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La Croce, pienezza di rivelazione (Gv 12,20-33) (V Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

INTRODUZIONE

Siamo nell’ultima domenica di Quaresima; la prossima settimana, con la Domenica delle Palme, entreremo nella Settimana Santa… Concludiamo questo cammino di preparazione che ci ha accompagnato per arrivare a questo grande mistero, che è la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù…

E il passaggio biblico che la liturgia ci propone sembra molto difficile, e soprattutto molto intenso, molto ricco di significato simbolico. Contiene la rivelazione del mistero… Entriamo quindi in questa nuova storia…

PARTE 1: CERCANDO DI VEDERE GESÙ…

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

In quel tempo: di che tempo si tratta? Siamo nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni, che inizia con l’Unzione di Betania e l’entrata di Gesù a Gerusalemme. Poco prima, nel capitolo 11, è narrato il fatto della risurrezione di Lazzaro… e prima del brano che abbiamo letto, si legge, nel versetto 19, la considerazione dei farisei: “I farisei allora dissero tra loro: ‘Vedete che non ottenete nulla? Ecco: il mondo è andato dietro a lui!’” È la consapevolezza che Gesù sta attirando a sé le persone.

E si tratta proprio del mondo intero, perché qui abbiamo anche alcuni greci: persone che non appartengono al popolo giudeo, ma sono proseliti, che sono saliti per il culto a Gerusalemme, ma, invece di andare al tempio, si sentono attratti da Gesù.

Facciamo quindi la schematizzazione di questa scena.

Poniamo, quindi, qui al centro di Gesù (telo rosso). Da un lato, alle sue spalle, mettiamo alcuni personaggi. I discepoli: Filippo (telo azzurro) e Andrea (telo verde); la folla di Gerusalemme che ha cominciato a seguirlo (telo arancione) e greci (telo marrone). Dall’altro lato, mettiamo un telo argento, ancora una volta rappresentando le autorità che lo guardano con disprezzo e preoccupazione… Gesù si trova ora in mezzo a queste persone: da un lato, l’accusa, dall’altro, questo gregge che ha trovato in lui una risposta, una speranza… e così lo segue.

Ma approfondiamo questa scena. Perché questi greci non vanno direttamente da Gesù? Perché sanno che i giudei non sono sempre aperti ai non giudei. Perciò temono di avvicinarsi direttamente a Gesù e cercano un discepolo che sia aperto a loro. Quindi scelgono Filippo, che ha un nome greco e, in effetti, viene da Betsaida in Galilea, una città con una mentalità più aperta.

Filippo, che all’inizio non ha trovato difficoltà nel portare Natanaele a Gesù, mostrandogli il Messia, questa volta non va neanche lui direttamente da Gesù, ma cerca un sostegno. E lo trova nell’unico altro discepolo con un nome greco, Andrea. E insieme vanno a Gesù per dirgli che i Greci vogliono incontrarlo (mettere i teli di Andrea e Filippo più vicino a Gesù, ma in linea con i Greci).

RISPECCHIAMENTO:

Entriamo quindi anche noi, con la nostra storia, con la nostra vita, all’interno di questa scena. Perché questa scena ci chiede un posizionamento… Dove siamo oggi? Siamo in mezzo alla folla, in cerca dei miracoli di Gesù, siamo nei greci, che non si sentono degni di andare direttamente a Gesù, in quanto considerati diversi… o siamo discepoli che vogliono portare altri a Lui o, addirittura, ci ritroviamo nelle autorità, in chi non è d’accordo con questo Gesù che mette disordine nel nostro modo di guardare alla religione? Perché a volte giudichiamo anche Dio, quando si mostra diverso da come lo pensiamo, e ci chiede di lasciare i nostri schemi e pregiudizi… Dove sei oggi?

PARTE 2: LA RIVELAZIONE DELLA CROCE

Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Davanti alla richiesta di Filippo e Andrea, di accogliere questi greci, Gesù sembra cambiare argomento! Invece, la sua risposta è molto in sintonia, è una risposta molto chiara e molto profonda. Parla della morte e, con il paragone con il chicco di grano che muore, accenna alla propria morte…

Per simbolizzare questa risposta di Gesù, poniamo qui, vicino a lui, la croce (porre una croce, preferibilmente grande). Perché questo popolo, che sta cercando di vedere Gesù, potrà vederlo e comprenderlo veramente solo al momento della morte.

Il chicco di grano muore, quindi produce molto frutto… Lui, sulla croce, mostrerà il frutto, cioè che la salvezza è per tutti! E non ci sarà più distinzione tra giudei e greci, come stanno vivendo ora, ma la salvezza raggiungerà tutti senza distinzione. La risposta di Gesù alla richiesta di Andrea e Filippo è proprio questa: loro, i greci, che hanno paura di avvicinarsi a me, mi vedranno (mi conosceranno, avranno esperienza) sulla croce, dove mostrerò l’immenso amore del Padre per loro!

Per di più, Gesù comunica un’altra verità, che è per tutti noi:

Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Seguire Gesù è essere là dov’è lui, quindi ci chiede di accogliere, anche noi, quella croce, perché solo sulla croce possiamo continuare la sua missione, cioè comunicare e diffondere, rivelare l’amore del Padre. Solo nel servizio, nel dono di sé, nel morire per l’altro possiamo essere testimoni trasparenti di questo grande amore…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta entriamo in questa scena, perché questo ci tocca molto… Prima, ci siamo messi da una parte o dall’altra di questa scena, in uno o nell’altro personaggio che sta guardando Gesù. Ora ti chiedo di metterti qui, vicino a Gesù, vicino a questa croce, sotto questa croce… Come accolgo la croce nella mia vita? Come vivo la croce nella mia vita quotidiana, le piccole o grandi croci che sperimento ogni giorno… Ma, ancora più profondamente, sono capace di stare sotto questa croce per mostrare il vero amore per i fratelli? Amandoli fino alla fine?

PARTE 3: LA GLORIFICAZIONE DEL PADRE

1. Accogliere la volontà di Dio

Pensando alla croce, tutti noi rimaniamo spaventati. Anche Gesù, pensando alla croce, era angosciato. E nell’angoscia cita un salmo, il Salmo 6:

Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 

Nei vv. 4-5 del Salmo, il salmista si lamenta e supplica:

Trema tutta l’anima mia. Ma tu, Signore, fino a quando? Ritorna, Signore, libera la mia vita, salvami per la tua misericordia.

Gesù è nella situazione del salmista. Ma non può, come il salmista, dire “liberami”, perché deve compiere la sua missione! È per questo che è venuto. Quindi, il finale non è la richiesta di liberazione, ma la richiesta di adempiere fino alla fine la volontà del Padre: Padre, glorifica il tuo nome.

Nel vangelo di Giovanni il tema della glorificazione è molto presente. La seconda parte del Vangelo, dal capitolo 13 alla fine, è il Libro della Gloria, dove viene raccontata la Passione, la Morte e la Risurrezione di Gesù. La piena gloria Gesù la vivrà lì, su quella croce!

RISPECCHIAMENTO:

Accettare la volontà di Dio non è sempre facile. Per Gesù non lo è stato, ma molte volte anche noi ci rendiamo anche conto che la missione che Dio ci ha dato sembra molto più grande delle nostre forze, ci sentiamo incapaci, andare fino alla fine ci fa paura… Vi chiedo ora di entrare in questa verità: accogliere la volontà di Dio fino alla fine è entrare nella gloria, non però quella degli uomini, ma quella di Dio! Dio che accoglie il dono della tua vita e ti dà pienezza di grazia e vita… Ognuno può pensare a ciò che Dio gli sta chiedendo. Nel tuo cuore trova la forza di dire un nuovo si, pieno, alla sua volontà…

2. Comprendere la voce del Padre

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

Davanti al sì di Gesù, subito arriva la risposta del Padre. Davanti al suo sì, il Padre risponde, il Padre arriva con il Suo amore…

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».

Ancora una volta, un fraintendimento: le persone non capiscono questo Dio “diverso” che Gesù è venuto a mostrare. Non sono in grado di capire, le loro orecchie sono chiuse. E distorcono la realtà…

Chi ha sentito il tuono, sta percependo il Dio del terrore, che si faceva presente con tuoni e fulmini…

Chi ascolta l’angelo, percepisce il Dio lontano, il Dio che non si avvicina direttamente all’uomo…

Ma, in entrambi i gruppi, nessuno riesce a cogliere che si tratta della voce amorevole del Padre…

RISPECCHIAMENTO:

Il nostro orecchio come è? La sua voce, che percepiamo nelle nostre vite, è la voce di un tuono, la voce di un angelo o la voce di un Padre?

È interessante ciò che Gesù dice davanti a queste affermazioni:

Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

Ognuno sente quello che vuole sentire…

3. Davanti alla croce…

Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Ancora una volta appare il tema del giudizio. La settimana scorsa dicevamo che non è Gesù a giudicare: lui solo offre l’amore del Padre. Ma chi si auto-condanna è colui che si pone al di fuori di questo amore, che rifiuta l’amore e preferisce rimanere nelle tenebre.

Qui il riferimento sono le autorità religiose: per Giovanni, che scrive, sono esse il principe di questo mondo, ma, sulla croce, Gesù rivelerà il vero Dio, e tutti saranno in grado di scegliere quale Dio seguire… Tutti saranno attratti da Lui, lì, sulla croce… Dove tutti, giudei e greci, vedranno la gloria di Dio.

Quindi mettiamo questo telo bianco su questa croce… La croce, ancora una volta, è identificata come il luogo della trasparenza di Dio, della verità…

RISPECCHIAMENTO:

Vi invito a guardare questa croce e a pensare, ancora una volta, alle vostre personali esperienze della croce, della sofferenza; alla croce che ci libera dalle maschere, da quei veli che indossiamo per nascondere le nostre debolezze, ciò che non ci piace di noi. La croce è il luogo della verità. Lo vediamo anche nelle nostre vite, nell’ora della croce tutto si rivela: riconosciamo i veri amici, entriamo nell’essenziale della vita, lasciamo da parte tutto ciò che non è necessario…

Dedichiamo un tempo di silenzio per meditare davanti a questa croce…

Un Dio differente (Gv 3,14-21) (IV Quaresima B)

Lettura del VANGELO  (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

INTRODUZIONE

Domenica scorsa abbiamo visto Gesù che, per difendere il vero Dio, Padre di misericordia, da false immagini di Lui, che Lo mostravano come Dio fantoccio o Dio che chiede sacrifici, ha creato una situazione di conflitto con i giudei nel tempio. Perché era molto prezioso ciò che veniva messo in gioco…

Oggi ci troviamo ancora di più davanti al vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, il Dio che Gesù è venuto a rivelarci. Questa rivelazione ha luogo nel corso di un dialogo tra Gesù (mettere il telo rosso) e Nicodemo (mettere un telo d’argento), narrato poco dopo l’episodio di domenica scorsa, dell’espulsione dei venditori dal tempio.

Chi è Nicodemo (indicare il telo d’argento)?

All’inizio di questo capitolo, al v. 1, Nicodemo è presentato come un fariseo, uno dei dottori della legge e, per di più, uno dei capi dei Giudei, cioè uno di quelli che abbiamo visto l’altra volta, un’autorità che, davanti alla presenza di Gesù, dei suoi insegnamenti e segni, sente che qualcosa sta cambiando nella sua vita e nella sua religiosità. Quindi cerca Gesù, e lo cerca di notte, probabilmente per non essere visto da nessuno, e si presenta a lui dicendo: ” Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui“. Nicodemo esprime questa certezza: tu vieni da Dio.

E Gesù inizia un dialogo con lui… ma Nicodemo non capisce. Non possiamo fermarci su questa parte, perché ci richiederebbe molto tempo, ma siccome c’è un particolare interessante, soffermiamoci un poco: Gesù parla a Nicodemo nella seconda persona singolare, ma passa alla seconda persona plurale nei versetti 10 e 11, prima del brano che leggiamo oggi. Da un momento all’altro, Gesù inizia a parlare con Nicodemo nella seconda persona plurale, nel “voi”. Come per sottolineare un contrasto: Noi – Voi (mettere un telo a formare una linea divisoria tra i due personaggi).

Gesù mette in contrasto… cosa? Ancora una volta, un modo di comprendere Dio…

Entriamo, quindi, nel brano di questa domenica dividendolo in tre parti, ciascuna delle quali ci mostra una caratteristica di Dio, che ha in comune una “carenza”, una “mancanza” e un “senza”.

PARTE 1:
una salvezza SENZA PUNIZIONE

La prima caratteristica è rappresentata dal colore verde (mettere un telo verde accanto a Gesù). Il verde rappresenta la speranza. Possiamo chiamare questa parte di “Salvezza senza punizione”… confrontandola con il modo di vedere Dio fino a quel momento, che rappresentiamo con il colore viola (mettere un telo viola al lato di Nicodemo, di fronte al verde): il colore viola ci ricorda la penitenza , la punizione…

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Gesù cita l’Antico Testamento, il libro dei Numeri (Nm 21,9), che mostra lo schema classico della religione: il popolo pecca, Dio punisce, e se il popolo si pente, Dio salva. Questa è la via di Nicodemo e di tutte le autorità del tempo per comprendere Dio. Castigo – Salvezza…

Ma il Dio di Gesù è ben diverso, perché il confronto è fatto solo a metà. Infatti, Gesù prende solo la parte della salvezza. Qui non c’è il peccato del popolo e la punizione di Dio, ma solo l’offerta della Salvezza… per dire che anche se si vive una vita “normale”, quell’uomo innalzato, il figlio dell’uomo ossia l’uomo in pienezza, può donarti una vita diversa… vita eterna… che per Giovanni non è qualcosa di futuro, ma è nel presente, eterno non per la lunghezza del tempo, ma per la qualità del tempo. Vita pienamente felice, perché vita pienamente umana…

Quindi il Dio di Gesù Cristo non è solo un Dio che salva dal male commesso, ma che dà, con la sua iniziativa, una vita migliore, una vita in pienezza, l’eternità della vita…

E come succede tutto ciò? In una relazione… di fede. Se lo vuoi, devi solo entrare in questa relazione con lui, credere in lui… e lui risponderà. Tutti quelli che credono in lui: nessuno è escluso.

