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La scala dell’amore (Mc 12,28b-34) (XXXI Dom. T.O. B)

Mc 12,28b-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.



 

Introduzione

Eccoci nuovamente all’incontro della Parola, ancora una volta aiutati dal Vangelo di Marco che non finisce di raccontarci di incontri, quasi a dirci che la vita di Gesù è stata, innanzitutto, una vita di incontri, di relazioni. Chi ama, attira, crea relazioni. Gesù è l’uomo della relazione…

Il contesto è che siamo a Gerusalemme. Dal capitolo 10, la liturgia ci fa passare al capitolo 12, saltando la parte dell’ingresso a Gerusalemme, nel capitolo 11, e le prime diatribe con le autorità del tempo che normalmente leggiamo in quaresima. Nel suo insegnare alla folla, nel tempio, il capitolo 11 risalta il tentativo di scribi e farisei di metterlo alla prova, di coglierlo in fallo. Incontri che sono scontri…

Adesso ad avvicinarsi è proprio uno scriba. Questa categoria di persone, in varie parti del vangelo, è una categoria “minata”, una tipologia di persone criticate da Gesù. Ma, nella storia di incontri che Marco racconta, vediamo che non tutti gli scribi sono da condannare né da criticare. Questo scriba riceverà un complimento da Gesù: non sei lontano dal Regno di Dio. Altri scribi, ricordiamo, saranno amati da Gesù; egli stesso parlerà dello scriba che si fa discepolo del Regno, paragonandolo a un padre di famiglia che toglie dal tesoro cose nuove e antiche… Ecco lo scriba che Gesù ama. Quello che, pur attaccato al tesoro antico che è la Parola, la legge, sa andare al di là della Legge per cogliere lo Spirito, che soffia dove vuole.

Ed è uno scriba come questi che va incontro a Gesù. E’ uno che sa, ma che sa anche che c’è un di più, e cerca e chiede spiegazioni… Di fatto, il versetto 28 comincia proprio dicendo che questo scriba si avvicina perché aveva udito la discussione (il tema che gli avevano sottoposto era la resurrezione) e aveva riconosciuto che Gesù aveva risposto molto bene. Seguiamo il racconto di Marco; sappiamo che Matteo narra lo stesso fatto però sottolinea che la motivazione della domanda era “per metterlo alla prova”. Ma per Marco la motivazione è diversa.

Poniamo qui, allora, come altre volte, simbolicamente la scena di questo incontro: Gesù (telo rosso) e questo scriba (telo giallo). E l’atteggiamento, la domanda che egli fa non è per cogliere in fallo Gesù, ma per un sincero desiderio di comprendere le vie di Dio.



Il primo

«Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

“La legge mosaica prevedeva tanti precetti, esattamente 613. Nelle scuole giudaiche si discuteva per definire quale di questi fosse il più grande; cercavano, in fondo, di definire una scala di precetti.

Gesù risponde senza nessuna esitazione, ci dice subito qual è il primo gradino:

Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”

Vorrei rappresentare qui, al centro, con questo telo dorato, questo “amare Dio con tutto il tuo cuore”… (porre il telo al centro, piegato nella parte più lunga) Potremmo immaginarlo come un gradino di una scala, che mi permette di andare in alto…  Vogliamo rappresentare con questo telo dorato questo comandamento maggiore, il comandamento di porre al centro Dio, avere Dio come proprio tesoro.

Ma la risposta di Gesù va oltre, va più in là:

Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”

A Gesù non basta dire il primo, ma dice anche il secondo. Simbolizzandolo con quest’altro telo dorato, lo metteremmo dopo il primo, come secondo gradino… Ma simbolicamente vorrei rappresentare questo secondo comandamento così (porre il secondo telo come a formare una scala con il primo) Perché in realtà il problema non è definire il primo e il secondo, per dopo enumerare tutti gli altri. I gradini non possono sostenersi se non ci sono delle assi che li sostengono… Definire il primo e il secondo è definire quali sono quelli su cui poggiano tutti gli altri. Per Gesù i due comandamenti sono l’asse portante, l’unica possibilità di rispettare la legge.

Non c’è altro comandamento più grande di questi

Non si può considerare l’uno senza l’altro (il facilitatore prende i due teli e li lega tra loro, rimettendoli al posto di prima)

Ma Mc, a differenza di Mt, riporta il precetto al completo e cioè anche la prima parte:

Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore

Questi due comandamenti, poggiano anch’essi su qualcosa, sono resi saldi su qualcosa. E allora, continuando a costruire questo simbolo, pongo questo telo argentato a unire i due, in quella posizione che unisce le due assi, e che quindi permette alle due, insieme, di stare in piedi e quindi formare la scala.

Israele è il popolo dell’ascolto. Nasce come popolo perché accetta di ascoltare, ma nel vero senso del termine, ob audire, ascoltare che si fa obbedienza, che si fa realizzazione di quello che si ascolta. Ogni giorno ricordavano la preghiera dello Shema’, preghiera che tutti dovevano recitare sempre e che dovevano portare con sé, nei filatteri, piccoli astucci che gli ebrei portavano al braccio sinistro e sulla testa… Ogni giorno ascoltavano il fondamento: IL SIGNORE NOSTRO E’ L’UNICO SIGNORE. E’ l’unico, perché non ce ne sono altri, per me. E’ unico perché è nostro, è lo stesso per me, per te…

RISPECCHIAMENTO:

Rispecchiando la nostra vita, possiamo cogliere che i due sono inscindibili… non posso pensare di amare Dio e dimenticare i fratelli, ma allo stesso tempo non posso pensare di amare solo i fratelli senza amare Dio. Sono due assi portanti. Ma tutto avviene attraverso l’ascolto. Amo Dio se ascolto e vivo la sua volontà… amo i fratelli se li ascolto interiormente e comprendo le loro vere esigenze, facendo il mio amore concreto, come quello di Dio per noi.



Approfondiamo il significato di questi due assi portanti

 

Amerai il Signore tuo Dio…

il facilitatore, mentre spiega, pone sul pavimento, intorno alla scala, fogli con scritte queste parole).

Amerai: Il comandamento riguarda qualcosa che non si può obbligare. Non si può obbligare il cuore, il sentimento… si può obbligare a fare una cosa, a professare a parole… ma il cuore rimane libero. L’amore è qualcosa di personale, che non si può comprare. Come può Dio, che lascia all’uomo la libertà, imporre di amare?

Da p. Ermes Ronchi: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare.

Ecco il perché di questo verbo al futuro. Perché forse oggi non ci riesci. Forse oggi il tuo cuore è ancora prigioniero del tuo egoismo, del tuo egocentrismo, non riesce ancora ad andare al di là… Ma questo precetto racchiude in realtà una grande speranza: amerai. Ci riuscirai. Prima o poi, comprenderai che ciò che ti fa felice è uscire da te stesso e porre la tua vita, il tuo cuore, nelle mani di un altro… e scoprirai che l’Unico che ti dà pienezza di vita, di felicità, è il Signore tuo Dio, non il Dio di qualcun altro, ma il tuo… Un’azione mai conclusa, perché l’amore non è mai dato per ovvio. Lo sposo vive gesti quotidiani di amore con la sposa, l’amore vive nell’eternità del tempo, non finisce mai. Amerai lascia aperta una prospettiva di infinito, di tempo eterno. E di crescita…

il Signore Dio: Dio… chi è Dio, per te? Una presenza che non ha niente a che fare con la tua vita? O il Signore, cioè una persona con cui vivo una relazione, una relazione però dove mi riconosco al mio posto,  creatura… riconosco la sua autorità nella mia vita…

tuo: rapporto di appartenenza… Dio è tuo.. nella misura in cui tu sei di Dio… Rapporto personale, non il Dio di qualcun altro… non il Dio trasmesso dalla tua famiglia, a parole… ma qualcosa di sperimentato, di conosciuto…

con tutto: per quattro volte ripetuto. Tutto di te. Ciò che sei, ciò che hai, i doni, i limiti, i progetti, i desideri… tutto, nella totalità. Senza lasciare niente fuori. L’esperienza che facciamo di noi, però, spesso è spezzata: cuore diviso tra passioni diverse… mente divisa tra pensieri diversi e contrastanti tra loro… spiritualità divisa, prendendo un po’ da una religiosità un po’ dall’altra, in base a come mi sento…

il tuo cuore: cuore è il luogo della tua identità, del tuo essere in totalità… Non solo la sede dei sentimenti, delle emozioni, ma il cuore, nell’antropologia ebraica, è il luogo della tua piena identità… Amerai Dio con tutto il tuo cuore significa che tutto di te trova senso e significato in lui… anche il tuo corpo, così come sei… il tuo cuore

la tua anima: il luogo del respiro… della vita… ciò che permane al di là dei mutamenti del tempo… il tuo essere spirituale, che cerca qualcosa di più, al di là del materiale… La tua anima…

la tua mente: Razionalità… progetti… pensieri… logica… La parte di te che cerca senso, ragione, anche per la propria fede… La tua mente…

Le tue forze: Marco, a differenza di Matteo aggiunge anche forze. La prima associazione a “forza” è certamente il fisico. La forza richiama il corpo. Tutta la tua energia protesa verso Dio….

 

RISPECCHIAMENTO

Quale di queste parole senti più forte in questo momento della tua vita?



2. Amerai il tuo prossimo

Il facilitatore riprende in mano i due teli uniti rappresentanti i due comandamenti: “Ma non possiamo fermarci al primo comandamento, perché c’è anche il secondo… simile al primo… e i due sono legati”.

Una persona chiederà a Gesù, nel vangelo di Luca: chi è il mio prossimo?… E Gesù inizierà a raccontare la parabola del Buon Samaritano dicendo: ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…’. Il prossimo si incontra nel cammino… Ma non è il prossimo di Pinco o di Pallino. E’ il tuo. E’ quella persona che solo tu incontri, che solo tu puoi avvicinare, puoi abbracciare, puoi accarezzare, è quello persona che solo da te può ricevere ascolto, consolazione, abbraccio. Il tuo. Qual è il tuo prossimo? Nella strada che porta da Gerusalemme a Gerico, dalla chiesa alla tua vita di sempre, incontri tante persone. Il problema è che a volte solo le sfioriamo.

RISPECCHIAMENTO:

Ti invito a far fiorire, nella tua mente, i volti delle persone che oggi hai incontrato… i tuoi familiari… i tuoi colleghi, compagni di scuola… i tuoi vicini… i tuoi amici… Chi hai incontrato nel cammino, oggi? E che cosa ti hanno chiesto? Quali ferite ti hanno chiesto di curare? Ti invito a ripensare, una ad una, queste persone… e cosa ti hanno richiesto… cosa ti richiedono, con quale amore puoi amarle…”

… come te stesso

Ma ci manca un ultimo particolare. Un COME che non è messo li a caso. Perché Gesù sempre dà modelli. Il modello più grande è amatevi come io vi ho amati. Fino a dare la vita. Ma c’è un come, inespresso nel vangelo, che è una sfida per noi cristiani, a partire da un Dio Relazione: amatevi come il Padre e il Figlio si amano, come la Trinità si ama. Ma per arrivare là, devo passare per “gradi”. Ama il tuo prossimo COME te stesso. E qui è il grande dilemma: tu ti ami? Come ti ami? Ti ami davvero?

Spesso non ci amiamo. Amiamo gli altri, facciamo tutto per gli altri, ma non amiamo noi stessi. In realtà, quando facciamo così, in realtà non amiamo gli altri. Amiamo per dovere, per forza, per ricevere affetto, stima… Amiamo per ricevere. Per l’amore che diamo a noi stessi non abbiamo nessun tornaconto, nessun riconoscimento esterno. Ed è per questo che non lo facciamo.

RISPECCHIAMENTO:

E tu, ti stai “amando”? Stai dedicando tempo per te, a livello fisico, psicologico, spirituale?



Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro

La liturgia ci riporta non solo il detto di Gesù, come leggiamo nell vg di Matteo, ma anche il dialogo tra lo scriba e Gesù, che abbiamo simbolizzato qui, in mezzo a noi con questi due teli.

Lo scriba si è avvicinato. Ha chiesto. Gesù ha risposto. Lo scriba ha vissuto il primo comandamento, quello dell’ascolto: Ascolta Israele. E l’ascolto gli permette di sentire la verità, di percepire il vero in Gesù e nelle sue parole. E ripete.

 

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

 

La cosa che colpisce è che riprende anche il secondo. Che non era scontato, perché se guardiamo la legge, il comandamento dell’amore al prossimo è posto la, nel Levitico, in mezzo a molti altri comandamenti… Non era scontato che quello fosse considerato il più importante. Ma lo Scriba, ascoltando, riconosce che è verità l’unità dei due, questa scala… Mi piace pensare che questo scriba riconosce la verità perché ne ha fatto esperienza. amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Chi gliel’ha detto? Dove sta scritto? Credo che lo sappia perché l’ha sperimentato.

Ecco lo scriba dal cuore buono. Ecco lo scriba che, tentando di capire, di conoscere la legge, ha colto l’essenziale, che noi siamo aiutati a comprendere perché l’ha scritto per noi, l’ha esplicitato per noi, Giovanni: “Dio è amore. Chi non ama il fratello che vede come può amare Dio che non vede. Da questo sappiamo che abbiamo conosciuto l’amore: perché amiamo i fratelli...”. Lui l’ha capito, lo scriba. Perché, leggendo tra tutte quelle righe, ha colto l’essenziale.


E Gesù vede il cuore

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

E’ interessante la conclusione: “vedendo che aveva risposto saggiamente…”. Una risposta non si vede, ma si ascolta… Lo scriba ascolta, Gesù vede. Marco sottolinea molto i verbi dei sensi in Gesù: guarda, tocca, sente, si avvicina, ha compassione, grida… In questo caso, ha sbagliato verbo? No. Semplicemente perché l’ascolto passa per la vista. Egli, ascoltando le sue parole, vede il suo cuore. E lo conferma: Non sei lontano dal regno di Dio. Il sogno di tutti, vedere Dio, vedere il Regno di Dio, entrare nel Regno di Dio. Non sei lontano…

Pensiamo per un momento a quelli che stanno qui, intorno a lui. Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo… Perché? Perché sapeva che Gesù era uno scrutatore del cuore. Perché sapeva che avrebbe letto, nel loro cuore, le  loro contraddizioni, le loro  mediocrità, il loro dire solo con la testa e non con il cuore e con la vita. Per questo hanno paura.

Vorrei mettere, allora, a conclusione di tutto questo, un telo giallo tra Gesù e lo Scriba: rappresentando il contenuto del loro discorso, ma soprattutto la relazione.

RISPECCHIAMENTO:

Hai una domanda da fare a Dio? Nel tuo cuore hai già la risposta. Nel tuo cuore sai già la verità. Se ti poni sotto di lui, sotto il suo sguardo, egli ti conferma, e ti riempie il cuore di gioia.

 

Oso immaginare che questo scriba, mentre diceva la sua risposta a Gesù, era gioioso, come se una scoperta nuova desse senso nuovo e rivelazione alla sua vita. Anche noi, se vogliamo, possiamo entrare nella verità. Con apertura, con tutto noi stessi, con la nostra vita.



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Commenti di p. ermes ronchi

Amare con tutto noi stessi è necessario per vivere

Qual è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello del Sabato, perché anche Dio lo osserva. La risposta di Gesù, come al solito, sorprende e va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno.

E allora sono certo che il Vangelo resterà fino a che resterà la vita, non si spegnerà fino a che non si spegnerà la vita stessa.

Amerai, dice Gesù: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare.

Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai.
Cosa farò l’anno che verrà, e poi dopo? Tu amerai.
E l’umanità, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l’uomo amerà.
Un verbo al futuro, perché racconta la nostra storia infinita.

Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Gesù: lui crede nell’amore come nella cosa più grande. Come lui, i cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, verità, dottrine, comandamenti, ma quelli che credono all’amore (cfr 1 Gv 4,16) come forza determinante della storia.

Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l’unica misura dell’amore è amare senza misura.

Ama Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare il marito, il figlio, la moglie, l’amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica.

Ama con tutta la mente. L’amore è intelligente: se ami, capisci prima, vai più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L’amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato, ma poi capace di spostare le montagne. Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece di uno ne elenca due, e il secondo è una sorpresa ancora più grande. La novità di Gesù sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l’unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l’uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio, è terra sacra davanti alla quale togliersi i calzari, come Mosè al Roveto ardente. Per Gesù non ci può essere un amore verso Dio che non si traduca in amore concreto verso il prossimo.

Ma perché amare, e con tutto me stesso? Perché una scheggia di Dio, infuocata, è l’amore. Perché Dio-Amore è l’energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e l’altre stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa.

 

 Amare Dio per amare l’umanità

A merai Dio con tutto il tuo cuore. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Che cosa c’è al cen­tro della fede? Ciò che più di ogni cosa dona felicità al­l’uomo: amare. Non obbe­dire a regole né celebrare ri­ti, ma semplicemente, me­ravigliosamente: amare.

Gesù non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla legge an­tica: il primo e il secondo co­mandamento sono già nel Libro. Eppure il suo è un co­mando nuovo. La novità sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola pa­rola, l’unico comandamen­to. L’averli separati è l’origi­ne dei nostri mali.

La risposta di Gesù inizia con la formula: shemà Israel, ascolta popolo mio. Fa te­nerezza un Dio che chiede: «Ascoltami, per favore. Vo­glimi bene, perché io ti amo. Amami!» Invocazione, desi­derio di Dio. Cuore del co­mandamento, sua radice è un’invocazione accorata, non una ingiunzione. Dio prega di essere amato.

Amare «è tenere con tene­rezza e passione Dio e l’uo­mo dentro di sé: se uno a­ma, l’altro è come se dimorasse dentro di lui» (A. Ca­sati). Amare è desiderio di fare felice qualcuno, coprir­lo di un bene che si espan­de oltre lui, va verso gli altri, inonda il mondo… Amare è avere un fuoco nel cuore.

Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso. Se amo Dio, amo ciò che lui è: vita, com­passione, perdono, bellez­za. Amerò ogni briciola di cosa bella che scoprirò vici­no a me, un atto di corag­gio, un abbraccio rassicu­rante, un’intuizione illumi­nante, un angolo di armo­nia. Amerò ciò che Lui più a­ma: l’uomo, di cui è orgo­glioso.

