano dei bambini a Gesù… Ma i discepoli li rimproverarono. Al vedere questo, Gesù si indignò. È l’unica volta, nei Vangeli, che viene attribuito a Gesù questo verbo duro. L’indignazione è un sentimento grave e potente, proprio dei profeti davanti all’ingiustizia o all’idolatria: i bambini sono cosa sacra.

A chi è come loro appartiene il regno di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti; non sono soltanto teneri, ma anche egocentrici, impulsivi e istintivi, però sanno aprire facilmente la porta del cuore a ogni incontro, non hanno maschere, sono spalancati verso il mondo e la vita.

I bambini sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, si fidano della vita, credono nell’amore. Prendendoli fra le braccia li benediceva: perché nei loro occhi il sogno di Dio brilla, non contaminato ancora.

 



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