RISPECCHIAMENTO:

Come facciamo sempre, rispecchiamo in questo qualcosa della nostra vita. Tu senti Dio di colore verde o di colore viola? Tu, davanti alla tua fede, nella tua spiritualità, percepisci questa vita in pienezza, questa grazia già raggiunta, o pensi che non ne sei degno, capace, perché non sei santo… e, quindi, c’è bisogno di passare attraverso un “castigo“?

PARTE 2: UN AMORE SENZA MERITO

La seconda caratteristica è rappresentata dal colore rosso (mettere un telo rosso dal lato di Gesù), che contrasta con un altro modo di vedere Dio, che rappresentiamo con il colore grigio (mettere un telo grigio dal lato di Nicodemo). E possiamo chiamare questa parte “amore senza merito“.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Ancora una volta, qual è l’immagine di Dio trasmessa dalla religiosità del tempo? Quella del Dio giudice, che veniva a giudicare e condannare, dividendo il mondo in buoni e cattivi… un Dio giudice che condanna senza pietà…

Invece, Gesù mostra un Dio che prima di tutto ama. Ama non perché lo meritiamo, non perché siamo buoni, santi, perfetti… Ama perché Lui è così. E invece di condannare, cerca il modo di salvarci!

Come avviene questo? Ancora una volta, attraverso la fede: credere, entrare in questa relazione con Lui… a differenza del Dio giudice, che non crea alcuna relazione…

Abbiamo messo il telo grigio per rappresentare quest’altra immagine di Dio: un Dio immaginato come colui che incatena, che detiene, che punisce… che giudica dall’alto…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta, entriamo anche in questa duplice immagine di Dio. Dove mi trovo? Credo in un Dio che mi incatena o che mi ama?

PARTE 3:
UNA CONDANNA SENZA GIUDIZIO

Infine, l’ultima caratteristica, che rappresentiamo con il colore giallo, a contrasto, questa volta, con il colore nero. E chiamiamo questa terza parte “condanna senza giudizio”.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Questo brano potrebbe risultare oscuro per noi, ma lentamente cerchiamo di capire. C’è una luce, Dio è luce, e la rappresentiamo con il colore giallo. La luce è offerta a tutti, ma può darsi che qualcuno non accolga la luce. Perché la luce è pericolosa, perché mostra tutto nella vera realtà… Dicevamo prima che non c’è giudice, ma qualcuno può auto-condannarsi, cioè stare fuori da questa luce, da questo amore, da questa vita eterna, e scegliere l’oscurità…

Se vuoi rimanere dalla parte di Gesù, c’è solo una cosa da fare: credere. Ma se non credi, tu stesso ti nascondi nell’oscurità, e l’oscurità significa tristezza, angoscia, paura…

Dio non vuole che tu cammini nelle tenebre, ma nella luce! Ma non può forzarti. E questo è il giudizio di cui parla Giovanni: un’autocondanna. Gesù non nomina nessun giudice, ma fai attenzione a non auto-condannarti, a stare fuori da questa grazia, da questo amore, da questa luce…

RISPECCHIAMENTO:

Infine, possiamo chiederci: sono nella luce… o mi sto nascondendo, sto nascondendo parte di me, sto nascondendo motivazioni, intenzioni, opere, pensieri, desideri…? Perché Dio non ci chiede, ancora una volta, di essere santi, perfetti… ma solo di essere trasparenti, autentici…

Il vero volto di Dio (Gv 2,13-25) (III Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

INTRODUZIONE

Dopo le pietre del deserto, dopo il monte Tabor, eccoci davanti a una nuova scena, ancora una volta molto interessante per noi. Cosa succede a Gesù? Perché questo atteggiamento forte e violento? Proprio lui, che sembrava così mite! Un’azione così forte deve aver dietro qualcosa di molto importante e profondo… Ancor di più, perché siamo nel Vangelo di Giovanni, e Giovanni usa un linguaggio simbolico: non possiamo rimanere nella superficie del concetto, ma dobbiamo penetrare nel cuore. Cosa c’è dietro tutto questo? Cosa c’è di così importante per costringere Gesù ad agire con tutta questa forza?

Il fatto è che ciò che sta al centro di questo brano è l’immagine di Dio, e il modo di relazionarsi con Lui… Così mettiamo qui, da un lato, questo telo giallo per rappresentare il Padre, il Dio rivelato da Gesù.. e dall’altra parte, in antitesi, questo telo scuro, per rappresentare il Dio che il Tempio, quel Tempio in cui Gesù entrò, stava presentando…

Due immagini contrastanti di Dio che si scontrano l’un l’altra. E quando si tratta di Dio, il Padre, Gesù non permette che non lo prendiamo sul serio…. L’azione di Gesù (mettere il telo rosso che lo rappresenta al centro) ha a che fare con queste due immagini… Vediamo, dunque, di entrare questa storia!

PARTE 1: NEL TEMPIO DI GERUSALEMME

1. Un Dio “fantoccio”

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

Gesù va a Gerusalemme, ma la motivazione della Festa, sottolineata da Giovanni, è qualcosa di strano: è la Pasqua dei Giudei… Sempre, nel Vecchio Testamento, parlando della Pasqua, si diceva la Pasqua del Signore… com’è che ora, improvvisamente, cambia nome?

L’uso di questa espressione, per Giovanni, è intenzionale: per dire, a chi legge, che la festa religiosa – che aveva al centro il Dio liberatore – è diventata la festa delle autorità giudaiche, la festa per far avere loro un guadagno, da sfruttare, da fare “business“… L’aspetto religioso era totalmente distorto!

Allora, qual è la prima caratteristica di Dio, presentata dalla situazione del Tempio in quel momento? Si tratta di un Dio “fantoccio”, perché chi è al centro non è Lui, ma le autorità religiose… (mettere sul telo scuro un telo d’argento).

RISPECCHIAMENTO:

Nella nostra realtà spirituale, potremmo ritrovarci nella stessa situazione… Possiamo chiederci: lasciamo che Dio sia Dio, nella sua alterità e diversità, o ci mettiamo al suo posto, considerandolo un burattino, che deve rispondere alle nostre esigenze ?

2. Un Dio “che si può comprare”

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.

Gesù arriva nel Tempio, dove è andato a cercare Dio, a incontrare Dio… e cosa trova? Non persone che pregano, persone in preghiera… ma un mercato!

Perché c’erano venditori nel Tempio? Perché tutti coloro che arrivavano dovevano offrire un sacrificio… e, invece di offrire, come era all’inizio, le primizie del proprio raccolto o i primogeniti del gregge, la gente acquistava direttamente lì l’offerta necessaria. Quindi, tutto ciò generava un grande profitto per le autorità. Ancora una volta, al centro non c’era il vero Dio, ma il denaro, la ricchezza (mettere un telo dorato vicino all’argentato).

Possiamo andare un po’ più a fondo. Se, in linea di principio, l’offerta era qualcosa che ciascuno produceva, ora al centro c’è il denaro, e le possibilità che il denaro offre… e il messaggio che passava era: pagando, si ottiene… Offri a Dio e Dio ti proteggerà… La mentalità, molto diffusa, oggi, anche da molte “chiese”, di poter comprare la protezione di Dio…

RISPECCHIAMENTO:

Questa dimensione “economica” di compravendita può essere molto presente anche in noi, nei nostri gruppi, nelle nostre comunità… Qual è l’immagine di Dio che personalmente sento in relazione alle offerte e al denaro?

3. Il vero Dio

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi

Quindi, di fronte a questa immagine di un Dio fantoccio, da cui posso acquistare favori, Gesù si arrabbia. Ma aveva bisogno di una frusta di corda? Perché ha fatto tutto questo?

C’era un’immagine ben nota, attraverso la quale era presentato il Messia: sarebbe venuto con una frusta, per scacciare tutti i peccatori… Gesù, quindi, fa un gesto molto chiaro e simbolico: si presenta come il Messia, ma un messia molto diverso. Lui non espulsa i peccatori… ma i venditori che rappresentavano l’anima del tempio, della religiosità che si viveva in quel momento…

Quindi Gesù, con questa frusta, getta a terra le monete, rovescia i tavoli dei cambiavalute… (togliere il telo dorato)… ma il gesto profondo è quello di rovesciare questa immagine del Dio fantoccio che loro trasmettevano (togliere il telo scuro). Perché l’amore di Dio non si compra, Dio non è un Dio che può essere comprato…

Tuttavia, togliendo questa immagine, togliendo il commercio, il denaro, cosa rimane? Rimangono solo le autorità, spogliate di tutto ciò che ha permesso loro di guadagnare da questa religiosità. Si capisce, allora, perché l’atteggiamento di Gesù è stato in pieno contrasto con le autorità religiose del suo tempo.

Ma diamo un’occhiata a quello che c’era in quel tempio… C’erano buoi (porre un telo marrone), pecore (porre un telo panna) e colombe (porre un telo grigio)… Anche qui, nel racconto di Giovanni, troviamo qualcosa di profondo e simbolico. In un primo momento, Giovanni chiama gli animali che servivano a sacrificare in ordine di grandezza (dal più grande al più piccolo); nel momento del gesto di Gesù, nomina per prime le pecore, che ha mandato fuori dal tempio (togliere il telo delle pecore e porlo più lontano, ma dalla parte del vero Dio)… Ricordiamo che l’immagine della pecora, nell’Antico Testamento, rappresentava il popolo di Israele, il cui pastore era Dio… e Gesù, vero Pastore (è lo stesso Giovanni che lo sottolinea, al capitolo 10) viene a liberare le pecore, dall’oppressione della casta sacerdotale, del potere. Quindi questo è anche un gesto profetico.

e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!»

Quindi i buoi sono usciti con le pecore… ma Gesù pone la sua attenzione sui venditori di colombe… che erano quelli che, di fatto, pensiamo, guadagnavano di meno… Invece di rimproverare tutti, Gesù rimprovera solo questi… anche questo ha qualcosa da dirci…

Le colombe erano l’offerta dei poveri… guadagnare dai poveri era qualcosa che Gesù sicuramente non ha accettato… I venditori guadagnavano della povertà dei poveri!

Gesù contrasta il tempio come luogo di commercio, dove la gente, i poveri, invece di incontrarsi con il Dio di misericordia, incontravano un Dio che esigeva sacrifici e offerte. Il tempio era divenuto il luogo dello sfruttamento in nome di Dio!

Ancora una volta, Gesù vuole mostrare chi è vero Dio. Egli non chiede sacrifici. Anzi, Gesù poi mostrerà che è lui che va a sa sacrificarsi per il bene dell’uomo…

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».’

Sembra che i discepoli hanno sbagliato ad unire il gesto di Gesù a questo brano biblico, che è il Salmo 69. Il “zelo”, infatti, è legato al profeta Elia, quando con violenza aveva ucciso 450 sacerdoti di una divinità pagana… Purtroppo, molti legarono al gesto di Gesù a quello del Messia che, con la forza, sarebbe venuto a purificare il tempio e ripristinare il suo antico splendore. Un modo di essere Messia dal quale Gesù ha preso le distanze… Gesù non è venuto per purificare il tempio, Gesù è venuto per eliminarlo! Perché l’immagine di Dio che presenta è completamente diversa (fare riferimento al telo giallo)

– Non è un Dio che toglie agli uomini, ma un Dio che dà, che offre.

– Non è un Dio che chiede sacrifici, ma un Dio che si sacrifica.

Con Gesù, non c’è più l’obbligo di offrire a Dio, ma dobbiamo accogliere un Dio che si offre agli uomini.

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta, ci troviamo davanti queste due immagini di Dio… qual è il volto del tuo Dio, oggi, nella tua vita?

A questo punto, prendere i teli degli animali e della falsa immagine di Dio e metterli da parte, lasciando al centro le autorità, Gesù e l’ immagine del Padre, in linea retta.

PARTE 2: il SEGNO

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».

Dopo l’incontro/scontro tra Gesù e venditori, c’è un altro incontro, diretto: tra Gesù e le autorità, che sono già qui rappresentate.

Davanti all’agire di Gesù, i leader, i giudei, intervengono e chiedono a Gesù il segno, ossia qualcosa che mostri con quale autorità egli agisce. Sappiamo che in Giovanni spesso viene chiesto un “segno” a Gesù… per credere. Vogliono che Gesù mostri qualcosa (mettere un telo bianco tra Gesù e il Padre), che riveli il rapporto tra lui e Dio, che gli permetta di fare tutto questo.

Gesù si rifiuta… non ha segni da mostrare (anche se le opere che fa sono chiari segni!). Ma egli stesso diviene il segno! (mettere il telo bianco del segno vicino al rosso di Gesù).

Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».

Qui abbiamo bisogno di capire di più: si parla di Tempio, ma in realtà la parola che Giovanni usa è il santuario… che non è la stessa cosa. Il tempio comprendeva un grande spazio, dove ognuno poteva entrare… Il santuario era un posto speciale, la parte centrale, dove erano conservate le parole, le tavole della legge, e quindi era un forte segno della presenza di Dio. Qui solo un sacerdote, e solo una volta l’anno, poteva entrare…

Gesù si riferisce a questo posto speciale ed è per questo che il dialogo versa su due cose (o due concetti) diversi:

Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Così qui (nel lato dove sono rimasti simbolizzati gli animali e il denaro) c’è il tempio e la realtà religiosa del tempo. Qui (in Gesù) abbiamo un altro tempio, che è in realtà il santuario… Siccome la presenza di Dio è in Gesù, non c’è più bisogno del Tempio, perché Gesù è il nuovo tempio, il nuovo santuario, quel santuario che è stato distrutto, ma è stato ricostruito in tre giorni con la sua risurrezione… Con Gesù non sono più necessari santuari di pietra, templi per incontrare Dio… perché lui si fa trovare in qualsiasi luogo dove si creda in Gesù e si invochi il suo nome.