Ma amare come? Metten­dosi in gioco interamente, cuore, mente, anima, forza. Gesù sa che fare questo è già la guarigione dell’uomo. Perché chi ama così ritrova l’unità di se stesso, la sua pienezza felice: «Questi so­no i comandi del Signore vostro Dio… Ascolta, o I­sraele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice’ (Dt 6,1-3). Non c’è altra ri­sposta al desiderio profon­do di felicità dell’uomo, nes­sun’altra risposta al male del mondo che questa soltan­to: amare.

Ama il tuo prossimo come te stesso. Quasi un terzo co­mandamento: ama anche te stesso, insieme a Dio e al prossimo. Come per te ami libertà e giustizia così le a­merai anche per tuo fratel­lo, sono le orme di Dio. Co­me per te desideri amicizia e dignità, e vuoi che fiori­scano talenti e germogli di luce, questo vorrai anche per il tuo prossimo. Ama questa polifonia della vita, e farai risplendere l’imma­gine di Lui che è dentro di te. Perché l’amore trasforma, ognuno diventa ciò che a­ma. Se Lo amerai, sarai si­mile a Lui, cioè creatore di vita, perché «Dio non fa al­tro che questo, tutto il gior­no: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart). Amerai, perché l’amore genera vita sul mondo.

 

Un regno differente (Gv 18,33-37) (Sol. Cristo Re B)

Gv 18,33-37

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».



Introduzione

Entriamo nell’ultima settimana del Tempo Ordinario, e la liturgia ci fa celebrare, in quest’ultima domenica dell’anno liturgico, la solennità di Cristo Re. E’ la conclusione di tutto, è l’apice della nostra vita, della nostra storia, ciò a cui tendiamo: riconoscere nella nostra storia e nella storia del mondo la signoria di Gesù, lasciarlo regnare in pienezza nella nostra vita.

Ma colpisce che, proprio nel momento della celebrazione della gloria di Gesù, il vangelo proposto è preso dal centro della passione. Il vangelo non ci mostra il re glorioso, ma ci mostra il Re crocifisso. Non è una svista, e l’evangelista Giovanni, che ritrae questa scena, e ce la dona così mirabilmente, lo sa bene. Perché Giovanni ci indica che il grande conduttore, scenografo della vita e della storia, anche e soprattutto in questo momento, è proprio lui, Gesù, perché “nessuno” gli “toglie la vita”, ma é lui che la dona (Gv 10,10), è lui il Direttore d-orchestra e la musica che suona la decide lui… Gesù, anche là, proprio là, nel momento in cui sembra schiavo di tutti, privato della sua libertà, delle sue cose, in realtà vive la massima libertà, quella del dono della vita.

Entriamo allora in questa “regalità”, in questa esperienza che Giovanni ci dona.

1. Due Re uno di fronte all’altro

In questa scena possiamo immaginare che ci troviamo davanti due re, uno di fronte all’altro. Pilato, la massima autorità civile e militare in Israele, il cui potere supremo è infliggere la morte; Gesù che invece ha il potere, materno e creatore, di dare la vita in pienezza.

Guardiamo questa scena, questo incontro, nell’ottica della regalità. Si, troviamo qui due re a confronto. Due persone che hanno potere, che usano del potere, che ricevono il potere, che ci mostrano cosa è il potere. Allora simbolizziamo Gesù, con il solito telo rosso, questa volta a ben indicare anche il momento di sofferenza che sta vivendo, e dall’altro lato Pilato, con il telo argentato, simbolo del potere, della spada. In mezzo, mettiamo una linea divisoria, un telo di colore marrone. Perché, vedremo, tra uno e l’altro c’è un abisso. O un monte insuperabile.

2. Altri ti hanno parlato di me

«Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».

Inizia un dialogo. E da subito, una contraddizione.

Sei tu…? Dici questo da te… o ti hanno parlato di me?

Da subito, Gesù richiama alla verità di sé. Alla inadeguatezza di una domanda fatta al prigioniero. E sarebbe: ti basi sul “sentito dire”, o sulla tua personale esperienza? Dove sta la verità: in quello che dicono gli altri, o in quello che tu sperimenti? E, sotto questo aspetto, la proposta sottintesa: vuoi sperimentare? Vuoi vedere cosa significa avermi come re? Ricordate la domanda che Gesù ha fatto a Pietro, alcuni capitoli precedenti della storia… Chi dice la gente che io sia? Cosa può aver detto, la gente, a Pilato?

Vorrei sottolineare questo primo argomento del dialogo, con il colore marrone. Marrone indica la terra, e quindi ciò che si sperimenta. Gesù richiama Pilato ad una autenticità: non giudicare, non vivere, non agire a partire da quello che ti dicono gli altri. Verifica, fai esperienza tu stesso…

RISPECCHIAMENTO:

Subito possiamo andare alla nostra vita. La domanda di Gesù appella alla nostra autenticità. Come tu agisci, giudichi, parli…? A partire da ciò che sperimenti, che è certo, o a partire da quello che ascolti dire dagli altri?

3. Il re Altro non mi interessa

Pilato, a questa domanda di Gesù, cambia subito discorso.

Pilato disse: «Sono forse io Giudeo?

Pensa all’etnia: non sono giudeo, e quindi non mi interessa relazionarmi con un re che è di un altro popolo…

Pensiamo all’inizio della storia, al principio… Tre grandi Re hanno fatto mesi e mesi di viaggio, seguendo un piccolo segno del cielo, per visitare il Re che nasceva… gli si sono prostrati, gli hanno donato oro, incenso e mirra…

Pilato, che rappresentava il Re in quello spazio territoriale, non viaggia per incontrare il RE, ma è il Re che viene da lui… Non si prostra, ma lo beffeggia. Non gli dona se non – e succederà solo un poco più tardi – le flagellazioni, e una croce.

E’ l’antiprincipio. E’ il contrario.

Pilato si chiude al nuovo, alla possibilità diversa. Immaginate se Pilato, di fronte alla domanda di Gesù, avesse detto: E’ vero, non ci ho pensato. Aspetta: voglio vedere se tu sei re. Mostramelo con la tua vita, nella mia vita, entra nella mia vita e domina, e sperimenterò se tu sei veramente re. No. Pilato ha semplicemente detto: non è affar mio. Non mi tocca. Non mi compete. Come se la competenza sulla nostra vita decidiamo noi a chi darla.

Stupisce questa domanda di Gesù, che é una domanda provocatoria. Mi vedi qui, incatenato, non noti qualcosa di diverso? Nel mio sguardo? Nel mio portamento? Nei miei occhi?… Non nasce qualcosa dentro il tuo cuore?

Alla proposta di sperimentare (telo marrone messo in mezzo) Pilato rifiuta (togliere il telo)

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta torniamo alla nostra vita. Forse anche noi ci rifiutiamo di entrare nella vita dell’altro, perché pensiamo che non è nostra competenza, non ci tocca… e così ci togliamo la possibilità di conoscere di più, di conoscere più profondamente l’umanità, l’altro… Fino a che punto ti comprometti con l’altro?

4. Dall’essere al fare

La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 

E Pilato cambia la domanda. Perché quella sull’essere (SEI re…) gli ha già costato un invito preciso a guardare dentro di lui… e non lo vuole fare. Non può lasciarsi mettere in crisi da un semplice prigioniero… seppur gli sembri non sia un prigioniero qualsiasi.

E allora passa al livello del FARE. Cosa hai fatto?

Perché ti hanno consegnato a me? La tua gente. I capi dei sacerdoti. La tua gente, i “tuoi”… e ancora di più, non solo la tua gente, ma i “capi”… allora deve esserci un motivo, anche grave… cosa hai fatto?

Cosa ha fatto Gesù? Ha insegnato. Ha ascoltato. Ha incontrato. Ha guarito. Ha amato. Cosa ha fatto? Ha amato. Solo che l’amore costa caro, gli è costata l’invidia dei giudei… “o sei invidioso perché io sono buono?” Si, perché la bontà, l’amore di Gesù gli hanno attirato le persone, e i “capi” si sono sentiti messi in secondo luogo, quasi perdenti in competizione…

Cosa hai fatto? Pilato vuole vederci chiaro (porre un telo giallo tra lui e Gesù).

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo alla nostra vita. E’ più facile giudicare l’altro per quello che fa o per quello che è? Se entrassimo, veramente, nella verità di chi l’altro è, realmente: figlio di Dio, creatura amata da Dio… molte cose cambierebbero. E’ più facile giudicare quello che l’altro fa, e spesso sottolineando il negativo e lasciando da parte il positivo… Molte volte, il confronto con l’altro ci fa male, nascono sentimenti negativi come se l’altro ci rubasse il posto… E tu, come guardi e giudichi gli altri?



5. Il Regno

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 

Ma Gesù non accetta il cambio. Non risponde alla seconda domanda, del “fare”, ma torna sull’“essere”, sulla prima domanda. Perché parla del suo regno. Quindi, sottintende, è re. Ma lo farà dire a Pilato, non lo dirà lui:

«Dunque tu sei re?».

Ma Gesù chiarisce non cosa ha fatto ma  di che regno si tratta.

NON E’ DI QUESTO MONDO: è un regno diverso, e prova ne è perché qualsiasi Regno ha un esercito di uomini che difende il Re. se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei.  Ricordiamo che, di fatto, qualcuno ha lottato per difenderlo… Pietro con la sua spada… ma Gesù stesso ha rifiutato questo, chiedendo a Pietro di rimettere la spada nel fodero. E anche Pietro è rimasto confuso… non ha capito. Gesà rivela il perché anche di questo suo gesto là, nell’orto degli ulivi. Ripete il MIO REGNO NON E’ DI QUAGGIU’.

Ancora una volta, Pilato cambia discorso. Non analizza, non cerca di comprendere, non si pone domande. E’ ottuso, si ferma al già conosciuto. Anche se Gesù gli ha parlato di qualcosa di cui non conosce, gli ha detto che sta parlando ad un altro livello… lui si ferma al superficiale:

«Dunque tu sei re?».

 

RISPECCHIAMENTO:

Pilato è figura di tutti noi che, quando vogliamo ottenere una risposta su un argomento, perdiamo la capacità di ascoltare il resto … siamo bloccati su ciò che vogliamo ricevere in risposta. Potremmo interrogarci sulla nostra capacità di ascoltare l’altro… la nostra profondità… Se aspettiamo dall’altro ciò che pensiamo di ricevere, non entreremo mai nel suo mistero. Come stai ascoltando?

6. Tu lo dici: io sono re

Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.

Tu lo dici. Lo riconosci. Lo vedi. Tu. Non perché altri te ne hanno parlato. Tu. IO SONO RE. Sappiamo che per Giovanni la parola IO SONO porta con sé tutto il sapore del nome di Dio. Per 7 volte Gesù dirà: IO SONO, e specificherà, declinerà questo verbo con altri predicati nominali. Sono luce, pane, porta, buon pastore, resurrezione, vita… re. Re perché IO SONO e nessuno può togliere questo. Nessuno può dominare su di me, sulla mia vita. Io sono re. Ma un re differente, un re che non domina e opprime ma un re che si cinge il grembiule e serve.

Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità.

Sono nato e venuto nel mondo per testimoniare la verità. E la verità non è la dominazione, l’oppressione, ma è l’abbassamento, il servizio, il lavare i piedi. La verità è la relazione fino al dono della vita.

Pian piano questa luce sta chiarendo tutto il progetto di Dio… A questo desiderio di luce, Gesù risponde mostrando il progetto (porre un telo rosso tra Gesù e Pilato, vicino alla Luce). Questo è ciò che Gesù ha fatto: mostrare il volto dell’amore del Padre, testimoniandolo con la sua vita.

RISPECCHIAMENTO:

Siamo chiamati insieme a Gesù a dare testimonianza alla verità attraverso i gesti che Egli ci ha insegnato a fare per essere trasparenza del volto del Padre. Quanto gli altri vedono in me il volto del Padre?.

Conclusione: In ascolto

Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

La frase che Gesù dice, a conclusione di questa risposta a Pilato, richiama un’altra parola che Giovanni pone in bocca a Gesù: le pecore ascoltano la sua voce (del pastore). Loro (le pecore) ascolteranno la mia voce… Chi sono le pecore? Quelli che stanno dalla verità. Che viene dalla verità. Che riconoscono la verità fonte della loro vita.



Allora abbiamo due Re a confronto.

–      Un Re bamboccio che pensa di avere il potere ma in realtà fa tutto quello che gli viene chiesto di fare (condannare Gesù)…

–      Un Re Vero che non agisce con la forza ma che ha un unico strumento di potere: la voce… In principio era il Verbo… la Parola… Una parola che si fa carne ora, nella verità portata fino alla fine. La verità dell’amore: io vi amo. Sono questa Parola.

Gli ultimi tempi: Già e non ancora (Mc 13,24-32) (XXXIII Dom. T.O.)

Mc 13,24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».



Introduzione

In queste domeniche ci ha accompagnato sempre il vangelo di Marco, e siamo stati arricchiti degli incontri che Gesù ha vissuto con le persone. Bambini, adulti, giovani, scribi, discepoli, vedove… abbiamo potuto osservare il suo modo di guardare, di agire, di toccare; siamo entrati nei suoi occhi, nel suo cuore, nei suoi sentimenti profondi.

Oggi il ritmo cambia. Il Vangelo sta raccontando l’inesorabile escalation di Gesù a Gerusalemme e, con essa, alla sua passione e morte. Siamo nel capitolo 13, e il capitolo 14 si aprirà con la decisione del Sinedrio di uccidere Gesù. Siamo agli ultimi tempi.

E Gesù, davanti agli ultimi tempi della sua vita, inizia a parlare degli ultimi tempi. Perché, sappiamo, quando si parla di “escatologia” (discorso sugli ultimi tempi), si parla sia di quella personale (la mia fine) sia di quella universale (la fine del mondo), ma sappiamo che la nostra fine, per noi, sarà la fine del mondo… Cosa che non avverrà tra chissà quanti secoli, ma oggi, domani… chissà. Ma tutti prima o poi arriveranno alla fine.

Gesù coglie l’esclamazione di uno dei discepoli, di meraviglia di fronte alle costruzioni del Tempio, per aiutarli a guardare più in là. Oltre. Quello che vedi ora, per quanto meraviglioso sia, non durerà che pochi anni. Tutto prima o poi cadrà, sarà distrutto. “Vedi queste costruzioni? Non rimarrà pietra su pietra. Tutto sarà distrutto”.

Certamente Gesù, nella sua pedagogia, voleva aiutare il discepolo, di cui non sappiamo il nome, a staccarsi dalle cose, a vedere oltre. Per abituarli a guardare oltre anche davanti a quella “fine” che li attenderà dopo non pochi giorni. “Abituati a vedere le costruzioni cadere… le vite cadere… anche la nostra storia, insieme, cadere… perché c’è un oltre…”…

Da questo primo accenno di Gesù, i discepoli cominciano a chiedere, a interessarsi, a fare domande… e tutto il capitolo 13 sarà pieno di queste profezie degli ultimi tempi, i segni che succederanno, i dolori e le sofferenze che saranno parte di questa fine. E arriviamo al testo che la liturgia ci presenta oggi.

1. I colori degli ultimi tempi

Nella Bibbia, se guardiamo il testo originale, il versetto 24 inizia con un “ma”. Fino a li sono raccontati fatti di enorme sofferenza, di divisione… che vorrei rappresentare qui con questo telo rosso: sangue, dolore, sofferenza. Il “ma” potrebbe indicare una contrapposizione, una soluzione… e, invece, Gesù presenta ancora qualcosa che sembra essere molto negativo:

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo.

Dopo il “rosso”, la caratteristica sarà il “nero” (porre un telo nero sopra il rosso). Sole che si oscura, luna (che, sappiamo, è illuminata dal sole) non darà più luce, le stelle (i fari nella notte per i marinai, luce che rischiara le tenebre) cadranno.

Mancanza della luce. Come saranno gli ultimi tempi, dice Gesù? Senza luce.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo subito alla nostra vita. Sarà che la nostra vita si colora, molto o poco, di nero e di rosso?

2. La luce è più forte

Ma, in questa oscurità, in questa tenebra… un segno di speranza.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.

Nell’oscurità non si vede nulla. A meno che non sia qualcuno che porta con sé la luce. E si tratta di una luce molto forte, perché permette di vedere le forme delle nuvole…

La Parola ci dà una notizia di speranza, una notizia di gioia. La luce non finisce per sempre. Vedranno il figlio dell’uomo: perché lui sarà la luce. “E’ venuto a visitarci il sole che sorge dall’alto”, dice Luca, e lo recitiamo ogni mattina. Perché al princípio era la luce (Sia la luce! E luce fu!). Ma poi è arrivata la luce, quella vera che illumina ogni uomo (Gv 1,9), quando “Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). E di nuovo, ma questa volta unica luce, unica fonte luminosa, il Figlio dell’uomo, la venuta del Messia: “Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più lo splendore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore” (Is 60,19)

Questo ci dice che la tenebra non è l’ultima parola, ma l’ultima parola è questa (porre un telo giallo sul telo nero). Al principio, la luce. Alla fine, la luce. Nel mezzo, la nostra storia, fatta di rosso e di nero, di dolore, sofferenza e oscurità. Ma tutto questo per noi è una grande speranza.

Può darsi che grandi potenze siano oggi a farci soffrire, in terra, in cielo… ma

le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Perché la luce vince sopra tutto il resto. È la luce la vera potenza.

Questi testi che ci raccontano la fine, allora, per quanto siano difficili e ci creino ansia, timore, sono in realtà segno di grande speranza. E non per la fine, ma per l’adesso. Perché tutte quelle cose che non abbiamo letto ma che il vangelo riporta non sono così lontane da noi. Basta andare in un paese in guerra, basta andare in un ospedale terminale. Basta andare in una nostra crackolandia, o dove c’è la persecuzione dei cristiani… Vediamo rosso e nero. Ma alla fine ci sarà la luce.

RISPECCHIAMENTO:

Quello che succederà negli ultimi tempi possiamo in realtà viverlo già ora… perché oggi possiamo sperimentare la luce che brilla nelle tenebre, la luce che esiste anche se insieme alla sofferenza e al dolore… Tu riconosci, nella tua vita, segni della luce?



3. Unità piena

Ma questo primo segno grande di speranza è seguito da un secondo.

Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Immaginiamo qui, sperduti in questo oceano di sangue e di oscurità, l’umanità (mettere vari teli colorati intorno ai teli centrali). Dispersione, divisione, lontananza… ma la luce riunificherà tutto. E tutti. “Quando sarò innalzato, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) (porre i teli al centro, nel telo giallo). L’ha detto Gesù  in relazione alla croce, ma anche in relazione alla sua seconda venuta, dove egli attirerà tutti e ricostituirà l’unità. Quell’unità già raggiunta nella croce, ma che nella vita è già e non ancora, ma là, finalmente, sarà nella pienezza. “Attirerò tutti a me”. E l’unità sarà orizzontale (dai 4 venti del sud, del nord, dell’est, dell’ovest…) ma anche verticale (dalla terra al cielo). Unità piena.

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo alla nostra vita: anche tu ti senti perduto, diviso, lontano da Dio e dagli altri? Tu riconosci dentro di te quest’anelito all’unità? Hai sperimentato nella tua vita l’unità con gli altri, quell’unità che Dio sempre offre nella misura in cui rimaniamo uniti a Lui?

4. Una parabola al contrario: relazione tra vita e morte

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

E Gesù racconta questa parabola. Lo fa per rispondere alla domanda che sta all’inizio del capitolo, all’inizio di questo discorso, posta da Giacomo, Giovanni e Andrea: Dicci quando sarà e quale il segno che questo sta per accadere.

La pianta di fico funge, per Gesù, da simbolo per rispondere. Ma il simbolo sembra al contrario: Si parla di un fico, nell’inverno: spoglio, legno duro… (porre un telo marrone a lato della scultura fatta) il cui legno  ad un certo punto diventa tenero… e nascono le foglioline verdi (porre un telo verde). Questo segno di vita fa presagire l’estate. Ma, il simbolo qui è al contrario: alla tenerezza delle foglie che nascono, si accostano le distruzioni, le sofferenze… Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli é vicino.

Entriamo allora in un altro mistero, quello della vita e della morte, della morte che da la vita. Il mistero del parto. Il momento di massima sofferenza è il momento della massima gioia. Dal parto, la nuova vita.

Ecco allora che l’esempio non è opposto, ma consono. Lo puoi capire solo guardando a una madre. A un parto.

RISPECCHIAMENTO:

Viviamo nella nostra vita l’esperienza della relazione tra la vita e la morte? Sappiamo unire le due dimensioni?

5. Le parole che non passano

Tutto passa. La grande costruzione, la città, le potenze, le cose che ho, la terra, il cielo. Ma c’è una cosa che non sarà distrutta, mai:

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

In principio era il Verbo… In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1)… Parola e luce… La Parola non passerà perché è la Luce, è questa Luce. E le più grandi tenebre non la possono vincere.

Qual è la Parola che rimane? Non le parole vane, non i discorsi retorici, né le parole che criticano, giudicano, distruggono. No. Le parole che, come la Parola, creano: amicizia, affetto, relazione, coraggio, amore. Queste sono le parole di luce, parole che rischiarano, parole che distruggono qualsiasi tenebra.

Come vivere già ora nell’eterno? Producendo parole di Luce.

RISPECCHIAMENTO:

Le tue parole sono di luce? O sono parole che distruggono, e che per questo saranno, a loro volta, distrutte?



 

Conclusione

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Gesù ha detto molto sugli ultimi tempi, ha descritto i segni, mostrò le speranze… Ma non ci ha detto il tempo. Il tempo è mistero…

Ma, se pensiamo bene, il tempo è anche il nostro tempo. Potrebbe essere il tempo di oggi, ora… perché, come abbiamo detto prima, viviamo nel già e non ancora. Tutto ciò che abbiamo detto possiamo viverlo oggi. (Indicando la prima scultura) Nero, rosso… ma vedendo le luci che brillano e ci mostrano che la vittoria è Dio… Ma anche i segni della vita e della morte (indicando la seconda scultura): la nostra la vita è piena di segni di morte che conducono alla vita, e anche vita che si dona e muore … Quindi non rimaniamo a pensare alla fine del mondo, ma, come abbiamo detto all’inizio, pensiamo alla nostra fine. Bisogna non perdere tempo, ma già ora intravedere le luci, ringraziare per il mistero della vita e della morte nella nostra esistenza e, come impegno, costruire il nostro tempo futuro con le nostre buone parole di luce che rimarranno per l’eternità. Gesù ci ha mostrato qualcosa di nuovo: la via dell’eternità. Che è il cammino della luce.

Due maestri a confronto (Mc 12,38-44) (XXXII Dom. T.O.)

Mc 12,38-44 (Forma breve Mc 12,41-44):

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».



Introduzione

La liturgia continua a proporci il vangelo di Marco; siamo negli ultimi giorni della vita di Gesù, e sappiamo che si trova  a Gerusalemme, dove vive un forte contrasto con le autorità. Questo è chiaro da tutti i Vangeli. Per Marco questa controversia sembra mitigata dalla presenza del dottore della legge che, pochi versetti prima, si è posto in ascolto di Gesù e ha riconosciuto in lui la Verità, vivendo un bellissimo scambio in relazione al comandamento più grande.

Ma anche se Marco racconta questo incontro positivo tra Gesù e un dottore della legge, in realtà la critica di Gesù a questa categoria è molto chiara ed è uno dei punti del suo insegnamento, non solo ai discepoli ma anche alla folla.

La liturgia unisce a questa critica un fatto che accade sempre nel contesto del tempio: egli, seduto, osserva le persone che mettono i soldi, come elemosina, nel Tesoro del Tempio. E prende l’esempio di una povera vedova per dare un insegnamento, questa volta indirizzato soprattutto ai suoi discepoli.

Vorremmo approfondire questo testo che la liturgia ci propone nella sua unità, confrontando l’esempio dei dottori della legge con l’esempio della vedova.

1. Schematizzazione simbolica: “i dottori della legge” e “la vedova”

Possiamo quindi schematizzare questo parallelo, questo confronto tra i dottori della legge e la vedova. In effetti, Gesù sembra paragonare due tipi di “maestri”: i dottori della legge, teologi e giuristi importanti, e una povera donna, sola. Gesù fa di questa donna una “maestra” della vita.

Metto, rappresentando i dottori della legge, questi tre teli: dorato, argentogiallo. Colori che ricordano il potere, ma anche la luce che sono chiamati a dare, avendo sapienza e saggezza in quanto conoscitori della legge.

Dall’altro lato, metto questo telo marrone, che rappresenta questa vedova che vive nella sua povertà. Il marrone indica la terra, il concreto della vita con le sue difficoltà.

E pongo una linea in mezzo a loro (telo grigio), per simbolizzare che c’è un abisso tra i due gruppi, una separazione.

Osservando questa schematizzazione, ci rendiamo presto conto che il lato di coloro che agiscono male è formato da più persone, mentre la vedova è sola. Una prima deduzione da questa scena simbolizzata è che è più facile trovare persone che agiscono in modo sbagliato che trovare persone che agiscono bene. E questo anche perché da un lato parliamo di “una categoria”, l’altra di un “individuo”. E il rischio è che nel “gruppo” ognuno segua ciò che fanno gli altri, invece di fare una scelta personale.

RISPECCHIAMENTO:

Riguardo a questo primo aspetto, possiamo subito pensare alla nostra vita. Agiamo in base a una scelta personale o facciamo ciò che fanno gli altri? Potremmo applicare, ad esempio, questa domanda ad alcuni aspetti morali relativi ai grandi temi della vita: divorzio, aborto, uso della sessualità… a volte la giustificazione è “tutti si comportano così”, “tutti pensano così”. Sarà che mi manca il fare una scelta personale?


2. Contro l’uso improprio del ruolo

Guardatevi dagli scribi

Guardatevi è un invito a tener d’occhio, a essere consapevoli, perché queste persone potrebbero farti qualcosa di negativo…

Ma chi sono queste persone? Erano autorità al tempo, poiché conoscevano la legge e la spiegavano. Ma Gesù non critica tutti i dottori della legge, ma l’atteggiamento generale della categoria. Infatti, la frase continua con un pronome relativo “che”: indicando così quegli scribi che agiscono come descritto successivamente. Può essere un semplice dettaglio, ma ricordiamo che Gesù non va contro l’autorità in se stessa, ma contro il fatto che molti, in quella categoria, hanno approfittato del loro potere per agire in modo sbagliato. Potremmo quindi, in altre parole, parlare di “abuso di potere”.

RISPECCHIAMENTO:

Guardare alla categoria degli scribi in questo modo ci aiuta, ancora una volta, a tornare alla nostra vita. Anche noi apparteniamo a una categoria (sul lavoro, in famiglia …), e abbiamo un ruolo specifico, una “autorità”… Come usiamo di questa autorità? Entro il limite che viene chiesto o “abusiamo” del nostro potere?

3. L’atteggiamento degli scribi

Rappresentiamo, dalla parte dei dottori della legge, i loro atteggiamenti, che Gesù condanna, e sintetizziamoli con tre verbi:

a.   Apparire. Puntare sull’esteriorità piuttosto che sull’interiorità (telo di colore vivo  o lussuoso)

amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,

La prima caratteristica è che gli scribi non vogliono passare senza essere apprezzati e valorizzati. Hanno bisogno di riconoscimento: essere visti, essere salutati, essere posti al centro dell’attenzione. Immaginiamo le piazze pubbliche, i momenti di incontro… loro devono sentirsi accolti in modo che tutti si rendano conto di essere presenti. È la “malattia dell’apparire”:  non è importante l’altro, né la sua presenza, né l’evento stesso… ma la mia presenza… In realtà, tuttavia, si tratta di apparenza: l’importante non è il tuo cuore, l’interiorità, ma l’esteriorità, quello che gli altri vedono…

Questo apparire è anche dal punto di vista religioso. Un po’ più avanti, Gesù sottolinea che

pregano a lungo per farsi vedere

Non importa loro che il loro cuore sia unito a Dio, ma che gli altri li vedano pregare … ancora una volta, l’esteriorità al posto luogo dell’interiorità e della verità della persona.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo vivo e lussuoso che richiama questo aspetto, dell’esteriorità.

b.   Prevalere. Cercare i primi posti nella vita sociale (telo dorato): dominare piuttosto che servire

avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti..

La seconda caratteristica è prevalere: vogliono i primi posti. Ricordiamo che alcune settimane fa abbiamo trovato, anche all’interno del gruppo di discepoli, qualcuno (Giovanni e Giaciomo) che volevano i primi posti… E Gesù ha mostrato un altro modo di vivere la vita comunitaria.

Le autorità del tempo agiscono come tutte le autorità: vogliono il primato. Dominare, esercitare il potere. Abbiamo detto che questa era anche la cultura del tempo: essere un capo significava essere dominatori, tiranni… ma Gesù, ancora una volta, critica questo modo di agire. Questa critica esprime anche il suo desiderio di trasmettere, ancora una volta, alla moltitudine ma soprattutto ai suoi discepoli, che esiste un altro modo di vivere all’interno della società, dove la caratteristica che deve risaltare nell’autorità è quella del servizio.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo tessuto dorato che ricorda la perfezione, il primato.

c.   Guadagnare. Cercare i beni con avidità: abuso di potere piuttosto che promuovere la giustizia (telo rosso scuro)

Divorano le case delle vedove

Ricordiamo che le vedove, nel contesto biblico veterotestamentario, sono poste nella categoria dei più poveri, a cui la legge pone particolare attenzione: stranieri, orfani e vedove. Questi tre tipi di persone sono considerati i più poveri perché sono quelli che non hanno parenti che li sostengono e li aiutano. La legge protegge queste persone in un modo particolare.

Matteo sottolinea, per quanto riguarda i Dottori della Legge, in questo stesso contesto di Marco, che aggiungono molti precetti nell’interpretare la legge, rendendo impossibile il viverla. Certamente, sono anche riusciti a interpretare le leggi sui poveri godendone a proprio favore…

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo rosso scuro che ricorda il colore del sangue e quindi dell’ingiustizia e dell’oppressione.

 



Riassumendo, possiamo sottolineare che la malattia dei dottori ha un nome: narcisismo. Mettere se stesso prima di tutto…

Ma qual è il giudizio di Gesù su tutto questo?

Essi riceveranno una condanna più severa

Il narcisismo, cioè il culto di sé, mettendo se stessi al centro, conduce alla peggiore condanna. Perché? Perché il narcisismo porta via le relazioni. La relazione con se stesso, perché al centro non c’è il mistero personale ma l’apparenza… La relazione con Dio, perché, invece di averlo come riferimento, è il sé a diventare legislatore e centro di tutto… La relazione con l’altro, perché l’altro è visto come qualcuno da sfruttare per il proprio interesse… E’ disatteso Il grande comandamento, quello che Gesù ha sottolineato qualche versetto prima, nel dialogo con un Dottore della legge del cuore aperto: ama Dio e ama il prossimo come te stesso.

RISPECCHIAMENTO:

Queste sono tre caratteristiche molto negative che nessuno di noi vorebbe riconoscere nella propria vita… ma sarà così? Sarà che queste forme negative di vivere il potere ci toccano? Che anche noi ci mettiamo prima di chiunque altro, vivendo il narcisismo e l’egoismo?

4. Gli atteggiamenti della vedova

Passiamo ad approfondire la seconda parte del vangelo di oggi, che accade anche nel tempio, ma non più nel momento in cui Gesù insegna: lui si ferma, seduto, ad osservare cosa succede intorno alla cassetta delle offerte.

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete.

È interessante che Marco non ci dice che Gesù osservava quanto le persone depositavano, ma come. Il suo sguardo non va all’esterno, ma dentro. Alle motivazioni interiori che ciascuno esprimeva in quel contesto dove tutti dovevano passare.

Vede molti ricchi. Ma non sottolinea il loro gesto, se non in confronto al gesto della povera vedova.

Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro

Rappresentiamo, da parte della vedova, i suoi atteggiamenti, che Gesù sottolinea e pone come modello per i suoi discepoli. Sintetizziamo anche questo in tre verbi, che sono in antagonismo con i tre che abbiamo appena visto, che traspaiono dalla descrizione del Vangelo:

«In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».



a.   Essere. Non la “quantità” ma il “come” (telo rosso vivo).

Alla vedova non importa la quantità: è molto poco quello che ha! Ma lei offre il suo tutto: dimostra così quello che è: una creatura di Dio, una figlia di Dio. Sa che Dio provvederà alle sue necessità; per questo non si importa di dare tutto quello che ha. Ella sa che importa di più l’essere che l’avere…

In contrasto con l’atteggiamento di apparire, quindi, lei sottolinea l’essere. Non è importante la quantità ma è importante la fedeltà e l’impegno verso Dio. Non è importante l’esteriorità, essere ammirato per la ricchezza che si ha… ma è importante l’interiorità, il come, le motivazioni delle proprie azioni.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo rosso vivo, che vuole rappresentare il cuore, l’interiorità, il centro della persona.

b. Scendere (telo verde)

Rispetto l’atteggiamento di cercare i primi posti, per essere il primo, la vedova mostra l’atteggiamento opposto: quello di scendere. Lei scende dai propri sogni, dai suoi progetti, dalla tentazione di bastare a se stessa… che potrebbe manifestarsi custodendo con attenzione il poco che aveva per cercare di moltiplicarlo… Consegnandolo, invece, lei si consegna completamente a Dio, abbraccia i Suoi piani e progetti. Lo scendere  si vede nell’atteggiamento di fiducia: coloro che cercano i primi posti sono serviti per primi, sono certi che nulla mancherà loro, e che potranno approfittare di tutto… la vedova, invece, si trova all’ultimo posto: nel luogo del mendicante, il luogo di Lazaro che aspetta le briciole dalla tavola ricca, è il luogo della speranza e della fiducia.

Rappresentiamo questa caratteristica con il telo verde, che ricorda l’atteggiamento di attesa e di speranza.

c. Donare (telo rosa)

In ogni caso, l’atteggiamento della vedova si oppone l’atteggiamento di medici che vogliono guadagnare tutto, pensando di arricchire se stessi. Simbolo della vedova è una mano aperta che dà, non un pugno che afferra. I ricchi donano, ma per vincere: stima, prestigio, gloria, ammirazione… La vedova dona solo per donare, sapendo che è così poco che dona che, anzi, potrebbe anche essere rimproverata per questo, per dare poco. Ma lei dona perché sa il valore prezioso delle due monete. Per lei significano vita. Quindi, hanno un valore immenso.

I dottori avevano già tutto… ma si appropriano delle proprietà delle vedove. Questa vedova non ha nulla… ma è in grado di dare tutto quello che ha. Il modo di pensare è totalmente diverso.

Rappresentiamo questa caratteristica con il telo rosa, che  ricorda la madre, la donna che si dona ai figli, gratuitamente, senza nulla in cambio… è dare gratuitamente, senza aspettarsi di ritorno.

RISPECCHIAMENTO:

Mettiamo in relazione questi tre atteggiamenti anche alla nostra vita, tre atteggiamenti che misurano, insieme, la nostra fede e la nostra fiducia. Staccarsi dalle cose, specialmente da quelle che ci danno sicurezza, significa mettersi sotto gli occhi di Dio come Padre, considerato come colui che ci darà tutto il necessario, nel suo amore. Ma che chiede molta fede. Come vivo questo aspetto nella mia vita, in relazione alle cose di cui ho bisogno, alle mie necessità? Riesco a dare anche il necessario, o mia condivisione con Dio e con gli altri è limitata al solo superfluo?



Conclusione

Guardiamo, infine, alla scena che abbiamo rappresentato. Questo è ciò che la liturgia di oggi ci propone, unendo due brani che non sono in se stessi correlati. Guardando solo al brano dell’offerta della vedova, il narratore invita a confrontare il gesto della povera vedova con i gesti dei ricchi, che danno del loro superfluo. Potendo leggere, invece, questo racconto con il brano della critica di Gesù contro i dottori della Legge, possiamo trovare altre importanti caratteristiche, mettendo a confronto le due categorie.