RISPECCHIAMENTO:

Dove trovo Dio? Ho bisogno di un Tempio per incontrarLo, di chiese, di un luogo fisico, o riesco a vederlo agire nella mia storia, nelle persone che incontro, nei fatti della vita che proclamano la sua provvidenza…

PARTE 3: AUTENTICITÀ

Rimuovere i teli lasciando solo quello di Gesù

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.

È interessante il fatto che le autorità chiedono un segno, mentre Gesù ha mostrato e realizzato molti segni… Per Giovanni, i segni sono i miracoli di Gesù, che mostrano la sua origine divina e, nel suo Vangelo, i segni sono così importanti che un’intera parte del libro è il Libro dei segni, che mostra 7 segni, i miracoli di Gesù. Di questi, solo uno, la moltiplicazione dei pani, è narrato dagli altri evangelisti.

Le autorità sono così cieche che non riescono a vedere…

Ma sembra che gli altri credano e inizino a seguire Gesù (il facilitatore pone dei teli colorati attorno a Gesù, per rappresentare queste persone).

Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Queste parole sembrano difficili… Gesù non si fida di nessuno di questi… Perché? Cosa c’è nel cuore dell’essere umano, di cui Gesù diffida?

È una parola per tutti noi… Cosa cercavano tutti quelli che seguivano Gesù? Videro segni, videro un Gesù che operò, che ha compiuto miracoli e quindi lo hanno seguito… Ma cosa si aspettavano da lui? Ancora una volta, quel potente Messia, che avrebbe restaurato il regno… Ma Gesù non era quel messia!

RISPECCHIAMENTO:

Cosa sto cercando in Gesù? Perché lo seguo? Sarà che anch’io cerco i suoi miracoli, le benedizioni, la salute, le risposte alla mia vita, o sono disposto a seguire Gesù nella sua missione fino in fondo, alla croce?

Luce nell’oscurità (Mc 9,2-10) (II Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Mc 9,2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

INTRODUZIONE

Le prime due domeniche di Quaresima ci fanno passare dall’abisso delle pietre, del deserto, che rappresentiamo oggi con un telo scuro (mettere un telo scuro aperto a terra)… al monte della luce, della trasfigurazione (mettere un telo giallo sopra il telo scuro), offrendo la sintesi del percorso che ciascuno di noi deve affrontare nella sua vita spirituale: evangelizzare ogni parte oscura di noi, ogni durezza, per liberare tutta la luce che è nascosta in noi. È il cammino necessario per essere veri cristiani.

Oggi il vangelo ci invita a seguire Gesù su una montagna e a rivedere tutta la nostra vita con occhi nuovi, con una nuova luce. Seguiamo, quindi, questa storia da vicino, entrando anche noi dentro essa (togliere i teli).

PARTE 1: SEGUENDO GESÙ

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

1. Così come siamo

In quel tempo

Di quale tempo si tratta? In realtà, il Vangelo inizia così: sei giorni dopo. Sei giorni dopo che cosa?

Sei giorni prima sono accaduti due fatti molto importanti.

Il primo, la professione di fede di Pietro. E sappiamo che, per Marco, questo momento è fondamentale, nella struttura del suo vangelo. Fino a quel momento, Gesù non voleva che la sua identità messianica fosse diffusa, chiedeva il silenzio, il segreto… a partire da questo momento, Gesù manifesta apertamente chi è. Quindi è un momento molto importante per comprendere Gesù.

Ma, poco dopo, Gesù manifesta pienamente anche la sua missione: con il primo annuncio di passione, Gesù mostra che la sua missione deve attraversare sofferenza e dolore. Un’idea molto diversa di Messia! E Pietro non accetta questa idea… Inoltre, Gesù dà indicazioni su come seguirlo: rinunciare a se stessi e prendere la propria croce…

Ora, possiamo immaginare come la comunità dei discepoli sia rimasta scossa, e non riusciva a capire! Gesù doveva fare qualcosa che riaccendesse in essa la speranza.

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni

Gesù sceglie tre dei dodici, quelli che, fin dall’inizio, hanno avuto un’esperienza importante con Gesù. Li rappresentiamo qui: Pietro (telo rosso), Giovanni (telo azzurro), Giacomo (telo verde). Sono tre persone molto diverse… ma è interessante notare che c’è una cosa in comune tra loro, che lo stesso Marco sottolinea. Sono tre uomini con un carattere molto forte, e tutti e tre sono stati, a un certo punto del loro percorso, rimproverati da Gesù. Pietro, quando, poco prima, si mise a rimproverare Gesù; Giovanni e Giacomo, quando avrebbero voluto invocare un fuoco dal cielo perché consumasse i Samaritani:

Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò (Lc 9,54-55).

Marco stesso li chiama Boanerges, figli del tuono (Mc 3,17). E sono loro quelli che chiederanno di sedere accanto a Gesù nella sua gloria (Mc 10,37), suscitando il malcontento nella comunità…

Quindi sono loro, con le loro debolezze, con i loro limiti, a seguire Gesù verso la montagna (mettete il telo rosso per simbolizzarlo, davanti ai discepoli).

RISPECCHIAMENTO:

Guardando questi personaggi, possiamo rispecchiare qualcosa di noi… Gesù non chiama i perfetti, i santi, a seguirlo, per offrire loro momenti speciali, ma chiama ciascuno con i propri limiti e le proprie debolezze. Così è con tutti noi. Anche quando non capiamo, anche quando ci arrendiamo o facciamo qualcosa che non va bene. Lui può condurci a vivere esperienze speciali. Ritrovi un’esperienza simile nella tua storia?

2. Nell’oscurità…

e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

E inizia, quindi, questo cammino, seguendo Gesù… su una montagna alta (rappresentare la montagna con un telo marrone, più avanti rispetto al gruppo dei quattro). La strada è lunga… cosa avranno pensato, dopo tutto quello di cui hanno parlato? Come avranno vissuto questo momento? Dove pensavano che li avrebbe portati? Certamente, possiamo immaginare i loro pensieri, i dubbi, le paure, forse anche la curiosità…

RISPECCHIAMENTO:

Ti è mai capitato di seguire Gesù non comprendendo il suo piano, non comprendendo dove ti stava portando?

PARTE 2: UNA LUCE che risplende

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

Alla fine arrivano in cima alla montagna, che, sappiamo, rappresentava il luogo simbolico della presenza di Dio. In questo luogo, Gesù viene trasfigurato… La Bibbia ci racconta che quando Mosè incontrava Dio nella tenda, quando usciva nessuno poteva guardarlo in volto da quanto risplendeva… In Gesù non solo il volto, ma tutto il suo corpo risplende, tanto che le vesti sembrano luminose…

(Mettere Gesù sulla montagna, ponendo sopra di lui un telo bianco): la trasfigurazione non è qualcosa che viene dall’esterno, ma parte dall’interno. Gesù mostra in pienezza quello che è, e ciò che l’uomo è quando è pieno della presenza di Dio!

(Il facilitatore prende il telo bianco e lo mette all’interno del telo rosso di Gesù). Questa è la realtà… e questo siamo anche noi. Dentro Gesù, e dentro di noi, c’è qualcosa di meraviglioso, prezioso… ma che di solito non mostriamo… Ci sono così tante cose che soffocano la perla preziosa che è in noi, tante maschere che ci nascondono…

RISPECCHIAMENTO:

Quali sono le maschere, i veli che coprono la tua bellezza? Cosa ti nasconde? Cosa ti impedisce di mostrare la tua luce interiore?

PARTE 3: il compimento deLLA STORIA

E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.

(Rimettere in evidenza il telo bianco che “esce” dal telo rosso di Gesù).

La montagna dove i quattro si trovano comincia a riempirsi sempre più di persone. Oltre a loro (mettere anche i tre discepoli sulla montagna) compaiono Mosè (simbolizzarlo con un telo giallo) ed Elia (simbolizzarlo con un telo dorato). Chi sono questi due personaggi? Mosè rappresenta la Legge, Elia i Profeti… Davanti ai discepoli, appare simbolicamente l’Antico Testamento, in dialogo con il Nuovo rappresentato da Gesù.

I discepoli, quindi, vedono davanti a loro l’adempimento delle promesse (o profezie), quando la Parola raggiunge la sua pienezza: Gesù dà senso a tutto, e in lui l’intero Antico Testamento è illuminato e riceve il suo significato. La loro storia, la storia del loro popolo, era radicata in quella Parola e ogni cosa con Gesù diventa chiara… Vedono come il filo della storia della Salvezza e contemporaneamente il filo rosso della loro storia (mettere un nastro rosso attorno a tutti i personaggi).

RISPECCHIAMENTO:

Quando incontriamo veramente Gesù, Egli dà luce e significato alla nostra storia intera. Riesci a vedere questo filo rosso nella tua vita? Questa unità della sua azione nella tua storia? Nel tuo passato e nel tuo presente?

PARTE 4: CERCANDO SOLUZIONI

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati..

Pietro, ancora una volta, non capisce… Ancora una volta prende il posto del tentatore…

Cosa significava fare le tende? Il popolo ebraico ha una festa, chiamata La Festa, che è la festa delle capanne. Costruiscono capanne nei campi, con la speranza che il Messia venga e rinnovi la vita del popolo. Voler costruire tende, per Pietro, significa riconoscere che Gesù è il Messia e che è venuto… vittorioso, per far rispettare la Legge…

È interessante che, secondo la cultura del tempo, quando le persone venivano nominate, quella più importante era messa al centro… nel discorso di Pietro, nel mezzo c’è Mosè… Sta sognando il futuro Messia che venga per far rispettare la Legge! Ancora una volta, questa non è la strada di Gesù. Non si mostra come Messia vittorioso, ma, come diceva poco prima, sceglie la strada della croce…

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Una nuvola discende (coprire tutti i personaggi con un telo grigio chiaro). E da questa nuvola una voce, la voce del Padre… che chiede di ascoltare Gesù. Il Padre non chiede di ascoltare Mosè o Elia. Non chiede di essere perfetto seguace della Legge… ma chiede di mettersi in ascolto di Gesù: è Lui il centro…

Il verbo ascoltare è molto importante per Israele. Il popolo di Israele è il popolo dell’ascolto. Un ascolto che non solo riceve parole, ma obbedisce ad esse, mettendo in pratica la Parola. Il popolo di Israele si forma attorno a Parole, le 10 Parole che ognuno si impegna ad ascoltare e ad obbedire.

Ora le cose cambiano. C’è solo una Parola che bisogna ascoltare: Gesù Cristo. Ora tutto ciò che Dio vuole dire lo fa attraverso di lui.

RISPECCHIAMENTO:

Che cosa ascoltano le mie orecchie? Quali parole attirano la mia attenzione? A che punto è la Parola di Gesù, Gesù-Parola, nella mia vita?

 

PARTE 5: ritornando A CASA

E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

La meraviglia finisce, Mosè ed Elia scompaiono, la nuvola svanisce (togliere i teli grigio, giallo e dorato e nascondere il telo bianco della trasfigurazione ancora una volta dentro il telo rosso di Gesù)… Non ci sono più voci nel cielo, rimane la normalità. Possiamo immaginare il canto degli uccelli, il rumore del vento e lo scrosciare dei ruscelli… Tutto torna alla normalità… e Gesù è lì con loro. Lui solo… Non più luminoso, come prima… Tutto finisce, ma nulla può essere come prima. Questo ricordo rimarrà chiaro nei loro cuori, sarà la forza per affrontare ciò che li attende…

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Gesù chiede ancora una volta il silenzio, dando una scadenza: la risurrezione. Ma i tre non capiscono, capiranno solo più tardi. Ciò che videro non è stata solo una dimostrazione di Gesù. Gesù ha mostrato loro ciò che li avrebbe aspettati, ciò che è in realtà la persona umana, la pienezza che sarà vista solo dopo la morte, perché è la morte che fa esplodere appieno la vita.

RISPECCHIAMENTO:

Probabilmente anche noi abbiamo dubbi, come i tre apostoli. Cosa significa per noi tutto questo Gesù ha detto? Può darsi che tutti noi ora abbiamo una domanda nei nostri cuori, un dubbio. Lasciamo, quindi, Gesù, solo, qui in mezzo, come i discepoli lo hanno visto (togliere i teli dei discepoli), e possiamo fargli quelle domande che abbiamo in mente. Alla fine di questo incontro, potremo entrare nel nostro cuore e chiarire i dubbi che ci sono.

Vivere il tempo nuovo con Gesù (Mc 1,12-15) (I Quaresima B)

Lettura del Vangelo (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».  

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La scala dell’amore (Mc 12,28b-34) (XXXI Dom. T.O. B)

Mc 12,28b-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.