Prima di tutto, il fatto che per Gesù la vedova diventa il vero “maestro”, che può insegnare non “mostrando” con il proprio sapere, ma semplicemente con la propria vita. E questi sono oggi i maestri che l’umanità cerca…

In secondo luogo, il confronto con i dottori della legge ci aiuta a trovare caratteristiche molto più profonde, che mettono in  gioco il vero senso religioso e della vita. Gli scribi hanno il compito, spiegando la legge, di contribuire a portare l’umanità a Dio… Ma in realtà, i loro atteggiamenti, piuttosto che avvicinare, alllontanano… la vedova, invece, con il suo atteggiamento, “mostra” Dio: come Padre, come Provvidenza, come Amore.

La conclusione di tutto ciò ci permette un ultimo

RISPECCHIAMENTO: Con la nostra vita e le nostre attitudini, aiutiamo gli altri ad avvicinarsi a Dio, mostriamo il volto di Dio, o contribuiamo a creare una barriera tra Dio e l’umanità ?





Commento di p. Ermes Ronchi

Gli spiccioli della vedova e il tesoro in Cielo

Il Vangelo mette a confronto due magisteri: quello degli scribi, teologi e giuristi importanti, e quello di una vedova povera e sola; ci porta alla scuola di una donna senza più difese e la fa maestra di vita.

Gli scribi sono identificati per tre comportamenti: per come appaiono (passeggiano in lunghe vesti) per la ricerca dei primi posti nella vita sociale, per l’avidità con cui acquisiscono beni: divorano le case delle vedove, insaziabili e spietati. Tre azioni descritte con i verbi che Gesù rifiuta: apparire, salire e comandare, avere. Sintomi di una malattia devastante, inguaribile, quella del narcisismo. Sono di fatto gli inconvertibili: Narciso è più lontano da Dio di Caino.

Gesù contrappone un Vangelo di verbi alternativi: essere, discendere, servire e donare. Lo fa portandoci in un luogo che è quanto di più estraneo al suo messaggio si possa immaginare: in faccia al tesoro del tempio; e lì, seduto come un maestro, osserva come la gente getta denaro nel tesoro: “come” non “quanto”. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.

I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine. Due spiccioli, un niente, ma pieno di cuore. Gesù se n’è accorto, unico; chiama a sé i discepoli, li convoca, erano con la testa altrove, e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Gesù non bada alla quantità di denaro. Anzi afferma che l’evidenza della quantità è solo illusione. Conta quanto peso di vita c’è dentro, quanto cuore, quanto di lacrime, di speranza, di fede è dentro due spiccioli.

L’uomo per star bene deve dare. È la legge della vita, siamo progettati così. Questa capacità di dare, e dare come un povero non come un ricco, ha in sé qualcosa di divino! Tutto ciò che è fatto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.

Il verbo salvifico che Gesù propone in contrapposizione al “divorare” degli scribi, è “gettare”, ripetuto sette volte nel brano, un dare generoso e senza ritorno.

Lo sa bene la vedova, l’emblema della mancanza. La sua mano getta, dona con gesto largo, sicuro, generoso, convinto, anche se ciò che ha da donare è pochissimo. Ma non è la quantità che conta, conta sempre il cuore, conta l’investimento di vita. La fede della vedova è viva e la fa vivere. Non le dà privilegi né le riempie la borsa, ma le allarga il cuore e le dà la gioia di sentirsi figlia di Dio, così sicura dell’amore del Padre da donare tutto il poco che ha.

Questa donna, che convive col vuoto e ne conosce l’angoscia, è fiduciosa come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo. E il Vangelo torna a trasmettere il suo respiro di liberazione.

 

Un incontro che cambia la vita (XXX Dom TO – B)

Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.




 

Introduzione

Stiamo accompagnando, in queste domeniche, il vangelo di Marco, nei racconti che l’evangelista ci dona del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Gesù cammina, non si ferma mai, e mentre cammina, abbiamo visto nelle domeniche scorse, incontra: altri, gli stessi discepoli, che camminano con lui e che ancora fanno fatica a comprendere dove porta quel cammino…

Il versetto 46 che inizia questo brano riporta una indicazione ben precisa. E giunsero a Gerico. E subito dopo, quest’altra annotazione: mentre partiva da Gerico.

Marco non racconta cosa Gesù ha fatto a Gerico. Non racconta i suoi insegnamenti, altri incontri o fatti avvenuti in questa città. Eppure di cose deve averne fatte, per radunare molta folla. Chissà che cosa veva spinto tutta questa gente a seguirlo… E sappiamo che veramente, in Gerico, in quel periodo dell’anno, c’era una folla di pellegrini provenienti dalla Galilea, dalla Perea e da altre regioni che si riunivano per salire insieme a Gerusalemme. Così, molti decisero di partire con Gesù e i suoi discepoli. Ma Marco non racconta il perché. Sembra che siano particolari per lui di poco conto. E, di questa traversata a Gerico, ricorda solo il momento finale, quando stava là, uscendo dalla porta della città.

Desidero mettere qui, in mezzo, questo telo lungo a indicare la strada dove stava camminando Gesù, e in mezzo a questa, un telo marrone, che indica la porta della città. Perché è proprio in questo punto, su questa strada che fa uscire dalla città, che Marco si ferma, osserva, e ci invita a osservare Gesù.

 


1. Molta folla

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla,

Lungo questa strada, che possiamo immaginare qui, davanti a noi, con in mezzo questa porta, Gesù (telo rosso). Gesù con i suoi discepoli (ne indichiamo uno con il telo azzurro), e molta folla, che indichiamo con alcuni teli colorati:

  • arancione, uno di quelli che seguiva Gesù per curiosità;
  • verde, un malato che sperava nella guarigione di Gesù,
  • azzurro, uno che desiderava diventare discepoli di Gesù,
  • viola, uno che seguiva Gesù per criticarlo, per prenderlo in fallo…

… e potremmo aggiungere ancora altre caratteristiche…

RISPECCHIAMENTO:

Anche tu, un giorno, ti sei messo a seguire Gesù. Perché? E oggi, perché stai continuando a seguirlo? Cosa ti stai aspettando da lui?

 

2. Un uomo

il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare

Ecco la descrizione di un uomo, che si distingue dalla folla, anonima, che non viene descritta, e che poniamo qui, ai margini, nei pressi della porta, simbolizzandolo con un telo grigio. Grigio perché gli daremo colore e forma continuando a leggere il vangelo. Perché con 5 espressioni, Marco descrive tutta la realtà di quest’uomo.

  1. IDENTITA’: chi è?
  2. CARENZA: cosa gli manca?
  3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume?
  4. SPAZIO: dove sta?
  5. TEMPO: cosa fa?

Mentre si spiega ogni caratteristica, si lega il telo che la rappresenta al telo grigio,

2.1. IDENTITA’: chi è? (Telo giallo)

Marco ci dice il suo nome, BARTIMEO, che è tutto un programma. Il suo nome significa figlio di Timeo. Marco non ci racconta chi è Timeo, ma il fatto di nominarlo indica una cosa molto importante: l’identità di Bartimeo è di essere figlio: Bar Timeo, Figlio di Timeo. Anche se povero, mendicante, cieco… egli è figlio. Non è stato abbandonato, non è stato rinnegato… nella sua situazione, continua a essere figlio. Ha un padre. Appartiene a qualcuno. Questo potrebbe bastare a lui, e allora vive la sua vita, quotidianamente, li, presso quella porta, perché non è perduto, non è dimenticato.

RISPECCHIAMENTO:

La nostra identità di appartenenza. Tu appartieni a qualcuno? Di chi sei “figlio”? La tua identità da che relazione è data?




 

2.2. CARENZA: cosa gli manca? (telo scuro)

Ma manca qualcosa. E’ cieco, cioè gli manca luce. Non vede, non distingue le cose. Non vive una sofferenza fisica, non c’è qualcosa che gli fa male. Ma qualcosa che gli manca. Che dovrebbe avere ma non ha. Una carenza. E le conseguenze di questa carenza si vedono nelle espressioni successive: sta seduto, sta ai margini, sta a mendicare. La cecità impedisce la libertà: non vedi, non sai dove andare, non puoi camminare…

Da quello che ci descrive Marco, la coscienza che gli manca qualcosa si ravviva nel momento in cui sente passare Gesù. Prima era seduto, tranquillo, non vede, non parla. Muto. Ma Gesù passa e lui comincerà a gridare. La percezione della carenza si acuisce nel momento in cui percepisce che chi porta con sé la pienezza si sta avvicinando…

RISPECCHIAMENTO:

Quale la tua “carenza”? Cos’è che ti manca? Qual è la tua parte “oscura”, senza luce?

 

2.3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume? (telo marrone)

La cecità, dicevamo poc’anzi, toglie la libertà. La cecità paralizza le gambe, perché non vedere il cammino ti fa fermare. Stare seduti è sintomo di chi non vuol procedere in avanti, di chi non vuol crescere. La carenza della sua vita (la luce) gli fa pensare di non poter avanzare. Il cancro, da un luogo del corpo, si diffonde ad altri. Fisicamente avviene così: una piccola cosa blocca tutto. Spiritualmente è lo stesso. Se tu non vedi, se ti manca la luce, pian piano il tuo corpo si paralizza.

Indichiamo questo con il marrone, che indica la fragilità, ma anche il colore della terra, del legno di una sedia… Se ti manca la luce, il rischio è di fermarti alla terra. Non solo si blocca il cammino “orizzontale”, sulle strade del mondo, ma anche il cammino verticale. Ti fermi in un punto e non sali al cielo.

RISPECCHIAMENTO:

In questo momento della tua vita sei in cammino o seduto ai margini?




2.4. SPAZIO: dove sta? (telo crema)

La contraddizione è il luogo dove questo cieco sta seduto: lungo la strada. La strada è il luogo del cammino, è il luogo dell’incontro, è il luogo della ricerca, della speranza… Pensiamo cosa significa stare sulla strada, avere una meta davanti a sé… Quest’uomo, poiché è seduto, è senza meta. Per lui camminare verso destra o verso sinistra non ha alcun senso. Ma proprio per lo stare sulla strada, il mendicante seduto è continuamente soggetto di incontro con chi è in cammino. E’ chi è in cammino che gli da ciò di cui ha bisogno… è chi è in cammino che vede le sue necessità e lo aiuta…

In questo stare sulla strada del cieco intuiamo il suo cercare, il suo essere aperto… Poteva starsene in casa, poteva recriminare tutta la sua vita per la mancanza della vista. Poteva rifiutare la vita. E invece no, si mette sulla strada, anche se non cammina. Accoglie la sfida di essere continuamente sollecitato a immaginare una vita differente, una vita di viaggiatore.

Ma stare lungo la strada, per un mendicante, è anche stare ai margini. E’ stare al limite della vita, nell’emarginazione. E’ stare là, in parte, dove non tutti ti vedono. Chi cammina al centro della strada non ti incontra. Ma non puoi stare al centro, perché saresti investito, dai carri, dalla fretta degli uomini.

Stare sulla strada, accogliere la sfida dell’incontro, ma sempre in una situazione di passività. Incontrando, solo perché l’altro ti incontra, solo perché l’altro ti vede. Manca il primo passo. E’ stare in attesa del cuore aperto degli altri.

RISPECCHIAMENTO:

Guardo il mio cammino… vado incontro agli altri… o attendo che gli altri si avvicinino, si accorgano di me? Ho il coraggio di stare sulla strada o mi chiudo nelle mie sicurezze, nella mia casa, rifiutando l’incontro?

 

2.5. TEMPO: cosa fa? (verde)

Infine, ultima caratteristica: mendicare. Cosa fa, come usa il suo tempo, lo scorrere dei giorni, delle ore, dei minuti? Mendica.

Mendicare è attendere. E’ tendere una mano in attesa di una risposta. E’ dichiararsi carente, bisognoso, necessitato. Un essere bisognoso, che vive la sua vita nell’attesa della risposta al suo bisogno…

Cosa mendica? Soldi, certamente. Ma non solo. Il mendicante mendica incontro, risposta, prossimità. Il telo è verde perché indica speranza. Lo stare a mendicare è espressione della speranza: è credere che qualcuno risponderà. E’ credere nel cuore buono dell’altro. E’ credere che ci può essere, ancora per oggi, vita, incontro che cambia la storia. E’ attendere che qualcosa di buono può accadere…

RISPECCHIAMENTO:

La mia attesa… la mia speranza… dove sono? In cosa credo?

 

Sollevare l’uomo con i 5 teli.

Ecco i colori di quest’uomo. Ecco chi è. Ecco il protagonista di questa storia…

 


3. Un Dio che passa

Ma ecco che succede qualcosa.

Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù e si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro. Con il Signore c’è sempre un “dopo” (p. Ermes Ronchi)

Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Qualcosa cambia nella sua vita. Il rumore di un  passo risveglia in lui qualcosa di nuovo. E lui, che è “Figlio di Timeo”, riconosce il passo di un altro “figlio”, il “Figlio di Davide”. Lui, che “appartiene” a Timeo, sente passare l’ “appartenente” per eccellenza, alla storia, al suo popolo, a se stesso. Riconosce che non può più solo essere figlio di Timeo ma ha bisogno di un’altra appartenenza, a un altro figlio che, nella sua pienezza di appartenenza, lo richiama alla vera appartenenza. Quel “figlio” che stava tranquillo, seduto, mendicando, in attesa, alza la voce, grida, per “appartenere” a un altro.

E nel susseguirsi della storia, possiamo immaginare che tutte queste parti di lui sono interpellate. (prendere i teli uno ad uno):

 

  1. La sua identità, di figlio, gli permette di riconoscere l’altro come figlio, e di sentire la forza che questa figliolanza gli dà…
  2. La sua carenza, non ci vede: riconosce in Gesù la pienezza che può togliere ogni carenza… Riconosce in Gesù quello che può avere pietà di lui, cioè compatire, piangere con lui, perché chi è nella pienezza sente il vuoto dell’altro…
  3. Il suo essere seduto: chiamato, si alza, supera l’incertezza del cammino, ha finalmente una direzione: Gesù
  4. Il suo essere ai margini della strada, attendendo un incontro… per la prima volta dà il primo passo. Non è Gesù che va da lui, ma è il cieco che va verso Gesù. Inizia un movimento, fisico ma allo stesso tempo interiore. Non aspetto gli altri, l’incontro è troppo importante per me che non posso continuare a stare seduto…
  5. Il suo essere mendicante, in attesa. Aveva atteso, per anni, per decenni, con speranza, che qualcosa di nuovo accadesse nella sua vita. Ma questa novità non arriva nelle sue mani come la moneta dell’elemosina. Arriva al suo cuore come seme che esplode nella terra e fiorisce…

E il grande miracolo dell’incontro ci stupisce. Gesù, che poteva avvicinarsi, fare lui… lo rende protagonista della vita. Lo fa alzare, lo fa camminare, lo fa venire al centro, gli fa esprimere i suoi desideri più profondi: “Cosa vuoi che io ti faccia?”. Sembra una domanda inutile, quasi retorica, fatta a un cieco. Ma, abbiamo capito, questo cieco non aveva solo bisogno della vista. Aveva bisogno di una meta, una strada, un obiettivo: Rabbunì, che io veda di nuovo! Non era solo “che io veda”, ma “di nuovo”. Un particolare molto interessante e importante. Perché quel cieco già aveva una luce, un cammino, una strada. Ma l’ha persa. Chiede di nuovo di rimettersi nella vita…

Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

La tua fede. Il tuo accogliere la sfida del primo passo, della possibile novità. Subito avviene il miracolo, della vista non nuova, ma antica. E lo seguiva lungo la strada: miracolo di luce e miracolo di cammino.

Il cieco che non è più cieco comincia a seguire Gesù. Il “figlio di Timeo” lascia la sua casa per appartenere a qualcun altro, al “figlio di Davide”. Non vive più nella carenza, perché davanti a lui, nel cammino, c’è la pienezza, colui che dona tutto. Non sta più seduto, ma è in cammino, e sulla strada non che lui ha scelto, ma che Gesù percorre. Al centro del cammino, perché Gesù sta al centro. E con una nuova speranza: quella della vita.

4. Due dettagli importanti

Ma abbiamo dimenticato, nella nostra esposizione, due particolari interessanti.

Il primo pone al centro questa folla che segue Gesù… Ci sono discepoli che tentano di zittire il cieco: le ispirazioni del cuore, seguendole, provocano rifiuti, provocano contrasti… ma ci sono anche discepoli che lo chiamano: accogliendo l’invito di Gesù, vanno e incoraggiano il cieco.

E possiamo, qui, fare un altro RISPECCHIAMENTO: Noi chi siamo in questa folla rispetto ai nostri fratelli che vivono la situazione del cieco? Quelli che spengono la speranza o quelli che la riaccendono e incoraggiano?

Secondo particolare: il mantello. Il cieco va e lascia lì, al margine della strada, il mantello. Che lo copriva, che lo proteggeva, che lo riscaldava… Il mantello è ormai vecchio, la vita nuova chiede che tu lasci le vecchie sicurezze e ti abbandoni. Lascia, libero, ciò che ti rende goffo, ciò che ti impedisce di camminare… Solo senza mantello puoi sentire il richiamo a chi è la tua vera sicurezza e protezione…

RISPECCHIAMENTO:

Cos’è che oggi ti da protezione, sicurezza e che devi lasciare per porre la tua sicurezza solo in Gesù?

 



 


COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Credere fa bene, Cristo guarisce tutta l’esistenza

E Bartimèo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. Non c’è grido più evangelico, non preghiera più umana e bruciante: pietà dei miei occhi spenti, di questa vita perduta. Sentiti padre, sentiti madre, ridammi vita.

Ma la folla fa muro al suo grido: taci! Il grido di dolore è fuori luogo. Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore sia fuori programma.

Eppure per tanti di noi è così, da sempre, perché i poveri disturbano, ci mostrano la faccia oscura e dura della vita, quel luogo dove non vorremmo mai essere e dove temiamo di cadere.