 

Introduzione

Eccoci nuovamente all’incontro della Parola, ancora una volta aiutati dal Vangelo di Marco che non finisce di raccontarci di incontri, quasi a dirci che la vita di Gesù è stata, innanzitutto, una vita di incontri, di relazioni. Chi ama, attira, crea relazioni. Gesù è l’uomo della relazione…

Il contesto è che siamo a Gerusalemme. Dal capitolo 10, la liturgia ci fa passare al capitolo 12, saltando la parte dell’ingresso a Gerusalemme, nel capitolo 11, e le prime diatribe con le autorità del tempo che normalmente leggiamo in quaresima. Nel suo insegnare alla folla, nel tempio, il capitolo 11 risalta il tentativo di scribi e farisei di metterlo alla prova, di coglierlo in fallo. Incontri che sono scontri…

Adesso ad avvicinarsi è proprio uno scriba. Questa categoria di persone, in varie parti del vangelo, è una categoria “minata”, una tipologia di persone criticate da Gesù. Ma, nella storia di incontri che Marco racconta, vediamo che non tutti gli scribi sono da condannare né da criticare. Questo scriba riceverà un complimento da Gesù: non sei lontano dal Regno di Dio. Altri scribi, ricordiamo, saranno amati da Gesù; egli stesso parlerà dello scriba che si fa discepolo del Regno, paragonandolo a un padre di famiglia che toglie dal tesoro cose nuove e antiche… Ecco lo scriba che Gesù ama. Quello che, pur attaccato al tesoro antico che è la Parola, la legge, sa andare al di là della Legge per cogliere lo Spirito, che soffia dove vuole.

Ed è uno scriba come questi che va incontro a Gesù. E’ uno che sa, ma che sa anche che c’è un di più, e cerca e chiede spiegazioni… Di fatto, il versetto 28 comincia proprio dicendo che questo scriba si avvicina perché aveva udito la discussione (il tema che gli avevano sottoposto era la resurrezione) e aveva riconosciuto che Gesù aveva risposto molto bene. Seguiamo il racconto di Marco; sappiamo che Matteo narra lo stesso fatto però sottolinea che la motivazione della domanda era “per metterlo alla prova”. Ma per Marco la motivazione è diversa.

Poniamo qui, allora, come altre volte, simbolicamente la scena di questo incontro: Gesù (telo rosso) e questo scriba (telo giallo). E l’atteggiamento, la domanda che egli fa non è per cogliere in fallo Gesù, ma per un sincero desiderio di comprendere le vie di Dio.



Il primo

«Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

“La legge mosaica prevedeva tanti precetti, esattamente 613. Nelle scuole giudaiche si discuteva per definire quale di questi fosse il più grande; cercavano, in fondo, di definire una scala di precetti.

Gesù risponde senza nessuna esitazione, ci dice subito qual è il primo gradino:

Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”

Vorrei rappresentare qui, al centro, con questo telo dorato, questo “amare Dio con tutto il tuo cuore”… (porre il telo al centro, piegato nella parte più lunga) Potremmo immaginarlo come un gradino di una scala, che mi permette di andare in alto…  Vogliamo rappresentare con questo telo dorato questo comandamento maggiore, il comandamento di porre al centro Dio, avere Dio come proprio tesoro.

Ma la risposta di Gesù va oltre, va più in là:

Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”

A Gesù non basta dire il primo, ma dice anche il secondo. Simbolizzandolo con quest’altro telo dorato, lo metteremmo dopo il primo, come secondo gradino… Ma simbolicamente vorrei rappresentare questo secondo comandamento così (porre il secondo telo come a formare una scala con il primo) Perché in realtà il problema non è definire il primo e il secondo, per dopo enumerare tutti gli altri. I gradini non possono sostenersi se non ci sono delle assi che li sostengono… Definire il primo e il secondo è definire quali sono quelli su cui poggiano tutti gli altri. Per Gesù i due comandamenti sono l’asse portante, l’unica possibilità di rispettare la legge.

Non c’è altro comandamento più grande di questi

Non si può considerare l’uno senza l’altro (il facilitatore prende i due teli e li lega tra loro, rimettendoli al posto di prima)

Ma Mc, a differenza di Mt, riporta il precetto al completo e cioè anche la prima parte:

Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore

Questi due comandamenti, poggiano anch’essi su qualcosa, sono resi saldi su qualcosa. E allora, continuando a costruire questo simbolo, pongo questo telo argentato a unire i due, in quella posizione che unisce le due assi, e che quindi permette alle due, insieme, di stare in piedi e quindi formare la scala.

Israele è il popolo dell’ascolto. Nasce come popolo perché accetta di ascoltare, ma nel vero senso del termine, ob audire, ascoltare che si fa obbedienza, che si fa realizzazione di quello che si ascolta. Ogni giorno ricordavano la preghiera dello Shema’, preghiera che tutti dovevano recitare sempre e che dovevano portare con sé, nei filatteri, piccoli astucci che gli ebrei portavano al braccio sinistro e sulla testa… Ogni giorno ascoltavano il fondamento: IL SIGNORE NOSTRO E’ L’UNICO SIGNORE. E’ l’unico, perché non ce ne sono altri, per me. E’ unico perché è nostro, è lo stesso per me, per te…

RISPECCHIAMENTO:

Rispecchiando la nostra vita, possiamo cogliere che i due sono inscindibili… non posso pensare di amare Dio e dimenticare i fratelli, ma allo stesso tempo non posso pensare di amare solo i fratelli senza amare Dio. Sono due assi portanti. Ma tutto avviene attraverso l’ascolto. Amo Dio se ascolto e vivo la sua volontà… amo i fratelli se li ascolto interiormente e comprendo le loro vere esigenze, facendo il mio amore concreto, come quello di Dio per noi.



Approfondiamo il significato di questi due assi portanti

 

Amerai il Signore tuo Dio…

il facilitatore, mentre spiega, pone sul pavimento, intorno alla scala, fogli con scritte queste parole).

Amerai: Il comandamento riguarda qualcosa che non si può obbligare. Non si può obbligare il cuore, il sentimento… si può obbligare a fare una cosa, a professare a parole… ma il cuore rimane libero. L’amore è qualcosa di personale, che non si può comprare. Come può Dio, che lascia all’uomo la libertà, imporre di amare?

Da p. Ermes Ronchi: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare.

Ecco il perché di questo verbo al futuro. Perché forse oggi non ci riesci. Forse oggi il tuo cuore è ancora prigioniero del tuo egoismo, del tuo egocentrismo, non riesce ancora ad andare al di là… Ma questo precetto racchiude in realtà una grande speranza: amerai. Ci riuscirai. Prima o poi, comprenderai che ciò che ti fa felice è uscire da te stesso e porre la tua vita, il tuo cuore, nelle mani di un altro… e scoprirai che l’Unico che ti dà pienezza di vita, di felicità, è il Signore tuo Dio, non il Dio di qualcun altro, ma il tuo… Un’azione mai conclusa, perché l’amore non è mai dato per ovvio. Lo sposo vive gesti quotidiani di amore con la sposa, l’amore vive nell’eternità del tempo, non finisce mai. Amerai lascia aperta una prospettiva di infinito, di tempo eterno. E di crescita…

il Signore Dio: Dio… chi è Dio, per te? Una presenza che non ha niente a che fare con la tua vita? O il Signore, cioè una persona con cui vivo una relazione, una relazione però dove mi riconosco al mio posto,  creatura… riconosco la sua autorità nella mia vita…

tuo: rapporto di appartenenza… Dio è tuo.. nella misura in cui tu sei di Dio… Rapporto personale, non il Dio di qualcun altro… non il Dio trasmesso dalla tua famiglia, a parole… ma qualcosa di sperimentato, di conosciuto…

con tutto: per quattro volte ripetuto. Tutto di te. Ciò che sei, ciò che hai, i doni, i limiti, i progetti, i desideri… tutto, nella totalità. Senza lasciare niente fuori. L’esperienza che facciamo di noi, però, spesso è spezzata: cuore diviso tra passioni diverse… mente divisa tra pensieri diversi e contrastanti tra loro… spiritualità divisa, prendendo un po’ da una religiosità un po’ dall’altra, in base a come mi sento…

il tuo cuore: cuore è il luogo della tua identità, del tuo essere in totalità… Non solo la sede dei sentimenti, delle emozioni, ma il cuore, nell’antropologia ebraica, è il luogo della tua piena identità… Amerai Dio con tutto il tuo cuore significa che tutto di te trova senso e significato in lui… anche il tuo corpo, così come sei… il tuo cuore

la tua anima: il luogo del respiro… della vita… ciò che permane al di là dei mutamenti del tempo… il tuo essere spirituale, che cerca qualcosa di più, al di là del materiale… La tua anima…

la tua mente: Razionalità… progetti… pensieri… logica… La parte di te che cerca senso, ragione, anche per la propria fede… La tua mente…

Le tue forze: Marco, a differenza di Matteo aggiunge anche forze. La prima associazione a “forza” è certamente il fisico. La forza richiama il corpo. Tutta la tua energia protesa verso Dio….

 

RISPECCHIAMENTO

Quale di queste parole senti più forte in questo momento della tua vita?



2. Amerai il tuo prossimo

Il facilitatore riprende in mano i due teli uniti rappresentanti i due comandamenti: “Ma non possiamo fermarci al primo comandamento, perché c’è anche il secondo… simile al primo… e i due sono legati”.

Una persona chiederà a Gesù, nel vangelo di Luca: chi è il mio prossimo?… E Gesù inizierà a raccontare la parabola del Buon Samaritano dicendo: ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…’. Il prossimo si incontra nel cammino… Ma non è il prossimo di Pinco o di Pallino. E’ il tuo. E’ quella persona che solo tu incontri, che solo tu puoi avvicinare, puoi abbracciare, puoi accarezzare, è quello persona che solo da te può ricevere ascolto, consolazione, abbraccio. Il tuo. Qual è il tuo prossimo? Nella strada che porta da Gerusalemme a Gerico, dalla chiesa alla tua vita di sempre, incontri tante persone. Il problema è che a volte solo le sfioriamo.

RISPECCHIAMENTO:

Ti invito a far fiorire, nella tua mente, i volti delle persone che oggi hai incontrato… i tuoi familiari… i tuoi colleghi, compagni di scuola… i tuoi vicini… i tuoi amici… Chi hai incontrato nel cammino, oggi? E che cosa ti hanno chiesto? Quali ferite ti hanno chiesto di curare? Ti invito a ripensare, una ad una, queste persone… e cosa ti hanno richiesto… cosa ti richiedono, con quale amore puoi amarle…”

… come te stesso

Ma ci manca un ultimo particolare. Un COME che non è messo li a caso. Perché Gesù sempre dà modelli. Il modello più grande è amatevi come io vi ho amati. Fino a dare la vita. Ma c’è un come, inespresso nel vangelo, che è una sfida per noi cristiani, a partire da un Dio Relazione: amatevi come il Padre e il Figlio si amano, come la Trinità si ama. Ma per arrivare là, devo passare per “gradi”. Ama il tuo prossimo COME te stesso. E qui è il grande dilemma: tu ti ami? Come ti ami? Ti ami davvero?

Spesso non ci amiamo. Amiamo gli altri, facciamo tutto per gli altri, ma non amiamo noi stessi. In realtà, quando facciamo così, in realtà non amiamo gli altri. Amiamo per dovere, per forza, per ricevere affetto, stima… Amiamo per ricevere. Per l’amore che diamo a noi stessi non abbiamo nessun tornaconto, nessun riconoscimento esterno. Ed è per questo che non lo facciamo.

RISPECCHIAMENTO:

E tu, ti stai “amando”? Stai dedicando tempo per te, a livello fisico, psicologico, spirituale?



Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro

La liturgia ci riporta non solo il detto di Gesù, come leggiamo nell vg di Matteo, ma anche il dialogo tra lo scriba e Gesù, che abbiamo simbolizzato qui, in mezzo a noi con questi due teli.

Lo scriba si è avvicinato. Ha chiesto. Gesù ha risposto. Lo scriba ha vissuto il primo comandamento, quello dell’ascolto: Ascolta Israele. E l’ascolto gli permette di sentire la verità, di percepire il vero in Gesù e nelle sue parole. E ripete.

 

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

 

La cosa che colpisce è che riprende anche il secondo. Che non era scontato, perché se guardiamo la legge, il comandamento dell’amore al prossimo è posto la, nel Levitico, in mezzo a molti altri comandamenti… Non era scontato che quello fosse considerato il più importante. Ma lo Scriba, ascoltando, riconosce che è verità l’unità dei due, questa scala… Mi piace pensare che questo scriba riconosce la verità perché ne ha fatto esperienza. amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Chi gliel’ha detto? Dove sta scritto? Credo che lo sappia perché l’ha sperimentato.

Ecco lo scriba dal cuore buono. Ecco lo scriba che, tentando di capire, di conoscere la legge, ha colto l’essenziale, che noi siamo aiutati a comprendere perché l’ha scritto per noi, l’ha esplicitato per noi, Giovanni: “Dio è amore. Chi non ama il fratello che vede come può amare Dio che non vede. Da questo sappiamo che abbiamo conosciuto l’amore: perché amiamo i fratelli...”. Lui l’ha capito, lo scriba. Perché, leggendo tra tutte quelle righe, ha colto l’essenziale.


E Gesù vede il cuore

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

E’ interessante la conclusione: “vedendo che aveva risposto saggiamente…”. Una risposta non si vede, ma si ascolta… Lo scriba ascolta, Gesù vede. Marco sottolinea molto i verbi dei sensi in Gesù: guarda, tocca, sente, si avvicina, ha compassione, grida… In questo caso, ha sbagliato verbo? No. Semplicemente perché l’ascolto passa per la vista. Egli, ascoltando le sue parole, vede il suo cuore. E lo conferma: Non sei lontano dal regno di Dio. Il sogno di tutti, vedere Dio, vedere il Regno di Dio, entrare nel Regno di Dio. Non sei lontano…

Pensiamo per un momento a quelli che stanno qui, intorno a lui. Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo… Perché? Perché sapeva che Gesù era uno scrutatore del cuore. Perché sapeva che avrebbe letto, nel loro cuore, le  loro contraddizioni, le loro  mediocrità, il loro dire solo con la testa e non con il cuore e con la vita. Per questo hanno paura.

Vorrei mettere, allora, a conclusione di tutto questo, un telo giallo tra Gesù e lo Scriba: rappresentando il contenuto del loro discorso, ma soprattutto la relazione.

RISPECCHIAMENTO:

Hai una domanda da fare a Dio? Nel tuo cuore hai già la risposta. Nel tuo cuore sai già la verità. Se ti poni sotto di lui, sotto il suo sguardo, egli ti conferma, e ti riempie il cuore di gioia.

 

Oso immaginare che questo scriba, mentre diceva la sua risposta a Gesù, era gioioso, come se una scoperta nuova desse senso nuovo e rivelazione alla sua vita. Anche noi, se vogliamo, possiamo entrare nella verità. Con apertura, con tutto noi stessi, con la nostra vita.



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Commenti di p. ermes ronchi

Amare con tutto noi stessi è necessario per vivere

Qual è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello del Sabato, perché anche Dio lo osserva. La risposta di Gesù, come al solito, sorprende e va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno.

E allora sono certo che il Vangelo resterà fino a che resterà la vita, non si spegnerà fino a che non si spegnerà la vita stessa.

Amerai, dice Gesù: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare.

Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai.
Cosa farò l’anno che verrà, e poi dopo? Tu amerai.
E l’umanità, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l’uomo amerà.
Un verbo al futuro, perché racconta la nostra storia infinita.

Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Gesù: lui crede nell’amore come nella cosa più grande. Come lui, i cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, verità, dottrine, comandamenti, ma quelli che credono all’amore (cfr 1 Gv 4,16) come forza determinante della storia.

Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l’unica misura dell’amore è amare senza misura.

Ama Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare il marito, il figlio, la moglie, l’amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica.

Ama con tutta la mente. L’amore è intelligente: se ami, capisci prima, vai più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L’amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato, ma poi capace di spostare le montagne. Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece di uno ne elenca due, e il secondo è una sorpresa ancora più grande. La novità di Gesù sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l’unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l’uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio, è terra sacra davanti alla quale togliersi i calzari, come Mosè al Roveto ardente. Per Gesù non ci può essere un amore verso Dio che non si traduca in amore concreto verso il prossimo.

Ma perché amare, e con tutto me stesso? Perché una scheggia di Dio, infuocata, è l’amore. Perché Dio-Amore è l’energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e l’altre stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa.

 

 Amare Dio per amare l’umanità

A merai Dio con tutto il tuo cuore. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Che cosa c’è al cen­tro della fede? Ciò che più di ogni cosa dona felicità al­l’uomo: amare. Non obbe­dire a regole né celebrare ri­ti, ma semplicemente, me­ravigliosamente: amare.

Gesù non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla legge an­tica: il primo e il secondo co­mandamento sono già nel Libro. Eppure il suo è un co­mando nuovo. La novità sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola pa­rola, l’unico comandamen­to. L’averli separati è l’origi­ne dei nostri mali.

La risposta di Gesù inizia con la formula: shemà Israel, ascolta popolo mio. Fa te­nerezza un Dio che chiede: «Ascoltami, per favore. Vo­glimi bene, perché io ti amo. Amami!» Invocazione, desi­derio di Dio. Cuore del co­mandamento, sua radice è un’invocazione accorata, non una ingiunzione. Dio prega di essere amato.

Amare «è tenere con tene­rezza e passione Dio e l’uo­mo dentro di sé: se uno a­ma, l’altro è come se dimorasse dentro di lui» (A. Ca­sati). Amare è desiderio di fare felice qualcuno, coprir­lo di un bene che si espan­de oltre lui, va verso gli altri, inonda il mondo… Amare è avere un fuoco nel cuore.

Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso. Se amo Dio, amo ciò che lui è: vita, com­passione, perdono, bellez­za. Amerò ogni briciola di cosa bella che scoprirò vici­no a me, un atto di corag­gio, un abbraccio rassicu­rante, un’intuizione illumi­nante, un angolo di armo­nia. Amerò ciò che Lui più a­ma: l’uomo, di cui è orgo­glioso.

Ma amare come? Metten­dosi in gioco interamente, cuore, mente, anima, forza. Gesù sa che fare questo è già la guarigione dell’uomo. Perché chi ama così ritrova l’unità di se stesso, la sua pienezza felice: «Questi so­no i comandi del Signore vostro Dio… Ascolta, o I­sraele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice’ (Dt 6,1-3). Non c’è altra ri­sposta al desiderio profon­do di felicità dell’uomo, nes­sun’altra risposta al male del mondo che questa soltan­to: amare.

Ama il tuo prossimo come te stesso. Quasi un terzo co­mandamento: ama anche te stesso, insieme a Dio e al prossimo. Come per te ami libertà e giustizia così le a­merai anche per tuo fratel­lo, sono le orme di Dio. Co­me per te desideri amicizia e dignità, e vuoi che fiori­scano talenti e germogli di luce, questo vorrai anche per il tuo prossimo. Ama questa polifonia della vita, e farai risplendere l’imma­gine di Lui che è dentro di te. Perché l’amore trasforma, ognuno diventa ciò che a­ma. Se Lo amerai, sarai si­mile a Lui, cioè creatore di vita, perché «Dio non fa al­tro che questo, tutto il gior­no: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart). Amerai, perché l’amore genera vita sul mondo.

 

Un regno differente (Gv 18,33-37) (Sol. Cristo Re B)

Gv 18,33-37

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».



Introduzione

Entriamo nell’ultima settimana del Tempo Ordinario, e la liturgia ci fa celebrare, in quest’ultima domenica dell’anno liturgico, la solennità di Cristo Re. E’ la conclusione di tutto, è l’apice della nostra vita, della nostra storia, ciò a cui tendiamo: riconoscere nella nostra storia e nella storia del mondo la signoria di Gesù, lasciarlo regnare in pienezza nella nostra vita.

Ma colpisce che, proprio nel momento della celebrazione della gloria di Gesù, il vangelo proposto è preso dal centro della passione. Il vangelo non ci mostra il re glorioso, ma ci mostra il Re crocifisso. Non è una svista, e l’evangelista Giovanni, che ritrae questa scena, e ce la dona così mirabilmente, lo sa bene. Perché Giovanni ci indica che il grande conduttore, scenografo della vita e della storia, anche e soprattutto in questo momento, è proprio lui, Gesù, perché “nessuno” gli “toglie la vita”, ma é lui che la dona (Gv 10,10), è lui il Direttore d-orchestra e la musica che suona la decide lui… Gesù, anche là, proprio là, nel momento in cui sembra schiavo di tutti, privato della sua libertà, delle sue cose, in realtà vive la massima libertà, quella del dono della vita.

Entriamo allora in questa “regalità”, in questa esperienza che Giovanni ci dona.

1. Due Re uno di fronte all’altro

In questa scena possiamo immaginare che ci troviamo davanti due re, uno di fronte all’altro. Pilato, la massima autorità civile e militare in Israele, il cui potere supremo è infliggere la morte; Gesù che invece ha il potere, materno e creatore, di dare la vita in pienezza.

Guardiamo questa scena, questo incontro, nell’ottica della regalità. Si, troviamo qui due re a confronto. Due persone che hanno potere, che usano del potere, che ricevono il potere, che ci mostrano cosa è il potere. Allora simbolizziamo Gesù, con il solito telo rosso, questa volta a ben indicare anche il momento di sofferenza che sta vivendo, e dall’altro lato Pilato, con il telo argentato, simbolo del potere, della spada. In mezzo, mettiamo una linea divisoria, un telo di colore marrone. Perché, vedremo, tra uno e l’altro c’è un abisso. O un monte insuperabile.

2. Altri ti hanno parlato di me

«Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».

Inizia un dialogo. E da subito, una contraddizione.

Sei tu…? Dici questo da te… o ti hanno parlato di me?

Da subito, Gesù richiama alla verità di sé. Alla inadeguatezza di una domanda fatta al prigioniero. E sarebbe: ti basi sul “sentito dire”, o sulla tua personale esperienza? Dove sta la verità: in quello che dicono gli altri, o in quello che tu sperimenti? E, sotto questo aspetto, la proposta sottintesa: vuoi sperimentare? Vuoi vedere cosa significa avermi come re? Ricordate la domanda che Gesù ha fatto a Pietro, alcuni capitoli precedenti della storia… Chi dice la gente che io sia? Cosa può aver detto, la gente, a Pilato?

Vorrei sottolineare questo primo argomento del dialogo, con il colore marrone. Marrone indica la terra, e quindi ciò che si sperimenta. Gesù richiama Pilato ad una autenticità: non giudicare, non vivere, non agire a partire da quello che ti dicono gli altri. Verifica, fai esperienza tu stesso…

RISPECCHIAMENTO:

Subito possiamo andare alla nostra vita. La domanda di Gesù appella alla nostra autenticità. Come tu agisci, giudichi, parli…? A partire da ciò che sperimenti, che è certo, o a partire da quello che ascolti dire dagli altri?

3. Il re Altro non mi interessa

Pilato, a questa domanda di Gesù, cambia subito discorso.

Pilato disse: «Sono forse io Giudeo?

Pensa all’etnia: non sono giudeo, e quindi non mi interessa relazionarmi con un re che è di un altro popolo…

Pensiamo all’inizio della storia, al principio… Tre grandi Re hanno fatto mesi e mesi di viaggio, seguendo un piccolo segno del cielo, per visitare il Re che nasceva… gli si sono prostrati, gli hanno donato oro, incenso e mirra…

Pilato, che rappresentava il Re in quello spazio territoriale, non viaggia per incontrare il RE, ma è il Re che viene da lui… Non si prostra, ma lo beffeggia. Non gli dona se non – e succederà solo un poco più tardi – le flagellazioni, e una croce.

E’ l’antiprincipio. E’ il contrario.

Pilato si chiude al nuovo, alla possibilità diversa. Immaginate se Pilato, di fronte alla domanda di Gesù, avesse detto: E’ vero, non ci ho pensato. Aspetta: voglio vedere se tu sei re. Mostramelo con la tua vita, nella mia vita, entra nella mia vita e domina, e sperimenterò se tu sei veramente re. No. Pilato ha semplicemente detto: non è affar mio. Non mi tocca. Non mi compete. Come se la competenza sulla nostra vita decidiamo noi a chi darla.

Stupisce questa domanda di Gesù, che é una domanda provocatoria. Mi vedi qui, incatenato, non noti qualcosa di diverso? Nel mio sguardo? Nel mio portamento? Nei miei occhi?… Non nasce qualcosa dentro il tuo cuore?

Alla proposta di sperimentare (telo marrone messo in mezzo) Pilato rifiuta (togliere il telo)

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta torniamo alla nostra vita. Forse anche noi ci rifiutiamo di entrare nella vita dell’altro, perché pensiamo che non è nostra competenza, non ci tocca… e così ci togliamo la possibilità di conoscere di più, di conoscere più profondamente l’umanità, l’altro… Fino a che punto ti comprometti con l’altro?

4. Dall’essere al fare

La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 

E Pilato cambia la domanda. Perché quella sull’essere (SEI re…) gli ha già costato un invito preciso a guardare dentro di lui… e non lo vuole fare. Non può lasciarsi mettere in crisi da un semplice prigioniero… seppur gli sembri non sia un prigioniero qualsiasi.

E allora passa al livello del FARE. Cosa hai fatto?

Perché ti hanno consegnato a me? La tua gente. I capi dei sacerdoti. La tua gente, i “tuoi”… e ancora di più, non solo la tua gente, ma i “capi”… allora deve esserci un motivo, anche grave… cosa hai fatto?

Cosa ha fatto Gesù? Ha insegnato. Ha ascoltato. Ha incontrato. Ha guarito. Ha amato. Cosa ha fatto? Ha amato. Solo che l’amore costa caro, gli è costata l’invidia dei giudei… “o sei invidioso perché io sono buono?” Si, perché la bontà, l’amore di Gesù gli hanno attirato le persone, e i “capi” si sono sentiti messi in secondo luogo, quasi perdenti in competizione…

Cosa hai fatto? Pilato vuole vederci chiaro (porre un telo giallo tra lui e Gesù).

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo alla nostra vita. E’ più facile giudicare l’altro per quello che fa o per quello che è? Se entrassimo, veramente, nella verità di chi l’altro è, realmente: figlio di Dio, creatura amata da Dio… molte cose cambierebbero. E’ più facile giudicare quello che l’altro fa, e spesso sottolineando il negativo e lasciando da parte il positivo… Molte volte, il confronto con l’altro ci fa male, nascono sentimenti negativi come se l’altro ci rubasse il posto… E tu, come guardi e giudichi gli altri?



5. Il Regno

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 

Ma Gesù non accetta il cambio. Non risponde alla seconda domanda, del “fare”, ma torna sull’“essere”, sulla prima domanda. Perché parla del suo regno. Quindi, sottintende, è re. Ma lo farà dire a Pilato, non lo dirà lui:

«Dunque tu sei re?».

Ma Gesù chiarisce non cosa ha fatto ma  di che regno si tratta.

NON E’ DI QUESTO MONDO: è un regno diverso, e prova ne è perché qualsiasi Regno ha un esercito di uomini che difende il Re. se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei.  Ricordiamo che, di fatto, qualcuno ha lottato per difenderlo… Pietro con la sua spada… ma Gesù stesso ha rifiutato questo, chiedendo a Pietro di rimettere la spada nel fodero. E anche Pietro è rimasto confuso… non ha capito. Gesà rivela il perché anche di questo suo gesto là, nell’orto degli ulivi. Ripete il MIO REGNO NON E’ DI QUAGGIU’.

Ancora una volta, Pilato cambia discorso. Non analizza, non cerca di comprendere, non si pone domande. E’ ottuso, si ferma al già conosciuto. Anche se Gesù gli ha parlato di qualcosa di cui non conosce, gli ha detto che sta parlando ad un altro livello… lui si ferma al superficiale:

«Dunque tu sei re?».