Invece il cieco sente che un altro mondo è possibile, e che Gesù ne possiede la chiave. Infatti il rabbi ascolta e risponde, ascolta e rilancia.

E si libera tutta l’energia della vita. Notiamo come ogni gesto da qui in avanti sembra eccessivo, esagerato: Bartimèo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.

La fede è questo: un eccesso, un’eccedenza, un di più illogico e bello. Qualcosa che moltiplica la vita: «Sono venuto perché abbiate il centuplo in questa vita». Credere fa bene. Cristo guarisce tutta l’esistenza.

Anzi il cieco comincia a guarire prima di tutto nella compassione di Gesù, nella voce che lo accarezza. Guarisce come uomo, prima che come cieco. Perché qualcuno si è accorto di lui. Qualcuno lo tocca, anche solo con la voce. Ed egli esce dal suo naufragio umano: l’ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, inizia a vivere perché chiamato con amore.

La guarigione di Bartimèo prende avvio quando «balza in piedi» e lascia ogni sostegno, per precipitarsi, senza vedere, verso quella voce che lo chiama: guidato, orientato solo dalla parola di Cristo, che ancora vibra nell’aria.

Anche noi cristiani ci orientiamo nella vita come il cieco di Gerico, senza vedere, solo sull’eco della Parola di Dio, che continua a seminare occhi nuovi, occhi di luce, sulla terra.

 




SCARICA LE SCALETTE:

04 PARTECIPANTE – 28 OTTOBRE

04 ANIMATORE – 28 OTTOBRE

04 AUDIO Gesù sta passando

04 MEDITAZIONE – DOMENICA 28 OTTOBRE 2018

 

 

Il cammino per essere grandi (XXIX Dom TO – B) (Mc 10,35-45)

Mc 10,35-45 (Forma breve Mc 10,42-45)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».




Introduzione

Stiamo approfondendo il Vangelo di Marco e, nei due primi incontri vissuti finora, abbiamo visto il messaggio del vangelo attraverso un “filtro” speciale: quello della RELAZIONE. Il Vangelo di Marco, per la sua semplicità, per il raccontarci i fatti così come sono, senza grandi rivisitazioni teologiche, ci aiutano ad entrare in un Gesù “umano”, un Gesù che incontra, abbraccia, si indigna, accarezza con tenerezza, fissa e ama…

Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova relazione, ad un nuovo incontro: tra Gesù e alcuni dei suoi discepoli, e non si tratta di chiunque, ma del discepolo “prediletto”, Giovanni, e suo fratello Giacomo. Un incontro, una relazione, che aprirà poi il discorso della relazione tra loro e gli altri e tra tutti e il mondo….

Ma andiamo con ordine.

 

1. Il “faccia a faccia” tra Gesù, Giacomo e Giovanni

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo,

Schematizziamo, quindi, questo incontro, questa relazione. Immaginiamo Gesù (Telo rosso al centro) e questi due discepoli, Giacomo (telo verde) e Giovanni (telo azzurro) che si avvicinano (metterli vicino a Gesù). Abbiamo visto, nelle scorse domeniche, come c’é modo e modo di avvicinarsi. L’avvicinarsi della folla per ascoltare, dei farisei per ingannare, dei bambini per abbracciare, dell’uomo ricco per avere… ora ancora un altro modo di avvicinarsi. Non per fare una domanda, ma per avanzare una richiesta.

Giacomo e Giovanni si avvicinano a Gesù perché vedono in lui qualcosa che può essere loro utile. Si avvicinano per “sfruttare” l’amicizia, la relazione, a loro favore, per ottenere qualcosa. Al giorno d’oggi le chiameremmo “raccomandazioni”. E sappiamo che non nascono nel cuore della giustizia ma all’ombra dell’egoismo e dell’ingiustizia.

Sono in due, e immagino le chiacchierate, gli sguardi, le intese tra loro prima di avvicinarsi a Gesù con questa richiesta. “Dai che glielo chiediamo” “Ma no, ma sarà il caso?” “Ma si, veramente, perché no, non c’é niente di male” “In fondo lo fanno tutti” “In fin dei conti, siamo stati i primi a seguirlo, qualcosa in cambio ci vuole, no?”. Quante affermazioni, ragionamenti, consolidamenti, giustificazioni… prima di arrivare là. In un momento particolare, scelto.

Ma il momento é ben particolare. Perché tra il racconto dell’incontro dell’uomo ricco della scorsa domenica e il vangelo di oggi ci manca una parte, che la liturgia omette perchè la si legge nel tempo di quaresima: sono i versetti 32-34:

32 Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: 33 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, 34 lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».

Con i dodici aveva appena vissuto uno scambio. Uno scambio in cui annunciava ancora una volta la sua passione…

RISPECCHIAMENTO:

Quante volte ci avviciniamo a Dio senza considerare quello che Lui già ci sta dicendo… Cominciamo a parlare con Lui come se Lui mai avesse iniziato un discorso con noi…

 


2. Il Desiderio

dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».

In quel contesto, arriva questa richiesta: Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Pochi versetti dopo, quasi richiamando le parole dei discepoli, sarà Gesù stesso che si offrirà ai desideri degli altri: lo fará di fronte al cieco Bartimeo, dicendogli: Cosa vuoi che io ti faccia? I discepoli pretendono quello che Gesù offrirà liberamente a un povero malato…

Ma anche a loro Gesù apre la disponibilità:

Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?».

Sembra di essere Aladino davanti al genio della Lampada: Esprimi il tuo desiderio…

E loro rispondono:

Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Qual è il più grande desiderio?

SEDERE: sedere é proprio dei maestri, dei capi, di coloro che hanno autorità, dei ricchi, dei potenti…

NELLA TUA GLORIA: Quando sarai potente, ricco… perché loro credono che Gesù sia un messia potente, che stabilirà un regno terreno…

UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA: Praticamente, così (porre 3 sedie una a fianco all’altra; sulla centrale, porre “seduto” il telo rosso di Gesù, mentre i due teli azzurro e verde uno a un lato di Gesù e l’altro all’altro. Il facilitatore si siede al posto di uno dei due). Stare al fianco di Gesù… del Re… poter vedere tutti dall’alto in basso, guardare nella stessa direzione  di Gesù… Questo è il grande desiderio di Giovanni e Giacomo, tra i primi chiamati a seguire Gesù…

RISPECCHIAMENTO:

Qual è il tuo più grande desiderio? Ha forse a che vedere con il primato, il potere, la grandezza?

 


3. Ignoranza

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete

Potremmo chiederci a cosa si riferisca l’ignoranza a cui accenna Gesù… Voi non sapete cosa significhi star seduto là… non sapete cosa significhi stare alla mia sinistra e alla mia destra nel Regno… Ma la risposta di Gesù é tanto liberante, anche per me. Perché nella relazione con lui, nei desideri che posso esprimere, Gesù non giudica, ma mi dice: Non sai quello che chiedi. Là, sulla croce, Gesù continuerà ad accogliere una umanità che non sa quello che fa, che dice, che chiede… “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Ma Gesù, nonostante questo, cerca di dialogare con loro… perché capiscano, sappiano, escano dall’ignoranza:

Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.

Certamente, qui, i due discepoli non sapevano di quello che stavano parlando… Si parla di un calice, di un battesimo… Gesù si riferisce alla sua morte (bere il calice indica l’amarezza della passione e il battesimo, nell’ambiente culturale del tempo, significava immersione nella sofferenza) ma i discepoli certamente non ne sono consapevoli. Ma si sentono onnipotenti: lo possiamo. Qualsiasi cosa sia, lo possiamo fare… Può sembrare una sovrastima di sé, delle proprie capacità; certamente in loro era grande il desiderio di fare come Gesù, anche se non erano consapevoli fino in fondo di cosa questo significasse…

Gesù sa, intuisce, che questa sarà di fatto la situazione dei discepoli dopo la sua morte. Sa che veramente loro berranno lo stesso calice amaro della sofferenza… Sa che avranno la forza per farlo… ma, nonostante questa certezza, invita i discepoli a entrare in un’altra ottica. Non quella del dare-ricevere, del merito, come vedevamo la scorsa domenica. C’è qualcosa che esce dall’ottica del merito. La vita di Dio non si può comprendere secondo l’ottica del merito.

Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

É stato preparato: il passivo si riferisce al Padre… C’è un’altra logica, un altro modo di relazionarsi. Non quello del contraccambio, ma quello della gratuità. “E’ stato preparato”. Per chi? Non si sa. Perché non segue la legge del merito… La bontà di Dio, dicevamo, è differente…

RISPECCHIAMENTO:

Quali sono le mie pretese davanti a Dio? Quali cose mi aspetto da lui, in cambio di ciò che faccio per lui, per la Chiesa?




 

4. Discordia e ingiustizia

Questo dialogo suscita l’ira degli altri, che sentono qual é stata la richiesta dei due fratelli. Una richiesta inammissibile in una vita comunitaria.

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.

Sappiamo che il sentimento dell’indignazione é quello davanti all’ingiustizia. Nella loro immaginazione, nel loro sentire, loro  si sentono dentro un’ingiustizia, perché in fondo si sentono messi così (mettere i teli degli apostoli davanti alle 3 sedie) In posizione di sudditanza…. voler stare “su quel trono” è, di fatto, voler risaltare sugli altri, stare a un livello superiore.

RISPECCHIAMENTO:

Mettiamoci adesso dalla parte dei discepoli, di questi che si sentono messi, dagli altri, in posizione di inferiorità. Sarà che anche noi, nella nostra comunità, abbiamo vissuto questo? Abbiamo sentito di essere messi in un livello inferiore, percependo su di noi l’ingiustizia?

Gesù, però, percepisce questa tensione e interviene.

Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro:

Li chiamò a sé: chiamandoli ad avvicinarsi, li rimettono nella giusta posizione… (mettere i tre teli nelle sedie a cerchio con gli altri, tutti intorno a Gesù).



5. Nuova consapevolezza

«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Voi sapete: è una affermazione. Voi sapete perché fa parte della vostra cultura, del vostro modo di ragionare; è quello che sempre la vostra famiglia, la società, vi hanno trasmesso…

coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.

Qual è il pensiero della società, della cultura? E’ una equazione:

GOVERNANTE = DOMINATORE

CAPO = OPPRESSORE

Ma questo era a tutti i livelli. In una famiglia patriarcale, il padre era autorità e aveva diritto di decidere sulla vita dei figli… sul loro futuro… sul loro matrimonio… Tutto dipendeva dal padre. Dall’autorità. Nella relazione, nel gruppo, nella comunità, c’era sempre chi assumeva il comando e l’ordine. In fondo, Giacomo e Giovanni non avevano fatto altro che tradurre, nella loro vita comunitaria, questo concetto molto chiaro nella cultura: tra noi c’è qualcuno che deve sopravalere… e vogliamo essere noi (rimettere i due teli azzurro e verde sulle sedie).

Tra voi però non è così;

Una frase, una affermazione sconvolgente, destrutturante, perché mina cultura, pensiero, ragionamento, società, famiglia… C’è un nuovo modo di intendere. Una nuova relazione da costruire… che parte dal cuore stesso della persona. Perché una volontà di grandezza è innata nell’uomo: il non accontentarsi, il “morso del più”, il cuore inquieto. E allora Gesù propone un nuovo modo di essere grandi, di essere i migliori…

chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.

Vuoi diventare grande? Non condanno questo tuo desiderio. Anzi. Ti do la soluzione per realizzarlo. Ti mostro la strada giusta… Gesù non condanna i desideri di grandezza e realizzazione, non vuole nel suo regno uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi. Come puoi diventare grande? Come puoi spegnere questa sete di grandezza che c’è nel tuo cuore?

Gesù vuole usare le tue energie, la tua passione, di voler essere grande, dandoti una nuova possibilità. Convertendo la tua passione. La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita: chi vuole essere grande sia servitore. Si converta da “primo” a “servo”. Usa, allora, le tue energie per far diventare grandi gli altri! Gesù chiede di scendere come lui è sceso (rimettere i due teli azzurro e verde a livello degli altri). Ma ancor di più. Non solo scendere per servire, ma addirittura diventare schiavo. Lo schiavo è peggio del servo. Dipende in tutto e per tutto dal suo padrone. Non ha orari. Non ha limiti, né di tempo né di forze. Vuoi essere grande? Diventa schiavo! E simbolicamente lo rappresentiamo così (legare il telo azzurro e verde a un altro discepolo, con un nodo, e far camminare i due insieme). Essere schiavo è questo: la tua vita ormai non ti appartiene, sei profondamente legato a un altro.

Ecco la nuova comunità che Gesù viene a creare (unire uno all’altro i teli dei discepoli con un nodo). Una comunità dove la mia vita è irrevocabilmente legata a quella degli altri, e io non posso stare per conto mio, non posso stare “bene” da solo, ma il mio bene è il bene dei miei fratelli. Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell’amore (P. Ermes Ronchi).

Pur nella nostra mania di grandezza, del nostro sentirci onnipotenti, il coraggio dell’amore molto spesso è una realtà per noi troppo difficile…

RISPECCHIAMENTO:

Qual è la relazione che vivo con gli altri membri della mia comunità? Che legame relazionale sento con loro? Ho il coraggio di amare in questo modo?

 


6. Imparando da Dio, un Dio differente

Ma facciamo un ultimo passo.

Dalla nostra concezione di Dio, deriva una concezione di società. Se Dio è capo, è governante, è colui che decide la sorte dell’umanità senza nessun condizionamento e costrizione, ma solo per sua irrevocabile scelta… allora la società riprodurrà questo modello. Gesù propone un nuovo modello: Dio non è un despota ma è un servo:

Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire

Il termine servo è la più sorprendente di tutte le autodefinizioni di Gesù: «Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo». Parole che ci consegnano una vertigine: “servo” allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore! Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il Padrone dell’universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano.

7. Conseguenze per una vita comunitaria

Un Dio differente da quello che fino adesso immaginavamo, che vuole costruire una umanità differente… possiamo immaginare come sarebbe l’umanità se tutti avessero l’umile e attiva preoccupazione di Dio, uno per l’altro…

Che significa avere un Dio nostro servitore  e cosa implica per noi? Troviamo a risposta nei Canti del Servo del Signore, in Isaia, e la liturgia di oggi ne propone uno. Ma, guidati da P. Ermes Ronchi, ci riferiamo a tutti i canti… Una comunità che vive con questi legami (indicare i nodi) è una comunità dove (mentre si commentano le caratteristiche, i teli che le rappresentano possono essere posizionati nel mezzo del cerchio della comunità, formando come un arcobaleno):

  • Il padrone fa paura, il servo no (telo rosa): Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Quante paure tra noi! Paura di mostrarci per quello che siamo. Paura di non essere all’altezza. Paura di vederci “spodestati” da un servizio dall’altro. Paura di essere giudicato. Paura di essere deluso dall’altro. Paura… Se io sono schiavo dell’altro, e se l’altro si mostra a me nello stesso modo, come schiavo, svanisce ogni paura, e la comunità diventa luogo della serenità e della pace…
  • Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai (telo marrone): Sono eliminati giudizio e punizione. Sempre nell’ansia di prestazione, viviamo terrorizzati dal giudizio dell’altro e della società, e spesso, se non siamo perfetti, il castigo ce lo autoamministriamo… Quanti, nella nostra società, davanti alle proprie fragilità scelgono, ad esempio,di togliersi la vita? Non riescono a sopportare l’idea della loro sconfitta… Quanto liberante è una società, una comunità dove non c’è da raggiungere nessun risultato… ma ognuno si sente accolto per quello che è, con i suoi doni e i suoi limiti…
  • non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. (telo verde): C’è sempre la possibilità del riscatto. Mai sarai tanto fallito che io ti lasci a terra. Il legame con te mi chiede di sostenerti anche quando sembra non ci sia speranza. Il mio compito, nei tuoi riguardi, è di sostenerti con le fasce della mia amicizia, del mio affetto, del mio ascolto, del mio abbraccio… Pensiamo anche alla parabola del buon Samaritano…
  • Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco (telo rosso): Ravvivare la fiamma. Il gesto di soffiare sulla brace per far ripartire il fuoco è molto parlante. L’azione dello Spirito, il “vento” che fa ripartire il fuoco, non che lo spegne. La brezza fresca e soave che ridona energia… Tra noi, nella comunità, davanti al fratello che soffre, che cade, anche nel peccato… il mio compito non è dargli la mazzata finale, ma… fff… soffiare. Chiedere la forza dello Spirito, invocare su di lui lo Spirito perché lo Spirito Santo in lui, dono del Battesimo, possa esprimere di nuovo la sua forza…
  • Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo (telo giallo). Dare luce. Sale della terra, luce del mondo. E’ questa la nostra chiamata. In una comunità che vive nel modello del servizio, non pretendiamo dall’altro che sia sempre luce… ma noi, per primi, irradiamo su di lui la luce, perché la usa luce possa rifiorire.

Questi semplici esempi ci possono far capire la rivoluzione che Gesù ha portato. Sono passati 2000 anni, e purtroppo le comunità cristiane spesso non hanno capito questa rivoluzione, non ne sono stati toccati. Qui, simbolicamente, siamo di fronte alla comunità che vive il servizio secondo il modello del “servizio” di Dio…

RISPECCHIAMENTO:

Nella mia comunità si vive tutto questo? E cosa posso fare io, di più?

 

8. Dare la vita

Ma la proposta di Gesù va ancora più in profondità:

e dare la propria vita in riscatto per molti»

Se il modello è Gesù, il punto finale è questo. Arrivare a dare la vita (mettere un telo bianco su tutti gli altri teli). Dare la vita è il compimento. Dare la vita è riscattare l’altro. Dare la vita è dare la certezza dell’amore. L’altro, amato, non potrà fare altro che riamare a sua volta. Nella libertà!

 

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti.

Nessun padrone tra noi, ma tutti servi e schiavi. Servi di tutti.

RISPECCHIAMENTO:

A chi, oggi, sto consegnando la mia vita?