 

RISPECCHIAMENTO:

Pilato è figura di tutti noi che, quando vogliamo ottenere una risposta su un argomento, perdiamo la capacità di ascoltare il resto … siamo bloccati su ciò che vogliamo ricevere in risposta. Potremmo interrogarci sulla nostra capacità di ascoltare l’altro… la nostra profondità… Se aspettiamo dall’altro ciò che pensiamo di ricevere, non entreremo mai nel suo mistero. Come stai ascoltando?

6. Tu lo dici: io sono re

Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.

Tu lo dici. Lo riconosci. Lo vedi. Tu. Non perché altri te ne hanno parlato. Tu. IO SONO RE. Sappiamo che per Giovanni la parola IO SONO porta con sé tutto il sapore del nome di Dio. Per 7 volte Gesù dirà: IO SONO, e specificherà, declinerà questo verbo con altri predicati nominali. Sono luce, pane, porta, buon pastore, resurrezione, vita… re. Re perché IO SONO e nessuno può togliere questo. Nessuno può dominare su di me, sulla mia vita. Io sono re. Ma un re differente, un re che non domina e opprime ma un re che si cinge il grembiule e serve.

Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità.

Sono nato e venuto nel mondo per testimoniare la verità. E la verità non è la dominazione, l’oppressione, ma è l’abbassamento, il servizio, il lavare i piedi. La verità è la relazione fino al dono della vita.

Pian piano questa luce sta chiarendo tutto il progetto di Dio… A questo desiderio di luce, Gesù risponde mostrando il progetto (porre un telo rosso tra Gesù e Pilato, vicino alla Luce). Questo è ciò che Gesù ha fatto: mostrare il volto dell’amore del Padre, testimoniandolo con la sua vita.

RISPECCHIAMENTO:

Siamo chiamati insieme a Gesù a dare testimonianza alla verità attraverso i gesti che Egli ci ha insegnato a fare per essere trasparenza del volto del Padre. Quanto gli altri vedono in me il volto del Padre?.

Conclusione: In ascolto

Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

La frase che Gesù dice, a conclusione di questa risposta a Pilato, richiama un’altra parola che Giovanni pone in bocca a Gesù: le pecore ascoltano la sua voce (del pastore). Loro (le pecore) ascolteranno la mia voce… Chi sono le pecore? Quelli che stanno dalla verità. Che viene dalla verità. Che riconoscono la verità fonte della loro vita.



Allora abbiamo due Re a confronto.

–      Un Re bamboccio che pensa di avere il potere ma in realtà fa tutto quello che gli viene chiesto di fare (condannare Gesù)…

–      Un Re Vero che non agisce con la forza ma che ha un unico strumento di potere: la voce… In principio era il Verbo… la Parola… Una parola che si fa carne ora, nella verità portata fino alla fine. La verità dell’amore: io vi amo. Sono questa Parola.

Gli ultimi tempi: Già e non ancora (Mc 13,24-32) (XXXIII Dom. T.O.)

Mc 13,24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».



Introduzione

In queste domeniche ci ha accompagnato sempre il vangelo di Marco, e siamo stati arricchiti degli incontri che Gesù ha vissuto con le persone. Bambini, adulti, giovani, scribi, discepoli, vedove… abbiamo potuto osservare il suo modo di guardare, di agire, di toccare; siamo entrati nei suoi occhi, nel suo cuore, nei suoi sentimenti profondi.

Oggi il ritmo cambia. Il Vangelo sta raccontando l’inesorabile escalation di Gesù a Gerusalemme e, con essa, alla sua passione e morte. Siamo nel capitolo 13, e il capitolo 14 si aprirà con la decisione del Sinedrio di uccidere Gesù. Siamo agli ultimi tempi.

E Gesù, davanti agli ultimi tempi della sua vita, inizia a parlare degli ultimi tempi. Perché, sappiamo, quando si parla di “escatologia” (discorso sugli ultimi tempi), si parla sia di quella personale (la mia fine) sia di quella universale (la fine del mondo), ma sappiamo che la nostra fine, per noi, sarà la fine del mondo… Cosa che non avverrà tra chissà quanti secoli, ma oggi, domani… chissà. Ma tutti prima o poi arriveranno alla fine.

Gesù coglie l’esclamazione di uno dei discepoli, di meraviglia di fronte alle costruzioni del Tempio, per aiutarli a guardare più in là. Oltre. Quello che vedi ora, per quanto meraviglioso sia, non durerà che pochi anni. Tutto prima o poi cadrà, sarà distrutto. “Vedi queste costruzioni? Non rimarrà pietra su pietra. Tutto sarà distrutto”.

Certamente Gesù, nella sua pedagogia, voleva aiutare il discepolo, di cui non sappiamo il nome, a staccarsi dalle cose, a vedere oltre. Per abituarli a guardare oltre anche davanti a quella “fine” che li attenderà dopo non pochi giorni. “Abituati a vedere le costruzioni cadere… le vite cadere… anche la nostra storia, insieme, cadere… perché c’è un oltre…”…

Da questo primo accenno di Gesù, i discepoli cominciano a chiedere, a interessarsi, a fare domande… e tutto il capitolo 13 sarà pieno di queste profezie degli ultimi tempi, i segni che succederanno, i dolori e le sofferenze che saranno parte di questa fine. E arriviamo al testo che la liturgia ci presenta oggi.

1. I colori degli ultimi tempi

Nella Bibbia, se guardiamo il testo originale, il versetto 24 inizia con un “ma”. Fino a li sono raccontati fatti di enorme sofferenza, di divisione… che vorrei rappresentare qui con questo telo rosso: sangue, dolore, sofferenza. Il “ma” potrebbe indicare una contrapposizione, una soluzione… e, invece, Gesù presenta ancora qualcosa che sembra essere molto negativo:

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo.

Dopo il “rosso”, la caratteristica sarà il “nero” (porre un telo nero sopra il rosso). Sole che si oscura, luna (che, sappiamo, è illuminata dal sole) non darà più luce, le stelle (i fari nella notte per i marinai, luce che rischiara le tenebre) cadranno.

Mancanza della luce. Come saranno gli ultimi tempi, dice Gesù? Senza luce.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo subito alla nostra vita. Sarà che la nostra vita si colora, molto o poco, di nero e di rosso?

2. La luce è più forte

Ma, in questa oscurità, in questa tenebra… un segno di speranza.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.

Nell’oscurità non si vede nulla. A meno che non sia qualcuno che porta con sé la luce. E si tratta di una luce molto forte, perché permette di vedere le forme delle nuvole…

La Parola ci dà una notizia di speranza, una notizia di gioia. La luce non finisce per sempre. Vedranno il figlio dell’uomo: perché lui sarà la luce. “E’ venuto a visitarci il sole che sorge dall’alto”, dice Luca, e lo recitiamo ogni mattina. Perché al princípio era la luce (Sia la luce! E luce fu!). Ma poi è arrivata la luce, quella vera che illumina ogni uomo (Gv 1,9), quando “Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1). E di nuovo, ma questa volta unica luce, unica fonte luminosa, il Figlio dell’uomo, la venuta del Messia: “Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più lo splendore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore” (Is 60,19)

Questo ci dice che la tenebra non è l’ultima parola, ma l’ultima parola è questa (porre un telo giallo sul telo nero). Al principio, la luce. Alla fine, la luce. Nel mezzo, la nostra storia, fatta di rosso e di nero, di dolore, sofferenza e oscurità. Ma tutto questo per noi è una grande speranza.

Può darsi che grandi potenze siano oggi a farci soffrire, in terra, in cielo… ma

le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Perché la luce vince sopra tutto il resto. È la luce la vera potenza.

Questi testi che ci raccontano la fine, allora, per quanto siano difficili e ci creino ansia, timore, sono in realtà segno di grande speranza. E non per la fine, ma per l’adesso. Perché tutte quelle cose che non abbiamo letto ma che il vangelo riporta non sono così lontane da noi. Basta andare in un paese in guerra, basta andare in un ospedale terminale. Basta andare in una nostra crackolandia, o dove c’è la persecuzione dei cristiani… Vediamo rosso e nero. Ma alla fine ci sarà la luce.

RISPECCHIAMENTO:

Quello che succederà negli ultimi tempi possiamo in realtà viverlo già ora… perché oggi possiamo sperimentare la luce che brilla nelle tenebre, la luce che esiste anche se insieme alla sofferenza e al dolore… Tu riconosci, nella tua vita, segni della luce?



3. Unità piena

Ma questo primo segno grande di speranza è seguito da un secondo.

Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Immaginiamo qui, sperduti in questo oceano di sangue e di oscurità, l’umanità (mettere vari teli colorati intorno ai teli centrali). Dispersione, divisione, lontananza… ma la luce riunificherà tutto. E tutti. “Quando sarò innalzato, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) (porre i teli al centro, nel telo giallo). L’ha detto Gesù  in relazione alla croce, ma anche in relazione alla sua seconda venuta, dove egli attirerà tutti e ricostituirà l’unità. Quell’unità già raggiunta nella croce, ma che nella vita è già e non ancora, ma là, finalmente, sarà nella pienezza. “Attirerò tutti a me”. E l’unità sarà orizzontale (dai 4 venti del sud, del nord, dell’est, dell’ovest…) ma anche verticale (dalla terra al cielo). Unità piena.

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo alla nostra vita: anche tu ti senti perduto, diviso, lontano da Dio e dagli altri? Tu riconosci dentro di te quest’anelito all’unità? Hai sperimentato nella tua vita l’unità con gli altri, quell’unità che Dio sempre offre nella misura in cui rimaniamo uniti a Lui?

4. Una parabola al contrario: relazione tra vita e morte

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 

E Gesù racconta questa parabola. Lo fa per rispondere alla domanda che sta all’inizio del capitolo, all’inizio di questo discorso, posta da Giacomo, Giovanni e Andrea: Dicci quando sarà e quale il segno che questo sta per accadere.

La pianta di fico funge, per Gesù, da simbolo per rispondere. Ma il simbolo sembra al contrario: Si parla di un fico, nell’inverno: spoglio, legno duro… (porre un telo marrone a lato della scultura fatta) il cui legno  ad un certo punto diventa tenero… e nascono le foglioline verdi (porre un telo verde). Questo segno di vita fa presagire l’estate. Ma, il simbolo qui è al contrario: alla tenerezza delle foglie che nascono, si accostano le distruzioni, le sofferenze… Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli é vicino.

Entriamo allora in un altro mistero, quello della vita e della morte, della morte che da la vita. Il mistero del parto. Il momento di massima sofferenza è il momento della massima gioia. Dal parto, la nuova vita.

Ecco allora che l’esempio non è opposto, ma consono. Lo puoi capire solo guardando a una madre. A un parto.

RISPECCHIAMENTO:

Viviamo nella nostra vita l’esperienza della relazione tra la vita e la morte? Sappiamo unire le due dimensioni?

5. Le parole che non passano

Tutto passa. La grande costruzione, la città, le potenze, le cose che ho, la terra, il cielo. Ma c’è una cosa che non sarà distrutta, mai:

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

In principio era il Verbo… In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1)… Parola e luce… La Parola non passerà perché è la Luce, è questa Luce. E le più grandi tenebre non la possono vincere.

Qual è la Parola che rimane? Non le parole vane, non i discorsi retorici, né le parole che criticano, giudicano, distruggono. No. Le parole che, come la Parola, creano: amicizia, affetto, relazione, coraggio, amore. Queste sono le parole di luce, parole che rischiarano, parole che distruggono qualsiasi tenebra.

Come vivere già ora nell’eterno? Producendo parole di Luce.

RISPECCHIAMENTO:

Le tue parole sono di luce? O sono parole che distruggono, e che per questo saranno, a loro volta, distrutte?



 

Conclusione

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Gesù ha detto molto sugli ultimi tempi, ha descritto i segni, mostrò le speranze… Ma non ci ha detto il tempo. Il tempo è mistero…

Ma, se pensiamo bene, il tempo è anche il nostro tempo. Potrebbe essere il tempo di oggi, ora… perché, come abbiamo detto prima, viviamo nel già e non ancora. Tutto ciò che abbiamo detto possiamo viverlo oggi. (Indicando la prima scultura) Nero, rosso… ma vedendo le luci che brillano e ci mostrano che la vittoria è Dio… Ma anche i segni della vita e della morte (indicando la seconda scultura): la nostra la vita è piena di segni di morte che conducono alla vita, e anche vita che si dona e muore … Quindi non rimaniamo a pensare alla fine del mondo, ma, come abbiamo detto all’inizio, pensiamo alla nostra fine. Bisogna non perdere tempo, ma già ora intravedere le luci, ringraziare per il mistero della vita e della morte nella nostra esistenza e, come impegno, costruire il nostro tempo futuro con le nostre buone parole di luce che rimarranno per l’eternità. Gesù ci ha mostrato qualcosa di nuovo: la via dell’eternità. Che è il cammino della luce.

Due maestri a confronto (Mc 12,38-44) (XXXII Dom. T.O.)

Mc 12,38-44 (Forma breve Mc 12,41-44):

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».



Introduzione

La liturgia continua a proporci il vangelo di Marco; siamo negli ultimi giorni della vita di Gesù, e sappiamo che si trova  a Gerusalemme, dove vive un forte contrasto con le autorità. Questo è chiaro da tutti i Vangeli. Per Marco questa controversia sembra mitigata dalla presenza del dottore della legge che, pochi versetti prima, si è posto in ascolto di Gesù e ha riconosciuto in lui la Verità, vivendo un bellissimo scambio in relazione al comandamento più grande.