 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Come Gesù chi vuol essere grande sia servitore

Giovanni, non un apostolo qualunque ma il preferito, il più vicino, il più intuitivo, chiede per sé e per suo fratello i primi posti. E l’intero gruppo dei dieci immediatamente si ribella, unanime nella gelosia.

È come se finora Gesù avesse parlato a vuoto: «Non sapete quello che chiedete!». Non sapete quali argini abbattete con questa fame di primeggiare, non capite la forza oscura che nasce da queste ubriacature di potere, che povero cuore ne esce.

Ed ecco le parole con cui Gesù spalanca la differenza cristiana: «tra voi non sia così». I grandi della terra dominano sugli altri… Tra voi non è così!

Credono di governare con la forza… non così tra voi!

Chi vuole diventare grande tra voi. Una volontà di grandezza è innata nell’uomo: il non accontentarsi, il “morso del più”, il cuore inquieto. Gesù non condanna tutto questo, non vuole nel suo regno uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi.

La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita: chi vuole essere grande sia servitore. Si converta da “primo” a “servo”. Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell’amore.

Eppure il termine servo è la più sorprendente di tutte le autodefinizioni di Gesù: «Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo». Parole che ci consegnano una vertigine: servo allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore!

Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il Padrone dell’universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano. Come sarebbe l’umanità se ognuno avesse verso l’altro la premura umile e fattiva di Dio? Se ognuno si inchinasse non davanti al potente ma all’ultimo?

Noi non abbiamo ancora pensato abbastanza a cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone fa paura, il servo no. Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai; non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco. Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo.

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti.

 



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03 PARTECIPANTE – 21 OTTOBRE

03 ANIMATORE – 21 OTTOBRE

03 I legami

03 MEDITAZIONE – DOMENICA 21 OTTOBRE 2018

La prospettiva del dono (XXVIII Dom TO – B) (Mc 10,17-30)

Mc 10,17-30

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».




Introduzione

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada

Iniziamo ponendoci di fronte a questo nuovo tempo, al tempo in cui Gesù va per la strada, cammina… Quale tempo è?

Questo brano, nel Vangelo di Marco, è posto subito dopo quello che abbiamo approfondito l’altra volta. Che si concludeva, ricordiamo, con una scena di unità tra Gesù (telo rosso) e i bambini (telo arancione). Quest’unità, questa comunione, dicevamo, è tanto grande, che Gesù li prende in braccio (intrecciarli) e, in questo modo, il bambino diventa il simbolo di chi entra nel regno dei cieli… Il Regno (che si manifesta in Gesù) richiede una consegna, una fiducia massima… sapersi porre fiducioso nelle mani di Dio.

Dopo questa scena in cui Gesù era seduto, insegnava… Gesù ricomincia a camminare, nel suo viaggio verso Gerusalemme (far camminare Gesù).

un tale gli corse incontro

Marco ci racconta quindi che Gesù usci camminando, mentre un tale arriva correndo incontro a lui (mostrare questo arrivo rapido, rappresentando con un telo verde l’uomo ricco)… Lo rappresentiamo con questo colore verde perché, sappiamo, arriva con una attesa, una speranza…

 

1. Ancora una relazione… ma di che tipo?

Gesù, quindi, pieno di questa relazione con i bambini, esce e cammina… e arriva qualcuno che vuole, ancora una volta, entrare in relazione con lui. Ma anziché fare come i bambini, salendo subito sulle sue ginocchia, lui piega le ginocchia di fronte a Gesù…

gettandosi in ginocchio davanti a lui,

E’ più facile buttarsi al collo o inginocchiarsi? Sedersi sulle ginocchia o prostrarsi? L’atteggiamento dell’uomo ricco è ben differente dall’atteggiamento del bambino. Non vede in Gesù un “padre” da abbracciare ma un “signore” al quale prostrarsi, servire…

RISPECCHIAMENTO:

nella relazione che io, personalmente, ho con Gesù,  lo sento un padre o un signore?




 

2. Fare per avere: ottica del merito

…ma in cambio di che cosa vuole servirlo?

gli domandò

Anche quest’uomo, come i farisei della volta scorsa, arriva con una domanda. Ma non è una domanda per intrappolare Gesù;  è una domanda che nasce veramente dal suo cuore.

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».

La domanda sembra buona, positiva… In questa domanda, però, si nasconde un grande inghippo, che cerchiamo di capire.

Quest’uomo è ricco, ha tutto… con certezza, se lui è ricco, anche la sua famiglia è ricca… Siamo davanti a ricco che parla di eredità… Come eredità, di ricchezze ne riceverà un bel po’… Ma, tra tutte le ricchezze che già ha, ne vuole un’altra, niente popodimeno che la vita eterna.

Ma l’inganno sta proprio in come è posta la domanda: cosa devo FARE per AVERE…? FARE per AVERE. Uno scambio. Un merito.

I precetti della legge erano tantissimi, e c’erano quelli affermativi (ordine di fare) e negativi (ordine di non fare). Tra tutti questi precetti, secondo quest’uomo ne mancava uno, quello che avrebbe avuto come contraccambio la vita eterna. L’uomo voleva sapere cosa, di concreto, poteva compiere (telo marrone da lui a Gesù), in cambio della vita eterna (telo argentato da Gesù a lui). Uno scambio…

RISPECCHIAMENTO:

Nella mia vita ritrovo, nella relazione con Dio, questo tentativo di “scambio”, di merito?

 

3. Uscire dai preconcetti…

Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

Davanti alla domanda dell’uomo ricco, la prima risposta di Gesù ci sorprende. Non si sofferma sulla richiesta, ma sull’appellativo che il ricco ha usato verso di lui. “Perché mi chiami buono?” Possiamo chiederci: perché Gesù avrà reagito così? Perché questo “buono” lo incomoda tanto?

Credo che possiamo comprenderlo a partire da un altro testo evangelico, di Matteo questa volta, Mt 20,15. “non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?“. La frase, in Mt, è a conclusione della parabola degli operai mandati alla vigna, dove traspare un modo diverso di agire di Dio, non come l’agire degli uomini secondo “giustizia”… egli mostra una bontà che è fuori dai nostri schemi. Al lavoratore in campo dalle 9 del mattino, che si lamenta perché riceve lo stesso salario del lavoratore delle 17, è questa la risposta del padrone: sei invidioso perché sono buono…?

Il ricco, chiamando Gesù come maestro buono, certamente includeva, in questo aggettivo, tutto quello che era un modo di percepire l’altro: sei buono perché certamente risponderai alla mia domanda buona, perché farai ciò che ti chiedo… L’uomo chiamava Gesù come buono perché avrebbe risposto, in fondo, alle sue attese.

Ma la bontà per gli uomini non è la stessa che per Dio… Gesù invita a spogliarsi di quello che è in quell’uomo come preconcetto, come precomprensione… La risposta gli arriverà, ma non sarà, come nel caso degli operai mandati alla vigna, quello che lui si aspetta. Perché l’agire di Dio è diverso, ma solo Lui mostra qual è la vera bontà.

RISPECCHIAMENTO:

Come giudichi la bontà di Dio? Da cosa la misuri?

 


4. Un’ottica diversa: l’ottica del dono

Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

La domanda del ricco era sul cosa fare. La citazione di Gesù, dei comandamenti, colpisce. Non cita i comandamenti del “fare” ma quelli del “non fare”, a parte il quarto, onora tuo padre e tua madre.

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».

Stavolta l’uomo, rivolgendosi a Gesù, usa solo l’appellativo “Maestro” e toglie il “buono”. Sta capendo.

La sua risposta è quella che qualsiasi giudeo avrebbe dovuto rispondere: questo già lo faccio, l’ho sempre fatto, perché fa parte della mia storia, della mia famiglia, del mio popolo… Gesù è contento di questa risposta, vede il suo cuore e lo vede trasparente. Di una trasparenza alla quale può chiedere qualcosa di più, può andare più a fondo. Può fargli intendere cosa è, veramente, la bontà…

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse:

Immaginiamo questo sguardo di Gesù su di lui, che penetra, fino al più profondo… questo amore che arriva, come un raggio di luce, nel cuore di quest’uomo…

«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!».

Vorrei entrare nel significato profondo di questa proposta di Gesù.

L’uomo ricco viene chiedendo un FARE per AVERE.

Gesù gli risponde chiedendogli l’opposto. Togliere l’AVERE, per dare spazio all’ESSERE. La tua felicità (la vita eterna) non sarà nell’avere qualcosa ma nell’essere con Qualcuno.

Cosa manca all’uomo ricco? Togliere quello che ha. E’una mancanza in contraddizione. Ma è interessante che questa è l’unica cosa che MANCA, che NON HA. Il ricco ha tutto ma gli manca una cosa. Perdere il tutto per riconquistarsi. Abbiamo visto l’altra volta, le cose che entrano in mezzo a una relazione o sono da essa generate o sono causa di divisione. In questo modo era divisione: per unire, Gesù chiede di togliere. Tornando alla rappresentazione simbolica dell’altra volta, la proposta di Gesù è togliere ciò che sta in mezzo (beni, pretese, le nostre soluzioni…) (togliere i due teli marrone e argento) per essere unito a Gesù (intrecciare il telo dell’uomo ricco con quello di Gesù). Ecco la proposta… esci dall’ottica dello scambio  e entra nell’essere con.

Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Quest’uomo, pieno di domande, desideroso di comunicare, diventa muto. Non risponde, non dice si, no, ci penserò… perché lui ha già fatto una unità (dividere l’uomo da Gesù e intrecciarlo al tesoro).  La sua risposta è mostrare che quello che possiede ha già imprigionato il suo cuore. Il suo essere corrisponde al suo avere. “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”, dirà Gesù. Lui e la ricchezza sono già una cosa sola, e qui non c’è posto per altro che libera (fare un nodo all’inizio e alla fine dei due teli). La relazione ha sbagliato alvo!

RISPECCHIAMENTO

A chi o a cosa sei legato, oggi?

 



5. Chiamati alla relazione piena e moltiplicata

Ma approfondiamo questo simbolo… E’ interessante che quell’uomo non ha un nome, è un tale, di cui sappiamo solo che è molto ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Invece di quest’uomo, il denaro si è mangiato il nome, per tutti è semplicemente l’uomo ricco, il giovane ricco. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l’hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. Perché Gesù non gli dice: Prendi questo (il telo dorato) e buttalo via, nella spazzatura… No, gli dice: dallo ai poveri! Non gli chiede la povertà, ma la condivisione. Non la sobrietà, ma la solidarietà. Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e pieno di relazioni (Togliere il telo dorato e porlo in relazione tra lui e con altri teli, aggiunti ora…). Libero, e con cento legami. Perché ESSERE CON GESU’ significa ESSERE CON GLI ALTRI.

RISPECCHIAMENTO:

Il problema è che Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. E noi abbiamo amato le cose e ci siamo serviti degli uomini… (P. Ermes Ronchi). Guardo alla mia vita e vedo: le cose sono più importanti delle relazioni? L’avere è più importante dell’essere con? Mi servo delle cose per gli uomini o mi servo degli uomini per le cose?

Pietro, alla fine, chiede:

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

“Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Mt aggiunge: cosa avremo in cambio?

Anche Pietro, in fondo, vive nell’ottica dello scambio. Noi ti abbiamo seguito. Abbiamo fatto ciò che tu hai chiesto a quest’uomo… e adesso? La risposta di Gesù, che era la proposta all’uomo ricco, è questa, che abbiamo simbolicamente rappresentato. Se mi segui, avrai in cambio una vita moltiplicata, che si riempie di volti: avrai cento fratelli e sorelle e madri e figli… già ora.

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo.

RISPECCHIAMENTO:

Come percepisco, nella mia vita, questa moltiplicazione?

 

6. Persecuzioni oggi, e vita eterna nel tempo che verrà

Marco pone in bocca a Gesù, differentemente da Matteo, anche le persecuzioni come “frutto” di tutto questo… Quali persecuzioni? Certamente Gesù sapeva (e Marco, che scrive, lo sa bene), che questa unità con Gesù costerà cara ai discepoli… vivranno perseguitati… Ma noi? Quali persecuzioni in questa vita moltiplicata?

Certamente in  due sensi.

  • la persecuzione sociale: unirsi a Gesù è mettersi dalla parte della minoranza: ti prendono in giro, ti etichettano…
  • Ma anche al persecuzione interiore, perché certamente, davanti a tutto questo, il “tesoro” stesso continuerà a chiamare la tua attenzione, a tentarti…

Non è facile stare con Gesù. Ma è bello. E i doni sono molti:

la vita eterna nel tempo che verrà».

Gesù nomina il “dono” che il ricco voleva ricevere. Ma nel tempo che verrà, nel futuro. Abbiamo in iniziato il nostro incontro enfatizzando il tempo. Siamo qui  nel tempo in cui Gesù va a Gerusalemme. E’ il tempo della fatica, delle sfide, delle persecuzioni, ma ance della moltiplicazione. Gesù dice che tutto passa, ma non passa la moltiplicazione, perché questa è già vita eterna, gioia. Ma domani, nel tempo che verrà, anche questo sarà moltiplicato: pienezza di gioia!

7. Affidati e abbandonati al Dio dell’impossibile

Ma, prima di arrivare alla domanda di Pietro,  che abbiamo comparato con l’esperienza simbolizzata dell’uomo ricco, il testo di Marco ci narra che i discepoli passano per uno sconcerto:

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole.

I discepoli erano sconcertati, perché la Parola di Gesù era esigente. Se tu sei legato, se il tuo cuore è legato, è difficile entrare in questa libertà. E Gesù lo sa bene:

ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

Figli… Gesù non usa molto questo vocabolo. Ma, ricordiamo, lui aveva appena ricevuto tra le braccia i bambini, aveva appena visto il loro abbandono… e aveva appena detto che non si può entrare nel Regno di Dio se non si è come i bambini… Ancora una volta, la proposta è di non cercare soluzioni fittizie, compensatorie, ma buttarsi nelle braccia dell’Altro, con fiducia:.Il ricco ha tutto, è imprigionato nelle sue ricchezze, sono la sua sicurezza… ma per entrare nel regno di Dio, dicevano l’altra volta, è necessario l’abbandono… se tu non lasci le tue  sicurezze, non puoi entrare.

Ci sono varie interpretazioni sull’immagine del cammello che entra nella cruna dell’ago… l’interessante è che l’immagine del cammello, con le sua gobbe, è metafora di chi accumula. E le gobbe occupano spazio, non permettono di entrare nella porta stretta…

Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Ancora più stupiti, i discepoli si rendono conto che tutti, in un modo o nell’altro, sono imprigionati a qualcosa… hanno una sicurezza, una gobba che dà sicurezza… Ma Gesù da una speranza: questo è possibile per Dio, e noi possiamo aggiungere: è possibile con Dio.

Questo è l’invito. Buttarsi nelle braccia di Dio. Perché tutto è possibile a Dio, e una volta che tu sperimenti questa sicurezza, tutto il resto passerà in secondo piano…. Ricordiamo San Paolo, che davanti alla cultura, ai titoli, ai riconoscimenti che aveva e che facevano la sua identità, riconosce che tutto era spazzatura davanti alla bellezza di appartenere a Cristo… Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me…

RISPECCHIAMENTO:

Com’è la mia fiducia in Dio? Credo nel Dio dell’impossibile?


 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

 

La libertà che il giovane ricco non ha capito

Un tale corre incontro al Signore. Corre, con un gesto bello, pieno di slancio e desiderio. Ha grandi domande e grandi attese. Vuole sapere se è vita o no la sua. E alla fine se ne andrà spento e deluso. Triste, perché ha un sogno ma non il coraggio di trasformarlo in realtà. Che cosa ha cambiato tutto? Le parole di Gesù: Vendi quello che hai, dallo ai poveri, e poi vieni. I veri beni, il vero tesoro non sono le cose ma le persone. Per arrivarci, il percorso passa per i comandamenti, che sono i guardiani, gli angeli custodi della vita: non uccidere, non tradire, non rubare. Ma tutto questo l’ho sempre fatto. Eppure non mi basta. Che cosa mi manca ancora? Il ricco vive la beatitudine degli insoddisfatti, cui manca sempre qualcosa, e per questo possono diventare cercatori di tesori. Allora Gesù guardandolo, lo amò. Lo ama per quell’eppure, per quella inquietudine che apre futuro e che ci fa creature di domanda e di ricerca.

Una cosa ti manca, va’, vendi, dona…. Quell’uomo non ha un nome, è un tale, di cui sappiamo solo che è molto ricco. Il denaro si è mangiato il suo nome, per tutti è semplicemente il giovane ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l’hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. È questo che Gesù intende: tutto ciò che hai dallo ai poveri! Più ancora che la povertà, la condivisione. Più della sobrietà, la solidarietà. Il problema è che Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. E noi abbiamo amato le cose e ci siamo serviti degli uomini…

Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e pieno di relazioni. Libero, e con cento legami. Come nella risposta a Pietro: Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio una vita moltiplicata. Che si riempie di volti: avrai cento fratelli e sorelle e madri e figli…

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo. Messaggio attualissimo: la scoperta che il vivere semplice e sobrio spalanca possibilità inimmaginabili. Allora capiamo che Dio è gioia, libertà e pienezza, che «il Regno verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Vannucci). Che ogni discepolo può dire: «con gli occhi nel sole/ a ogni alba io so/ che rinunciare per te/ è uguale a fiorire» (Marcolini).

 




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02 PARTECIPANTE – 14 OTTOBRE

02 ANIMATORE – 14 OTTOBRE

02 Le gobbe

02 MEDITAZIONE – DOMENICA 14 OTTOBRE 2018

Chiamati all’unità (XXVII Dom TO – B) (Mc 10,2-16)

Mc 10,2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.



introduzione

Davanti al Vangelo che la liturgia ci propone oggi, nella nostra mente possono venire vari pensieri, vari interrogativi, soprattutto nel nostro mondo attuale, dove parlare di indissolubilità del matrimonio significa toccare un tasto quasi diventato tabù. Non si crede più nell’indissolubilità, non si crede più in un’unità che dura fino alla morte, costi quel che costi…

Potremo affrontare questo testo sotto vari aspetti: teologico, antropologico, morale… Ma vorrei rimanere nelle parole e nelle scene di questo vangelo, come ci stimola il metodo del bibliodramma, e lasciare che esse dischiudano oggi, per noi, nuovi significati e, con essi, nuovi modi di guardare alla vita. Si, perché, al centro di tutto, sta la vita… una vita che Dio cura, tiene tra le mani, come qualcosa di veramente prezioso e fondamentale.