Ma anche se Marco racconta questo incontro positivo tra Gesù e un dottore della legge, in realtà la critica di Gesù a questa categoria è molto chiara ed è uno dei punti del suo insegnamento, non solo ai discepoli ma anche alla folla.

La liturgia unisce a questa critica un fatto che accade sempre nel contesto del tempio: egli, seduto, osserva le persone che mettono i soldi, come elemosina, nel Tesoro del Tempio. E prende l’esempio di una povera vedova per dare un insegnamento, questa volta indirizzato soprattutto ai suoi discepoli.

Vorremmo approfondire questo testo che la liturgia ci propone nella sua unità, confrontando l’esempio dei dottori della legge con l’esempio della vedova.

1. Schematizzazione simbolica: “i dottori della legge” e “la vedova”

Possiamo quindi schematizzare questo parallelo, questo confronto tra i dottori della legge e la vedova. In effetti, Gesù sembra paragonare due tipi di “maestri”: i dottori della legge, teologi e giuristi importanti, e una povera donna, sola. Gesù fa di questa donna una “maestra” della vita.

Metto, rappresentando i dottori della legge, questi tre teli: dorato, argentogiallo. Colori che ricordano il potere, ma anche la luce che sono chiamati a dare, avendo sapienza e saggezza in quanto conoscitori della legge.

Dall’altro lato, metto questo telo marrone, che rappresenta questa vedova che vive nella sua povertà. Il marrone indica la terra, il concreto della vita con le sue difficoltà.

E pongo una linea in mezzo a loro (telo grigio), per simbolizzare che c’è un abisso tra i due gruppi, una separazione.

Osservando questa schematizzazione, ci rendiamo presto conto che il lato di coloro che agiscono male è formato da più persone, mentre la vedova è sola. Una prima deduzione da questa scena simbolizzata è che è più facile trovare persone che agiscono in modo sbagliato che trovare persone che agiscono bene. E questo anche perché da un lato parliamo di “una categoria”, l’altra di un “individuo”. E il rischio è che nel “gruppo” ognuno segua ciò che fanno gli altri, invece di fare una scelta personale.

RISPECCHIAMENTO:

Riguardo a questo primo aspetto, possiamo subito pensare alla nostra vita. Agiamo in base a una scelta personale o facciamo ciò che fanno gli altri? Potremmo applicare, ad esempio, questa domanda ad alcuni aspetti morali relativi ai grandi temi della vita: divorzio, aborto, uso della sessualità… a volte la giustificazione è “tutti si comportano così”, “tutti pensano così”. Sarà che mi manca il fare una scelta personale?


2. Contro l’uso improprio del ruolo

Guardatevi dagli scribi

Guardatevi è un invito a tener d’occhio, a essere consapevoli, perché queste persone potrebbero farti qualcosa di negativo…

Ma chi sono queste persone? Erano autorità al tempo, poiché conoscevano la legge e la spiegavano. Ma Gesù non critica tutti i dottori della legge, ma l’atteggiamento generale della categoria. Infatti, la frase continua con un pronome relativo “che”: indicando così quegli scribi che agiscono come descritto successivamente. Può essere un semplice dettaglio, ma ricordiamo che Gesù non va contro l’autorità in se stessa, ma contro il fatto che molti, in quella categoria, hanno approfittato del loro potere per agire in modo sbagliato. Potremmo quindi, in altre parole, parlare di “abuso di potere”.

RISPECCHIAMENTO:

Guardare alla categoria degli scribi in questo modo ci aiuta, ancora una volta, a tornare alla nostra vita. Anche noi apparteniamo a una categoria (sul lavoro, in famiglia …), e abbiamo un ruolo specifico, una “autorità”… Come usiamo di questa autorità? Entro il limite che viene chiesto o “abusiamo” del nostro potere?

3. L’atteggiamento degli scribi

Rappresentiamo, dalla parte dei dottori della legge, i loro atteggiamenti, che Gesù condanna, e sintetizziamoli con tre verbi:

a.   Apparire. Puntare sull’esteriorità piuttosto che sull’interiorità (telo di colore vivo  o lussuoso)

amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,

La prima caratteristica è che gli scribi non vogliono passare senza essere apprezzati e valorizzati. Hanno bisogno di riconoscimento: essere visti, essere salutati, essere posti al centro dell’attenzione. Immaginiamo le piazze pubbliche, i momenti di incontro… loro devono sentirsi accolti in modo che tutti si rendano conto di essere presenti. È la “malattia dell’apparire”:  non è importante l’altro, né la sua presenza, né l’evento stesso… ma la mia presenza… In realtà, tuttavia, si tratta di apparenza: l’importante non è il tuo cuore, l’interiorità, ma l’esteriorità, quello che gli altri vedono…

Questo apparire è anche dal punto di vista religioso. Un po’ più avanti, Gesù sottolinea che

pregano a lungo per farsi vedere

Non importa loro che il loro cuore sia unito a Dio, ma che gli altri li vedano pregare … ancora una volta, l’esteriorità al posto luogo dell’interiorità e della verità della persona.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo vivo e lussuoso che richiama questo aspetto, dell’esteriorità.

b.   Prevalere. Cercare i primi posti nella vita sociale (telo dorato): dominare piuttosto che servire

avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti..

La seconda caratteristica è prevalere: vogliono i primi posti. Ricordiamo che alcune settimane fa abbiamo trovato, anche all’interno del gruppo di discepoli, qualcuno (Giovanni e Giaciomo) che volevano i primi posti… E Gesù ha mostrato un altro modo di vivere la vita comunitaria.

Le autorità del tempo agiscono come tutte le autorità: vogliono il primato. Dominare, esercitare il potere. Abbiamo detto che questa era anche la cultura del tempo: essere un capo significava essere dominatori, tiranni… ma Gesù, ancora una volta, critica questo modo di agire. Questa critica esprime anche il suo desiderio di trasmettere, ancora una volta, alla moltitudine ma soprattutto ai suoi discepoli, che esiste un altro modo di vivere all’interno della società, dove la caratteristica che deve risaltare nell’autorità è quella del servizio.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo tessuto dorato che ricorda la perfezione, il primato.

c.   Guadagnare. Cercare i beni con avidità: abuso di potere piuttosto che promuovere la giustizia (telo rosso scuro)

Divorano le case delle vedove

Ricordiamo che le vedove, nel contesto biblico veterotestamentario, sono poste nella categoria dei più poveri, a cui la legge pone particolare attenzione: stranieri, orfani e vedove. Questi tre tipi di persone sono considerati i più poveri perché sono quelli che non hanno parenti che li sostengono e li aiutano. La legge protegge queste persone in un modo particolare.

Matteo sottolinea, per quanto riguarda i Dottori della Legge, in questo stesso contesto di Marco, che aggiungono molti precetti nell’interpretare la legge, rendendo impossibile il viverla. Certamente, sono anche riusciti a interpretare le leggi sui poveri godendone a proprio favore…

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo rosso scuro che ricorda il colore del sangue e quindi dell’ingiustizia e dell’oppressione.

 



Riassumendo, possiamo sottolineare che la malattia dei dottori ha un nome: narcisismo. Mettere se stesso prima di tutto…

Ma qual è il giudizio di Gesù su tutto questo?

Essi riceveranno una condanna più severa

Il narcisismo, cioè il culto di sé, mettendo se stessi al centro, conduce alla peggiore condanna. Perché? Perché il narcisismo porta via le relazioni. La relazione con se stesso, perché al centro non c’è il mistero personale ma l’apparenza… La relazione con Dio, perché, invece di averlo come riferimento, è il sé a diventare legislatore e centro di tutto… La relazione con l’altro, perché l’altro è visto come qualcuno da sfruttare per il proprio interesse… E’ disatteso Il grande comandamento, quello che Gesù ha sottolineato qualche versetto prima, nel dialogo con un Dottore della legge del cuore aperto: ama Dio e ama il prossimo come te stesso.

RISPECCHIAMENTO:

Queste sono tre caratteristiche molto negative che nessuno di noi vorebbe riconoscere nella propria vita… ma sarà così? Sarà che queste forme negative di vivere il potere ci toccano? Che anche noi ci mettiamo prima di chiunque altro, vivendo il narcisismo e l’egoismo?

4. Gli atteggiamenti della vedova

Passiamo ad approfondire la seconda parte del vangelo di oggi, che accade anche nel tempio, ma non più nel momento in cui Gesù insegna: lui si ferma, seduto, ad osservare cosa succede intorno alla cassetta delle offerte.

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete.

È interessante che Marco non ci dice che Gesù osservava quanto le persone depositavano, ma come. Il suo sguardo non va all’esterno, ma dentro. Alle motivazioni interiori che ciascuno esprimeva in quel contesto dove tutti dovevano passare.

Vede molti ricchi. Ma non sottolinea il loro gesto, se non in confronto al gesto della povera vedova.

Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro

Rappresentiamo, da parte della vedova, i suoi atteggiamenti, che Gesù sottolinea e pone come modello per i suoi discepoli. Sintetizziamo anche questo in tre verbi, che sono in antagonismo con i tre che abbiamo appena visto, che traspaiono dalla descrizione del Vangelo:

«In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».



a.   Essere. Non la “quantità” ma il “come” (telo rosso vivo).

Alla vedova non importa la quantità: è molto poco quello che ha! Ma lei offre il suo tutto: dimostra così quello che è: una creatura di Dio, una figlia di Dio. Sa che Dio provvederà alle sue necessità; per questo non si importa di dare tutto quello che ha. Ella sa che importa di più l’essere che l’avere…

In contrasto con l’atteggiamento di apparire, quindi, lei sottolinea l’essere. Non è importante la quantità ma è importante la fedeltà e l’impegno verso Dio. Non è importante l’esteriorità, essere ammirato per la ricchezza che si ha… ma è importante l’interiorità, il come, le motivazioni delle proprie azioni.

Rappresentiamo questa caratteristica con questo telo rosso vivo, che vuole rappresentare il cuore, l’interiorità, il centro della persona.

b. Scendere (telo verde)

Rispetto l’atteggiamento di cercare i primi posti, per essere il primo, la vedova mostra l’atteggiamento opposto: quello di scendere. Lei scende dai propri sogni, dai suoi progetti, dalla tentazione di bastare a se stessa… che potrebbe manifestarsi custodendo con attenzione il poco che aveva per cercare di moltiplicarlo… Consegnandolo, invece, lei si consegna completamente a Dio, abbraccia i Suoi piani e progetti. Lo scendere  si vede nell’atteggiamento di fiducia: coloro che cercano i primi posti sono serviti per primi, sono certi che nulla mancherà loro, e che potranno approfittare di tutto… la vedova, invece, si trova all’ultimo posto: nel luogo del mendicante, il luogo di Lazaro che aspetta le briciole dalla tavola ricca, è il luogo della speranza e della fiducia.

Rappresentiamo questa caratteristica con il telo verde, che ricorda l’atteggiamento di attesa e di speranza.

c. Donare (telo rosa)

In ogni caso, l’atteggiamento della vedova si oppone l’atteggiamento di medici che vogliono guadagnare tutto, pensando di arricchire se stessi. Simbolo della vedova è una mano aperta che dà, non un pugno che afferra. I ricchi donano, ma per vincere: stima, prestigio, gloria, ammirazione… La vedova dona solo per donare, sapendo che è così poco che dona che, anzi, potrebbe anche essere rimproverata per questo, per dare poco. Ma lei dona perché sa il valore prezioso delle due monete. Per lei significano vita. Quindi, hanno un valore immenso.

I dottori avevano già tutto… ma si appropriano delle proprietà delle vedove. Questa vedova non ha nulla… ma è in grado di dare tutto quello che ha. Il modo di pensare è totalmente diverso.

Rappresentiamo questa caratteristica con il telo rosa, che  ricorda la madre, la donna che si dona ai figli, gratuitamente, senza nulla in cambio… è dare gratuitamente, senza aspettarsi di ritorno.

RISPECCHIAMENTO:

Mettiamo in relazione questi tre atteggiamenti anche alla nostra vita, tre atteggiamenti che misurano, insieme, la nostra fede e la nostra fiducia. Staccarsi dalle cose, specialmente da quelle che ci danno sicurezza, significa mettersi sotto gli occhi di Dio come Padre, considerato come colui che ci darà tutto il necessario, nel suo amore. Ma che chiede molta fede. Come vivo questo aspetto nella mia vita, in relazione alle cose di cui ho bisogno, alle mie necessità? Riesco a dare anche il necessario, o mia condivisione con Dio e con gli altri è limitata al solo superfluo?



Conclusione

Guardiamo, infine, alla scena che abbiamo rappresentato. Questo è ciò che la liturgia di oggi ci propone, unendo due brani che non sono in se stessi correlati. Guardando solo al brano dell’offerta della vedova, il narratore invita a confrontare il gesto della povera vedova con i gesti dei ricchi, che danno del loro superfluo. Potendo leggere, invece, questo racconto con il brano della critica di Gesù contro i dottori della Legge, possiamo trovare altre importanti caratteristiche, mettendo a confronto le due categorie.

Prima di tutto, il fatto che per Gesù la vedova diventa il vero “maestro”, che può insegnare non “mostrando” con il proprio sapere, ma semplicemente con la propria vita. E questi sono oggi i maestri che l’umanità cerca…

In secondo luogo, il confronto con i dottori della legge ci aiuta a trovare caratteristiche molto più profonde, che mettono in  gioco il vero senso religioso e della vita. Gli scribi hanno il compito, spiegando la legge, di contribuire a portare l’umanità a Dio… Ma in realtà, i loro atteggiamenti, piuttosto che avvicinare, alllontanano… la vedova, invece, con il suo atteggiamento, “mostra” Dio: come Padre, come Provvidenza, come Amore.