Il contesto

Vorrei cominciare allora a guardare questo vangelo a partire dalla prima scena che ci è proposta.

C’è Gesù, che si trova, in questo momento nella regione della Giudea. ll versetto che precede quanto oggi proposto narra che  Gesù va in Giudea, e sappiamo per cominciare la sua salita verso Gerusalemme. Va all’altra riva del fiume Giordano. Inizia una nuova parte della sua vita; la svolta è cominciata, per Marco, in quella confessione che Pietro ha fatto un capitolo prima… quella professione, in questo vangelo, è lo spartiacque, il punto di divisione tra un “prima”, dove Gesù, con miracoli e eventi, mostra la venuta del Regno, e il “dopo” dove Gesù va verso il compimento della sua missione, la morte in croce, verso Gerusalemme.

Gesù quindi passa all’altra riva. E Marco ci racconta che “La folla ancora una volta si radunò intorno a lui, e lui, come al solito, insegnava”.

1. Due diverse prossimità: unità e divisione

Immaginiamo allora questa scena: c’è Gesù (mettere il telo rosso, che simbolizza Gesù, al centro) e intorno a lui, vicino a lui, tante persone (mettere alcuni teli colorati intorno a lui per simbolizzarle). Immaginiamo il rapporto tra queste persone e Gesù. Sono venute volontariamente, cercano qualcosa, sanno che Gesù ha qualcosa di importante da dir loro, qualcosa che riempirà il loro cuore. Nell’ascolto di Gesù si costruisce quest’unità profonda, tra loro e con lui.

In questa scena avviene un altro avvicinamento, un’altra prossimità: quella dei farisei. Si avvicinano, ma non come questi che stanno intorno a lui, per ascoltarlo. Si avvicinano per metterlo alla prova. Per fargli del male, per mettergli le persone contro, per distruggere il sogno che queste persone avevano nei suoi confronti. Metterlo alla prova era tentare di fargli dire qualcosa che avrebbe scioccato, sconvolto, deluso i suoi ascoltatori.

Mettiamo quindi qui, superando il cerchio e ancora più vicino a Gesù, questi farisei (mettere due teli, dorato e argento, tra il cerchio delle persone e Gesù). Non li mettiamo nel cerchio, non li mettiamo nella “comunione” che si stava creando. Li mettiamo separati, perché loro vengono per “separare”. Per separare Gesù e i discepoli, uomo e donna, Dio e uomo… (mettere un telo nero, a partire da loro, dividendo il cerchio dei discepoli e Gesù).

RISPECCHIAMENTO1:

Guardando al tuo gruppo, alla tua famiglia, alla comunità dove vivi… dove ti trovi nel cerchio? Come presenza che unisce o che divide?



2. Cercare risposte scontate

Per operare questa divisione, questi farisei  pongono una domanda a Gesù. Una domanda che in realtà ha una risposta scontata: “E’ lecito a un marito ripudiare la moglie?” La risposta è facile perché si trova nella Parola, in quella Parola che Gesù non è venuto per abolire, ma per compiere: “sì, è lecito”.

Dove sta il tranello? Dove sta la prova?

Gesù sta mostrando, con la sua vita, con il suo operare, che c’è qualcosa che vale di più della legge: la persona. E la domanda, che trova risposta facile nella Parola, in realtà pone in gioco qualcosa di molto più prezioso: il cuore della persona. Ma non uno, una…è la stessa identità profonda della persona, che è comunione. Pone in gioco l’immagine di Dio nell’umanità: uomo e donna fatti a immagine della Relazione, della Comunione.

Là stava l’inganno. Se Gesù avesse risposto no, non è lecito, sarebbe andato contro la legge. Se Gesù avesse risposto Sì, è lecito, avrebbe contraddetto il nuovo modo di guardare all’umanità che stava mostrando con il suo insegnamento e la sua vita.

I farisei cercano la divisione… Il divisore (che è Satana, il diavolo) cerca di dividere.

Gesù però non sta al gioco e non  risponde: fa rispondere loro.

Egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».

e la loro risposta è puntuale

Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

La loro risposta immediata ci fa capire che non erano in attesa di una risposta. Perché ce l’avevano già.

RISPECCHIAMENTO:

Vorrei fermarmi un momento davanti a questa immagine. Perché anche noi, a volte, chiediamo a Dio già sapendo la risposta, già dando per scontata la risposta. E viene meno l’ascolto. Chiediamo a Dio come per ricevere una rassicurazione; intuiamo che c’è qualcosa di diverso, un di più… ma non che ci tocchi, che tocchi la nostra vita. In questa scena abbiamo chi ascolta (i discepoli, aperti alla novità dell’insegnamento di Gesù) e chi già sa tutto… Il mio avvicinarmi a Dio, a Gesù… è per ascoltarlo o per ricevere da lui risposte rassicuranti, che già mi sono dato?

3. Tornare al principio

La scena poteva finire li: “Vi siete avvicinati per mettermi alla prova, avete fatto una domanda scontata alla quale voi stessi vi siete dati la risposta”. E Gesù poteva chiudere così. Ma non l’ha fatto, perché in gioco c’era qualcosa di molto prezioso. Il cuore stesso della persona, dicevamo. E allora va in profondità…

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.

Gesù fa una affermazione sconvolgente: che non tutta la legge è nata secondo il pensiero di Dio, ma qualche volta la sua origine sta nel cuore duro dell’umanità… Ma c’è una legge più forte, che sta scritta nella persona dagli inizi dei tempi, che nessuna norma può distruggere. E Gesù va al principio.

Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

Gesù cita il libro della Genesi, al capitolo 2,9. I primi capitoli di questo libro narrano la creazione dell’uomo e della donna, creati a immagine di Dio, fatti per essere una carne sola. Allora, vicino a questa scena, che avviene in quel momento, poniamo la seconda scena, quella del principio (porre, davanti alla scena di Gesù, la nuova scena della creazione): Dio ha creato l’uomo (telo azzurro) e la donna (telo rosa  vicino all’azzurro), chiamati all’unità, fatti per essere uno (prendere i due e intrecciarli tra loro). Gesù va al principio. Al prima. Al prima del cuore duro. Al prima del tentativo di divisione, della sfiducia entrata nel mondo per il divisore… Al prima, al progetto iniziale. Che è questa unità profonda che qui abbiamo simbolizzato.

Qui, in mezzo, da questa unità, a immagine di Dio, dall’amore, nasce il “terzo”, il figlio (mettere un telo arancione che avvolge la treccia), colui che mostra, nella  sua stessa vita, nel suo esistere, l’unità dei due, e i tre sono un piccolo riflesso del Dio Trinità, dove l’amore del Padre e del Figlio è tanto grande che si fa Persona, lo Spirito Santo. Ma invece della generazione, è entrata la sfiducia (porre un telo nero nel mezzo, intrecciato in mezzo ai due). E la sfiducia entra e separa, separa, separa (simbolicamente mostrare come il telo nero, entrando, comincia a dividere…).

Ma questo non era nel principio, nel progetto di Dio.

Il divisore (che è Satana, il diavolo) cerca di dividere… Divisione tra Gesù e i discepoli, tra uomo e donna

Ma come è che Dio ha cambiato i suoi piani? Perché Dio ha permesso la divisione? La risposta è sempre la stessa: perché Dio lascia liberi. Dio non può imporre l’unità, così come non può imporre l’amore. Non può imporre di amare, perché l’amore per sua natura è libero. Ma Gesù non può guardare a ciò che è nato “per la durezza del cuore”, per aver fatto entrare la sfiducia, non può guardare la mancanza di amore come fondamento, norma definitiva. La norma definitiva sta al principio…

RISPECCHIAMENTO:

Vi invito a guardare ora questo telo nero, al quale ho dato il nome di sfiducia, che sta alla base di ogni rottura della comunione: invito ciascuno ad associare qualcosa della propria vita… cosa, per te, nella tua vita, ha generato e genera sfiducia, divisione?



4. L’uomo chiamato ad agire come Dio

Sappiamo però che l’ultima parola dell’umanità non è la sfiducia. L’ultima parola è “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito!”. L’ultima parola è una parola di fiducia: “Padre, anche se non ti sento, anche se soffro infinitamente, anche se non capisco perché dovevo finire su questa croce, anche se stai giocando a nascondino con me, io mi consegno nelle tue mani”. In Gesù rinasce la fiducia. Perché Dio non è divisore, Dio è comunione, potremo dire che il nome di Dio è “Dio-congiunge”. Lui sempre crea comunione, occasioni di comunione, perché è comunione.

Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

In questa affermazione, in questo invito, c’è molto di più di una semplice negazione. L’uomo non separi ma faccia ciò che fa Dio. Unisca. L’uomo non divida, cioè agisca come Dio, si impegni a custodire l’unità, con gesti e parole che creano comunione tra i due, che sanno unire le vite. E qui arriviamo al cuore del nostro vangelo…

Oggi il Signore ci invita a partire dal cuore e non da una norma esterna. A impegnarti totalmente nelle tue relazioni d’amore, perché se non lo fai hai già commesso adulterio e separazione nel tuo cuore. Gesù, tornando agli inizi, ci dice qual è il vero peccato: è tradire il respiro degli inizi, trasgredire un sogno, il sogno di Dio.

Prendendo in mano il telo arancione e il telo nero: Qui sta la nostra grande libertà: fare delle nostre relazioni luogo della fecondità che unisce (arancione, figlio) o luogo della sfiducia che distrugge (nero).

RISPECCHIAMENTO:

Può essere che in questo momento nel tuo cuore ci sia tanta sfiducia. Ci sia tanto veleno per dividersi e dividere… non solo con il tuo sposo, la tua sposa, ma anche nella tua famiglia, con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, i tuoi colleghi di studio, di lavoro… Tanto nero che la tua unica soluzione è rompere. Ricordati però che in principio non era così. Tu sei fatto per l’unità. Vuoi essere arancione o nero oggi,nella tua vita?

5. Imparando l’unità dai bambini

Ma c’è ancora quest’ultima scena, la terza scena, quella dei bambini… che sembra completamente fuori da questo discorso… Prendo questo telo arancione, simbolo del “figlio”, simbolo dell’unità… per rappresentare, simbolicamente, quel bambino che tentava di avvicinarsi a Gesù (porre il bambino vicino a Gesù).

  • C’è un primo cerchio, quello degli ascoltatori, avvicinatisi per ascoltare, desiderosi di questo incontro…
  • C’è il secondo cerchio, di quelli che si avvicinano con secondo fine, per dividere… E in questa scena vediamo quello che abbiamo simbolicamente rappresentato nella seconda scena: c’è chi unisce e chi divide…
  • Ma adesso abbiamo un terzo cerchio. Quello dei Bambini, che stanno vicino a Gesù, che si fanno uno con lui.

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse,

C’è qualcuno dietro a questo incontro. Gli presentavano. Chi? Certamente, erano genitori. Erano coppie. Erano persone che amavano quei bambini. Il frutto della loro unione, unità.

ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò

I discepoli, che cercano unità con Gesù, non vogliono permettere questo avvicinamento… Ancora una volta, c’è chi vuole unire, e chi vuole dividere… Ma al vedere questo, Gesù si indignò. È l’unica volta, nei Vangeli, che viene attribuito a Gesù questo verbo duro: l’indignazione è un sentimento grave e potente, è il sentimento dei profeti di fronte all’ingiustizia o all’idolatria. Gesù si indigna e, con il suo atteggiamento, ci fa intuire che andare contro la comunione è commettere ingiustizia, è idolatria perché non credi nel Dio dell’unità che ti ha fatto per l’unità.

disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite:

Lasciate che si compia questa unità. Loro sono fatti di unità, nascono dall’unità… anelano all’unità.

a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.

Gesù era partito dal principio, e ora va alla fine. Al Regno. A quel Regno che lui stesso è venuto a portare e che realizzerà là, in croce, nella sua perfetta unità e comunione con il Padre.

Chi è come loro? Quando Gesù parla dei bambini come modello non lo fa perché sono più buoni degli adulti: di fatto i bambini sono anche egocentrici, impulsivi, istintivi… Ma hanno una caratteristica speciale:

  • (ponendosi nel cerchio dei discepoli) Non stanno ad ascoltare per capire se è buono o no, facile o no quello che l’altro chiede…
  • (ponendosi nel cerchio dei farisei) … non cercano di contrastare l’altro…
  • (ponendosi vicino a Gesù) … ma vanno al cuore: vanno all’incontro. Senza pretese, senza difese. Sanno aprire facilmente la porta del cuore a ogni incontro, non hanno maschere, sono spalancati verso il mondo e la vita. Sono aperti alla piena comunione, nella fiducia che sa consegnarsi all’altro.

(Riprendendo la treccia) Sanno bene cosa è unità perché sono capaci di consegnarsi, confidando che chi li accoglie saprà dargli tutto ciò di cui hanno bisogno…

In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Gesù prendendo tra le braccia i bambini, cosa fa con loro? (Simbolicamente, unire Gesù e il bambino con la treccia come prima tra uomo e donna). Unità. Comunione. Come puoi entrare nel regno di Dio se non ti fidi di lui, se non lasci che lui ti entri dentro, che penetri nella tua carne e nel tuo cuore, formando con te una cosa sola? Ricordiamo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. L’immagine più bella: l’abbraccio fiducioso del bambino… che si fida della vita, crede nell’amore di chi lo abbraccia, sa vivere abbandonato alla Provvidenza come i gigli del campo e gli uccelli del cielo…

Conclusione

In principio era unità.

Alla fine, ci sarà l’unità.

In mezzo, ed è il nostro tempo: sfiducia, allontanamento, tentativi di divisione. Ma la fine è là. Il fine è là, nell’unità.

Anche il nostro cuore però può essere duro. L’amore, l’unità, la comunione, l’abbandono, la fiducia… solo si hanno con un cuore libero.

RISPECCHIAMENTO:

Ed ecco l’ultima domanda, l’ultimo rispecchiamento che ci facciamo: Il tuo cuore è libero di amare così, ora, oggi, come il cuore di un bambino?




 

COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Una carne sola: Dio congiunge le vite, è autore della comunione.

Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova.  La domanda è scontata: è lecito a un marito ripudiare la moglie? La risposta è facile: sì, è lecito. Ma non è questa la vera posta in gioco. Il brano mette in scena uno dei conflitti centrali del Vangelo: il cuore della persona o la legge?

Gesù afferma una cosa enorme: non tutta la legge ha origine divina, talvolta essa è il riflesso di un cuore duro (per la durezza del vostro cuore Mosè diede il permesso del ripudio…). La Bibbia non è un feticcio. E per questo Gesù, infedele alla lettera per essere fedele allo spirito, ci prende per mano e ci insegna ad usare la nostra libertà per custodire il fuoco e non per adorare la cenere! (Gustav Mahler).

C’è dell’altro, più importante e più vitale di ogni norma, e sta dalle parti di Dio.

A Gesù non interessa regolamentare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla, con il sogno di Dio. Ci prende per mano e ci accompagna a respirare l’aria degli inizi: in principio, prima della durezza del cuore, non fu così.

L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto. Dal principio Dio congiunge le vite!

Questo è il suo nome: Dio-congiunge, fa incontrare le vite, le unisce, collante del mondo, legame della casa, autore della comunione.  Dio è amore, e «amore è passione di unirsi all’amato» (san Tommaso). Il Nemico invece ha nome Diavolo, Separatore, la cui passione è dividere.

L’uomo non divida, cioè agisca come Dio, si impegni a custodire la tenerezza, con gesti e parole che creano comunione tra i due, che sanno unire le vite.

Tutto parte dal cuore, non da una norma esterna.

Chi non si impegna totalmente nelle sue relazioni d’amore ha già commesso adulterio e separazione. Il peccato è tradire il respiro degli inizi, trasgredire un sogno, il sogno di Dio.

Portavano dei bambini a Gesù… Ma i discepoli li rimproverarono. Al vedere questo, Gesù si indignò. È l’unica volta, nei Vangeli, che viene attribuito a Gesù questo verbo duro. L’indignazione è un sentimento grave e potente, proprio dei profeti davanti all’ingiustizia o all’idolatria: i bambini sono cosa sacra.

A chi è come loro appartiene il regno di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti; non sono soltanto teneri, ma anche egocentrici, impulsivi e istintivi, però sanno aprire facilmente la porta del cuore a ogni incontro, non hanno maschere, sono spalancati verso il mondo e la vita.

I bambini sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, si fidano della vita, credono nell’amore. Prendendoli fra le braccia li benediceva: perché nei loro occhi il sogno di Dio brilla, non contaminato ancora.

 



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01 Sulle ginocchia di Gesù

01 ANIMATORE – 7 OTTOBRE

01 MEDITAZIONE – DOMENICA 7 OTTOBRE 2018

01 PARTECIPANTE – 7 OTTOBRE

Un incontro integrale (Lc 24,35-48) – III DOM. T.P. B

1. INTRODUZIONE E SENSIBILIZZAZIONE

 

Accoglienza dei partecipanti

  1. Accoglienza di ognuno e introduzione: “Siamo nel Tempo Pasquale e celebriamo la terza domenica, siamo nell’anno B”.
  • Tema: “Oggi il tema del nostro incontro sarà VIVERE UN INCONTRO INTEGRALE”.
  • La Metodologia. Non staremo solo seduti ad ascoltare ma vivremo questo incontro con tutto di noi stessi: non solo mente ma soprattutto cuore, immaginazione, sentimenti…
  • Regole di partecipazione: Per vivere questo incontro dobbiamo accettare delle regole di gruppo:
  • Ognuno sarà libero di eseguire le consegne, senza sentirsi costretto o condizionato dagli altri;
  • Ognuno parla in prima persona, evitando di rispondere ad altri o creare discussioni;.
  • D’altra parte, ognuno si impegna ad accogliere ciò che gli altri dicono senza giudicare, ridere o commentare;
  • Ciò che ci diremo deve rimanere solo tra noi”.

Relazione con lo Spirito Santo

  • Il facilitatore mette al centro un cero acceso (se c’è, usare il cero pasquale): “Come sempre, iniziamo questo momento davanti alla luce, simbolo del Risorto, e simbolo, anche, dello Spirito che ci permette di accogliere oggi il Risorto nella nostra vita. Ciascuno personalmente, chiudendo gli occhi, può vivere questo incontro con lo Spirito, che non è fuori di noi ma Compagno di strada, compagno di cammino, guida, colui che abita il nostro cuore, ci consola e ci conduce (momento di silenzio).

E esprimiamo la lode che lo Spirito suscita in noi. Gloria al Padre…



Presentazione con fotolinguaggio

  • “Il tema di oggi, l’incontro, suscita certamente in noi tante associazioni. Vogliamo aiutarci, oggi, con delle immagini, a cogliere tutto ciò che l’incontro può rappresentare”

Il facilitatore pone le foto nel mezzo e, seguendo le indicazioni del Foto-linguaggio, invita a scegliere una immagine che dica una caratteristica dell’incontro…

  • Alla fine si condivide a giro l’immagine.

Espressione del bisogno/desiderio

  • “Ti invito ora a chiudere gli occhi e pensare alla tua vita di oggi: Di cosa senti di aver bisogno per incontrare veramente l’altro, gli altri, Dio? Qual è il tuo bisogno più profondo per crescere in questa dimensione? A voce alta puoi esprimerlo, con una parola o una breve frase”.
  • “Ora possiamo raccogliere le foto, e ascoltare la Parola che ci viene incontro”.

 

 

2. INCONTRO CON LA PAROLA

Lettura di Lc 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Commento introduttivo

Questo testo è la continuazione del brano dei discepoli di Emmaus, dove Gesù apparve ai due discepoli in cammino da Gerusalemme verso Emmaus. Ciò che sappiamo della storia di questi due discepoli è che, riconoscendo Gesù allo spezzare del pane, nello stesso istante non lo vedono più, perché sparisce dalla loro vista. La certezza che il pellegrino incontrato era Gesù li fa ritornare in Gerusalemma, desiderando non più di andar via, tornare nel quotidiano o procurare altro Messia, ma di restare in quella comunità da dove provenivano, perché sanno che là, allo spezzare il pane, potranno incontrare ancora una volta Gesù.

Vogliamo dare alla nostra meditazione questo tema centrale: l’incontro. Partiamo quindi cercando di capire questo primo incontro, avvenuto al ritorno dei discepoli nella comunità

1.                   INCONTRO TRA I DISCEPOLI

 

Lettura del v. 35

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Commento con schematizzazione simbolica

  • “Il vangelo ci parla di questo primo incontro tra, da un lato, i discepoli di Emmaus, que rappresentiamo com un telo rosso, perché i loro cuori stanno ardendo per aver incontrato e ascoltato Gesù, e dall’altro la comunità, che rappresentiamo con un telo marrone, perché si tratta di una comunità ancora incredula e sfiduciata rispetto alla resurrezione di Gesu, persone che non credono oltre a ciò che vedono. Infatti, nei vv. 9-11, Luca racconta che le donne “… tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse”. Loro sono ancora con gli occhi fissi sulla croce (mettere una croce vicino il telo marrone) mentre i discipoli de Emmaus hanno nella testa un altro elemento, un altro simbolo: il pane spezzato (mettere un pane spezzato vicino al telo rosso dei discepoli di Emmaus)”.
  • “Possiamo mettere, in mezzo a questi due modi di “guardare” Gesù, una linea divisoria (porre un telo che divide nel mezzo): stare da una parte o dall’altra è completamente differente. Dal lato della croce, tutto è finito, nulla ha più senso… dal lato del pane, tutto ha un nuovo senso… Di là, la disperazione, di qua, la speranza…”.

Rispecchiamento e condivisione a coppie

  • “Guardando questa contrapposizione possiamo rispecchiare qualcosa di noi… In questo momento, nella nostra vita… qual è la nostra personale esperienza di Gesu? Noi crediamo in un Gesu morto o in un Gesu vivo nella presenza del Pane? Non è la stessa cosa stare da una parte e dall’altra… quale esperienza io ho dell’Eucaristia, del pane spezzato? Possiamo condividere con chi sta al nostro fianco (a coppie) da che parte ci sentiamo in questo momento” (lasciare un breve momento di condivisione a coppie).

 

2.                   INCONTRO CON GESÙ

 

Introduzione

  • “Il primo versetto, quindi, ci racconta del ritorno dei due discepoli di Emmaus e del racconto che loro fanno dell’esperienza vissuta lungo il cammino, e questo ci ha aiutato ad entrare nel primo incontro, fatto di contrasti… Ma, subito dopo, c’è un altro incontro: quello tra Gesu e questa comunità riunita”.

Lettura dei vv. 36-37

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Commento con schematizzazione simbolica

  • “Anche questo secondo incontro è rappresentato da un contrasto. Ciò che, ai nostri occhi, dovrebbe essere un incontro di gioia piena, si rivela in realtà un incontro contraddistinto dal timore… Cerchiamo di approfondire, perché Gesù appare ma nessuno lo riconosce…”.

Il facilitatore toglie la scena del primo incontro e schematizza questo secondo.

  • “Togliamo la scena del primo incontro e schematizziamo questo secondo. Chi era presente? Luca, al v. 33, dice che i discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore, “partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Quindi c’erano gli 11 e altri… chi? Li rappresentiamo tutti in questa scena (mettere i vari personaggi, mentre li si presenta, a cerchio, come se fossero ‘isole’).
  • Telo azzurro: certamente erano presenti le donne, che avevano portato la notizia agli apostoli. Sono le donne alle quali l’angelo aveva annunciato la ressurrezione. Ricordano le parole di Gesù, credono e vanno dagli apostoli. Con loro, rappresentiamo qui chi conserva nel cuore le parole di Gesù, con fiducia, e annuncia…
  • Telo marrone: ancora una volta, quegli stessi discepoli che non vogliono credere, che pensano sia un delirio credere nella resurrezione… Possono rappresentare chi non ha fiducia, ha bisogno di prove; anche se ha un cammino di fede, si chiude davanti alle difficoltà.
  • Telo verde: é Pietro, che, davanti all’annuncio delle donne, era corso al sepolcro (v. 12), ma torna e non dice nulla… Possiamo rappresentare chi va al di là delle apparenze e corre, in fretta, perché non dà tutto per scontato… ma questo non è sufficiente per renderlo testimone, ha bisogno di un segno.
  • Telo viola: rappresentiamo qui, ancora una volta, i discepoli di Emmaus… che hanno riconosciuto il Signore, allo spezzare il pane, ma, ancora una volta, non lo riconoscono… non comprendono che per fare esperienza del Singore bisogna tenere mente e cuore aperti, perché lui è sempre nuovo, sempre differente, sempre ‘al di là’… Possiamo rappresentare, qui, chi si chiude in un’esperienza di fede e non si apre alla novità di Dio ogni giorno…”.

Rispecchiamento con sociometria

  • “La comunità era composta da tutte queste persone, e probabilmente anche altre… Come è la nostra personale esperienza di Gesú? Quale di queste situazioni ci rappresenta? Con autenticità, pensando alla nostra esperienza di ‘oggi’ (domani potrebbe essere differente, ieri potrebbe essere stata differente…) possiamo alzarci e, al 3, posizionarci nell’isola che ci rappresenta. 1,2,3”.

Statua corporea

  • “Vi invito, in questo momento, a chiudere gli occhi. Nel luogo dove ci troviamo, e a partire da quanto esso rappresenta, vi invito, al 3, ad esprimere con il nostro corpo ciò che sentite stando in questa isola. 1,2,3”
  • “Adesso passerò vicino a voi e vi toccherò la spalla. Quando vi sentite toccati potete esprimere a voce alta una parola che associate a questo momento” (Il facilitatore passa possibilmente da tutti).

Simbolizzazione di Gesù al centro

  • “Rimanendo nella nostra posizione di statua, vi invito a rivolgere il vostro sguardo al centro: In mezzo a questa comunità, tanto differente, Gesù appare, veramente…” (mettere un telo bianco).

Messaggio al personaggio “Gesù”

  • “Gesù, che per loro è un fantasma, sta davanti a loro… e sta anche davanti a noi, nelle nostre situazioni personali… e anche noi, spesso, non lo riconosciamo. Rimanendo nella statua, possiamo rivolgere a lui una domanda o dargli un messaggio, dirgli qualcosa che abbiamo nel cuore” (Il facilitatore lascia che tutti liberamente si esprimano).
  • Alla fine, fa sciogliere le statue: “Adesso, al tre, potrete sciogliere la vostra statua e tornare al vostro posto. 1,2,3”.

 



3.                   PACE O PAURA?

 

Lettura v. 36-37

Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Commento con rappresentazione simbolica

  • “Quello che succede, davanti a questa presenza, è qualcosa di misterioso: Gesù annuncia la pace (telo rosa intorno a Gesù): lui viene portando pace, augurando pace… Ma i discepoli sono impauriti, temono (mettere un telo grigio intorno al telo rosa, che arriva ai personaggi in cerchio). Sembra una contraddizione: perché Gesu vuole donarci pace, e i discepoli percepiscono paura?”.

Camminata intorno al simbolo e rispecchiamento con domande interiori

  • “In questo momento vi invito ad alzarvi e camminare intorno a questo símbolo… Nella nostra vita non tutto é sempre chiaro. Molte volte la paura, l’incomprensione… rendono difficile continuare il cammino. Ma, se guardiamo questo simbolo, la paura non è pensata da Dio, da Gesù. È qualcosa che viene nel nostro cuore, è un filtro che poniamo e che non ci permette di vedere bene… È successo, nella tua vita, di non comprendere quello che Dio voleva darti, e di aver paura, sentire insicurezza, stare nel dubbio…?”.
  • Il facilitatore chiede di fermarsi e rimanere in cerchio.
4.                   UN INCONTRO INTEGRALE

 

Lettura dei vv. 38-43

Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Commento con schematizzazione simbolica

  • “Tutti pensano di stare davanti a un fantasma… non comprendono… ma Gesù, per richiamarli alla realtà, alla verità, attiva i loro sensi, perché loro lo riconoscano… Non fa segni prodigiosi per confermare la sua identità, ma qualcosa di molto semplice… Cerchiamo di schematizzarlo” (il facilitatore mette delle strisce colorate (o teli piegati a strisce) che partono da Gesù e arrivano alla comunità,  una dopo l’altra  mentre spiega):
  • Striscia gialla(UDITO): “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?  Ascoltare è molto importante (la pace sia con voi) ma, soprattutto, Gesù invita ad ascoltare se stessi e leggere ciò che sta accadendo in loro… Gesù invita ad accogliere i dubbi per riconoscerli, per darne una ragione. L’ascolto è il primo senso attivato, perché una persona può anche vederlo, ma è attraverso l’ascolto che lo comprende. Quindi Gesù invita a usare l’orecchio, ascoltandolo e ascoltando ciò che si muove dentro di loro”.
  • Striscia fucsia(VISTA): “ Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Per capire chi è, chiede di usare la vista: guardare farà comprendere loro la sua identità, la rivelazione del suo amore… per questo chiede di guardare le ferite che ha ancora… e che rimarranno per sempre, per mostrare il suo amore per loro e per l’umanità…”
  • Striscia arancione(TATTO): “ Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho… Non solo vedere, ma anche toccare… Quando abbiamo paura, non vediamo la realtà, perché le nostre paure abbagliano i nostri occhi… così Gesù chiede di toccarlo, di riconoscere che non è un fantasma. Toccare è l’unico senso reciproco, anche quello che tocca è toccato… Ma si può anche toccare interiormente: sentirsi toccati nel cuore… la Parola, che è ascoltata, può toccarci dall’interno… Quindi Gesù sollecita il senso del toccare”.
  • Striscia rossa (GUSTO): “Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Gli hanno dato un pezzo di pesce arrostito, che mangia davanti a loro… Mangiare è un segno di vita, mangiare insieme è il segno più eloquente di una relazione ricostituita, di una comunione che unisce le nostre vite… Il pesce, lo sappiamo per tradizione, è Lui stesso, che celebra l’Eucaristia con i suoi apostoli. Lui mangia, mangia con noi… comunione in tutti i sensi. Suscita il senso del gusto”.
  • Striscia verde (ODORATO): “Questa scena è piena di profumi: il profumo del pesce arrostito, che già tutti sentivano perché era già pronto per essere mangiato… Gesù non appare fuori dalla storia ma nel quotidiano, dove c’è profumo di cucina, ‘puzza’ di sudore di viaggio… Gesù appare non nell’ideale ma nella storia”.

Esperienza percettiva con simboli

  • “Ma Gesù, ancora oggi, continua a farsi sentire, toccare, odorare… In che modo? Evidenziamo alcuni alcuni segni” (i segni sono posti, simbolicamente, continuando la linea delle strisce, unendo i personaggi centrali al gruppo che è in cerchio intorno alla scena.
  • (UDITO): Mettere la Bibbia e alcuni documenti della Chiesa. “Gesù continua a chiederci l’ascolto, l’ascolto della sua Parola e della parola dei Pastori, della Chiesa…”.
  • (VISTA): Mettere un’immagine di Gesu. “Gesu continua a farsi vedere, attraverso l’arte, nelle bellezze della natura…”.
  • (TATTO): Mettere una croce con il crocifisso. “Gesù continua a farsi toccare, come crocifisso, nel povero, nel malato, nel sofferente…”.
  • (GUSTO): Mettere del pane spezzato. “Gesu continua a farci sentire il suo gusto nel pane eucaristico…”
  • (ODORATO): Mettere dell’olio profumato o incenso. Gesu continua a emanare il profumo che viene usato nei riti, nelle celebrazioni, nei sacramenti…”.
  • “Vi invito ora a vivere um momento intimo di incontro con lui, usando i vostri sensi. Potete liberamente passare da un oggetto all’altro, sperimentando con il ‘senso’ da esso richiamato… odorare l’olio, ponendone una goccia sul vostro polso… gustare il pane, associando il vostro incontro con l’Eucarestia… Toccare la croce associando al crocifisso alcuni crocifissi di oggi che conoscete… inginocchiarvi di fronte all’immagine di Gesù, contemplandola… e infine, prendendo in mano la Bibbia, un facilitatore vi farà ascoltare la Parola, e potrete farlo chiudendo gli occhi (un secondo facilitatore sussurra, per ciascuno che prende in mano la bibbia, una parola biblica, scelta prima come parola d’amore di Dio per lui).
  • Con musica di fondo, permettere che tutti, liberamente, con calma, vivano l’esperienza

Immaginazione facilitata

Quando tutti hanno vissuto il gesto: “Vi invito ora a scegliere una posizione comoda, chiudiamo gli occhi e iniziamo a respirare molto lentamente… Ad ogni espirazione scendiamo sempre più dentro di noi, verso il centro, il cuore di noi stessi, là dove lo Spirito Santo abbraccia la nostra anima… nella fonte dell’amore in noi, nel luogo della verità di noi stessi. In questo luogo di verità, ripensiamo a quanto vissuto, ripensiamo alle nostre paure, alle nostre difese, ma anche alla realtà della presenza di Dio tra noi, di Gesù… lasciamoci toccare da quelle parole, gesti e immagini che più ci sono rimaste dentro. Ripensiamo al nostro bisogno iniziale di fronte all’incontro con l’altro, con Dio… e concentrandoci su di noi e sulla nostra vita, lasciamo che una o più immagini della presenza reale di Gesù nella mia vita emergano, come risposta, dentro di noi… attendiamo senza fretta, senza giudicarle, ma accogliamole per ciò che sono e per l’emozione che ci trasmettono. E quando abbiamo colto l’immagine che maggiormente risuona in noi, concentriamoci su di essa, diamoci tempo per gustarcela, e per assaporare l’emozione che l’accompagna… e fissiamola bene in mente. Poi, quando ce la sentiamo riapriamo gli occhi, senza fretta”.

Condivisione dell’immagine

“Condividiamo l’immagine e l’emozione che l’accompagna”.

3. PREGHIERA CONCLUSIVA

Lettura dei vv. 44-47

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Commento

“Tra tutti i sensi, quello che lui ci chiede di usare, oggi e sempre, quello che ha fondato il popolo di Iseraele: ‘Shema Israel… Ascolta Israele…’. E, ascoltando, tutto si chiarisce, tutto assume un senso… ogni cosa va al suo posto, ogni dubbio si dissipa… e l’ascolto li mette in moto: “Di questo voi siete testimoni”.

Ambiente

Il facilitatore pone la Bibbia, aperta, al centro (se c’è, su un leggio); il cero acceso (se c’è, il cero pasquale) e il telo bianco di Gesù, e un cesto con lumini spenti.

Preghiera con simbolo vissuto

“Ora possiamo avvicinarci, fare un gesto alla Parola, quello che desideriamo… e accendere una luce al cero pasquale, dicendo, se vogliamo, una preghiera, un ringraziamento, un impegno rispetto a questa chiamata a essere testimoni di questo incontro, di questa Parola…”

Musica contemplativa di fondo. Lasciare che tutti vivano il gesto; man mano che le candele si accendono si possono abbassare le luci, fino a spegnerle.

Concludere con la preghiera del Padre nostro

“Ora possiamo sollevare queste fiamme… fino al cielo… segno del nostro impegno di testimonianza… e preghiamo il Padre perché ci aiuti a mantenere questa nostra scelta. Padre nostro…”.

Prima di spegnere il cero e i lumini, si può chiedere, a giro, una parola sintesi di ciò che ognuno si porta a casa dopo l’incontro.



III PASQUA ANNO – B – scaletta con consegne dettagliate

Un’accoglienza senza limiti (Mc 1,40-45 – VI DOM T.O. B)

 Sapeva che Gesù sarebbe passato… Non aveva altre possibilità, doveva tentare. Avrebbe potuto essere la sua unica via d’uscita.
L’incubo sarebbe finito;  la vita sarebbe ricominciata…
… e lui ci ha creduto, ed è andato…
Ed è stato guarito…

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