La conclusione di tutto ciò ci permette un ultimo

RISPECCHIAMENTO: Con la nostra vita e le nostre attitudini, aiutiamo gli altri ad avvicinarsi a Dio, mostriamo il volto di Dio, o contribuiamo a creare una barriera tra Dio e l’umanità ?





Commento di p. Ermes Ronchi

Gli spiccioli della vedova e il tesoro in Cielo

Il Vangelo mette a confronto due magisteri: quello degli scribi, teologi e giuristi importanti, e quello di una vedova povera e sola; ci porta alla scuola di una donna senza più difese e la fa maestra di vita.

Gli scribi sono identificati per tre comportamenti: per come appaiono (passeggiano in lunghe vesti) per la ricerca dei primi posti nella vita sociale, per l’avidità con cui acquisiscono beni: divorano le case delle vedove, insaziabili e spietati. Tre azioni descritte con i verbi che Gesù rifiuta: apparire, salire e comandare, avere. Sintomi di una malattia devastante, inguaribile, quella del narcisismo. Sono di fatto gli inconvertibili: Narciso è più lontano da Dio di Caino.

Gesù contrappone un Vangelo di verbi alternativi: essere, discendere, servire e donare. Lo fa portandoci in un luogo che è quanto di più estraneo al suo messaggio si possa immaginare: in faccia al tesoro del tempio; e lì, seduto come un maestro, osserva come la gente getta denaro nel tesoro: “come” non “quanto”. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.

I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine. Due spiccioli, un niente, ma pieno di cuore. Gesù se n’è accorto, unico; chiama a sé i discepoli, li convoca, erano con la testa altrove, e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Gesù non bada alla quantità di denaro. Anzi afferma che l’evidenza della quantità è solo illusione. Conta quanto peso di vita c’è dentro, quanto cuore, quanto di lacrime, di speranza, di fede è dentro due spiccioli.

L’uomo per star bene deve dare. È la legge della vita, siamo progettati così. Questa capacità di dare, e dare come un povero non come un ricco, ha in sé qualcosa di divino! Tutto ciò che è fatto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.

Il verbo salvifico che Gesù propone in contrapposizione al “divorare” degli scribi, è “gettare”, ripetuto sette volte nel brano, un dare generoso e senza ritorno.

Lo sa bene la vedova, l’emblema della mancanza. La sua mano getta, dona con gesto largo, sicuro, generoso, convinto, anche se ciò che ha da donare è pochissimo. Ma non è la quantità che conta, conta sempre il cuore, conta l’investimento di vita. La fede della vedova è viva e la fa vivere. Non le dà privilegi né le riempie la borsa, ma le allarga il cuore e le dà la gioia di sentirsi figlia di Dio, così sicura dell’amore del Padre da donare tutto il poco che ha.

Questa donna, che convive col vuoto e ne conosce l’angoscia, è fiduciosa come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo. E il Vangelo torna a trasmettere il suo respiro di liberazione.

 

Un incontro che cambia la vita (XXX Dom TO – B)

Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.




 

Introduzione

Stiamo accompagnando, in queste domeniche, il vangelo di Marco, nei racconti che l’evangelista ci dona del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Gesù cammina, non si ferma mai, e mentre cammina, abbiamo visto nelle domeniche scorse, incontra: altri, gli stessi discepoli, che camminano con lui e che ancora fanno fatica a comprendere dove porta quel cammino…

Il versetto 46 che inizia questo brano riporta una indicazione ben precisa. E giunsero a Gerico. E subito dopo, quest’altra annotazione: mentre partiva da Gerico.

Marco non racconta cosa Gesù ha fatto a Gerico. Non racconta i suoi insegnamenti, altri incontri o fatti avvenuti in questa città. Eppure di cose deve averne fatte, per radunare molta folla. Chissà che cosa veva spinto tutta questa gente a seguirlo… E sappiamo che veramente, in Gerico, in quel periodo dell’anno, c’era una folla di pellegrini provenienti dalla Galilea, dalla Perea e da altre regioni che si riunivano per salire insieme a Gerusalemme. Così, molti decisero di partire con Gesù e i suoi discepoli. Ma Marco non racconta il perché. Sembra che siano particolari per lui di poco conto. E, di questa traversata a Gerico, ricorda solo il momento finale, quando stava là, uscendo dalla porta della città.

Desidero mettere qui, in mezzo, questo telo lungo a indicare la strada dove stava camminando Gesù, e in mezzo a questa, un telo marrone, che indica la porta della città. Perché è proprio in questo punto, su questa strada che fa uscire dalla città, che Marco si ferma, osserva, e ci invita a osservare Gesù.

 


1. Molta folla

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla,

Lungo questa strada, che possiamo immaginare qui, davanti a noi, con in mezzo questa porta, Gesù (telo rosso). Gesù con i suoi discepoli (ne indichiamo uno con il telo azzurro), e molta folla, che indichiamo con alcuni teli colorati:

  • arancione, uno di quelli che seguiva Gesù per curiosità;
  • verde, un malato che sperava nella guarigione di Gesù,
  • azzurro, uno che desiderava diventare discepoli di Gesù,
  • viola, uno che seguiva Gesù per criticarlo, per prenderlo in fallo…

… e potremmo aggiungere ancora altre caratteristiche…

RISPECCHIAMENTO:

Anche tu, un giorno, ti sei messo a seguire Gesù. Perché? E oggi, perché stai continuando a seguirlo? Cosa ti stai aspettando da lui?

 

2. Un uomo

il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare

Ecco la descrizione di un uomo, che si distingue dalla folla, anonima, che non viene descritta, e che poniamo qui, ai margini, nei pressi della porta, simbolizzandolo con un telo grigio. Grigio perché gli daremo colore e forma continuando a leggere il vangelo. Perché con 5 espressioni, Marco descrive tutta la realtà di quest’uomo.

  1. IDENTITA’: chi è?
  2. CARENZA: cosa gli manca?
  3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume?
  4. SPAZIO: dove sta?
  5. TEMPO: cosa fa?

Mentre si spiega ogni caratteristica, si lega il telo che la rappresenta al telo grigio,

2.1. IDENTITA’: chi è? (Telo giallo)

Marco ci dice il suo nome, BARTIMEO, che è tutto un programma. Il suo nome significa figlio di Timeo. Marco non ci racconta chi è Timeo, ma il fatto di nominarlo indica una cosa molto importante: l’identità di Bartimeo è di essere figlio: Bar Timeo, Figlio di Timeo. Anche se povero, mendicante, cieco… egli è figlio. Non è stato abbandonato, non è stato rinnegato… nella sua situazione, continua a essere figlio. Ha un padre. Appartiene a qualcuno. Questo potrebbe bastare a lui, e allora vive la sua vita, quotidianamente, li, presso quella porta, perché non è perduto, non è dimenticato.

RISPECCHIAMENTO:

La nostra identità di appartenenza. Tu appartieni a qualcuno? Di chi sei “figlio”? La tua identità da che relazione è data?




 

2.2. CARENZA: cosa gli manca? (telo scuro)

Ma manca qualcosa. E’ cieco, cioè gli manca luce. Non vede, non distingue le cose. Non vive una sofferenza fisica, non c’è qualcosa che gli fa male. Ma qualcosa che gli manca. Che dovrebbe avere ma non ha. Una carenza. E le conseguenze di questa carenza si vedono nelle espressioni successive: sta seduto, sta ai margini, sta a mendicare. La cecità impedisce la libertà: non vedi, non sai dove andare, non puoi camminare…

Da quello che ci descrive Marco, la coscienza che gli manca qualcosa si ravviva nel momento in cui sente passare Gesù. Prima era seduto, tranquillo, non vede, non parla. Muto. Ma Gesù passa e lui comincerà a gridare. La percezione della carenza si acuisce nel momento in cui percepisce che chi porta con sé la pienezza si sta avvicinando…

RISPECCHIAMENTO:

Quale la tua “carenza”? Cos’è che ti manca? Qual è la tua parte “oscura”, senza luce?

 

2.3. SITUAZIONE FISICA: quale posizione assume? (telo marrone)

La cecità, dicevamo poc’anzi, toglie la libertà. La cecità paralizza le gambe, perché non vedere il cammino ti fa fermare. Stare seduti è sintomo di chi non vuol procedere in avanti, di chi non vuol crescere. La carenza della sua vita (la luce) gli fa pensare di non poter avanzare. Il cancro, da un luogo del corpo, si diffonde ad altri. Fisicamente avviene così: una piccola cosa blocca tutto. Spiritualmente è lo stesso. Se tu non vedi, se ti manca la luce, pian piano il tuo corpo si paralizza.

Indichiamo questo con il marrone, che indica la fragilità, ma anche il colore della terra, del legno di una sedia… Se ti manca la luce, il rischio è di fermarti alla terra. Non solo si blocca il cammino “orizzontale”, sulle strade del mondo, ma anche il cammino verticale. Ti fermi in un punto e non sali al cielo.

RISPECCHIAMENTO:

In questo momento della tua vita sei in cammino o seduto ai margini?




2.4. SPAZIO: dove sta? (telo crema)

La contraddizione è il luogo dove questo cieco sta seduto: lungo la strada. La strada è il luogo del cammino, è il luogo dell’incontro, è il luogo della ricerca, della speranza… Pensiamo cosa significa stare sulla strada, avere una meta davanti a sé… Quest’uomo, poiché è seduto, è senza meta. Per lui camminare verso destra o verso sinistra non ha alcun senso. Ma proprio per lo stare sulla strada, il mendicante seduto è continuamente soggetto di incontro con chi è in cammino. E’ chi è in cammino che gli da ciò di cui ha bisogno… è chi è in cammino che vede le sue necessità e lo aiuta…

In questo stare sulla strada del cieco intuiamo il suo cercare, il suo essere aperto… Poteva starsene in casa, poteva recriminare tutta la sua vita per la mancanza della vista. Poteva rifiutare la vita. E invece no, si mette sulla strada, anche se non cammina. Accoglie la sfida di essere continuamente sollecitato a immaginare una vita differente, una vita di viaggiatore.

Ma stare lungo la strada, per un mendicante, è anche stare ai margini. E’ stare al limite della vita, nell’emarginazione. E’ stare là, in parte, dove non tutti ti vedono. Chi cammina al centro della strada non ti incontra. Ma non puoi stare al centro, perché saresti investito, dai carri, dalla fretta degli uomini.

Stare sulla strada, accogliere la sfida dell’incontro, ma sempre in una situazione di passività. Incontrando, solo perché l’altro ti incontra, solo perché l’altro ti vede. Manca il primo passo. E’ stare in attesa del cuore aperto degli altri.

RISPECCHIAMENTO:

Guardo il mio cammino… vado incontro agli altri… o attendo che gli altri si avvicinino, si accorgano di me? Ho il coraggio di stare sulla strada o mi chiudo nelle mie sicurezze, nella mia casa, rifiutando l’incontro?

 

2.5. TEMPO: cosa fa? (verde)

Infine, ultima caratteristica: mendicare. Cosa fa, come usa il suo tempo, lo scorrere dei giorni, delle ore, dei minuti? Mendica.

Mendicare è attendere. E’ tendere una mano in attesa di una risposta. E’ dichiararsi carente, bisognoso, necessitato. Un essere bisognoso, che vive la sua vita nell’attesa della risposta al suo bisogno…

Cosa mendica? Soldi, certamente. Ma non solo. Il mendicante mendica incontro, risposta, prossimità. Il telo è verde perché indica speranza. Lo stare a mendicare è espressione della speranza: è credere che qualcuno risponderà. E’ credere nel cuore buono dell’altro. E’ credere che ci può essere, ancora per oggi, vita, incontro che cambia la storia. E’ attendere che qualcosa di buono può accadere…

RISPECCHIAMENTO:

La mia attesa… la mia speranza… dove sono? In cosa credo?

 

Sollevare l’uomo con i 5 teli.

Ecco i colori di quest’uomo. Ecco chi è. Ecco il protagonista di questa storia…

 


3. Un Dio che passa

Ma ecco che succede qualcosa.

Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù e si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro. Con il Signore c’è sempre un “dopo” (p. Ermes Ronchi)

Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Qualcosa cambia nella sua vita. Il rumore di un  passo risveglia in lui qualcosa di nuovo. E lui, che è “Figlio di Timeo”, riconosce il passo di un altro “figlio”, il “Figlio di Davide”. Lui, che “appartiene” a Timeo, sente passare l’ “appartenente” per eccellenza, alla storia, al suo popolo, a se stesso. Riconosce che non può più solo essere figlio di Timeo ma ha bisogno di un’altra appartenenza, a un altro figlio che, nella sua pienezza di appartenenza, lo richiama alla vera appartenenza. Quel “figlio” che stava tranquillo, seduto, mendicando, in attesa, alza la voce, grida, per “appartenere” a un altro.

E nel susseguirsi della storia, possiamo immaginare che tutte queste parti di lui sono interpellate. (prendere i teli uno ad uno):

 

  1. La sua identità, di figlio, gli permette di riconoscere l’altro come figlio, e di sentire la forza che questa figliolanza gli dà…
  2. La sua carenza, non ci vede: riconosce in Gesù la pienezza che può togliere ogni carenza… Riconosce in Gesù quello che può avere pietà di lui, cioè compatire, piangere con lui, perché chi è nella pienezza sente il vuoto dell’altro…
  3. Il suo essere seduto: chiamato, si alza, supera l’incertezza del cammino, ha finalmente una direzione: Gesù
  4. Il suo essere ai margini della strada, attendendo un incontro… per la prima volta dà il primo passo. Non è Gesù che va da lui, ma è il cieco che va verso Gesù. Inizia un movimento, fisico ma allo stesso tempo interiore. Non aspetto gli altri, l’incontro è troppo importante per me che non posso continuare a stare seduto…
  5. Il suo essere mendicante, in attesa. Aveva atteso, per anni, per decenni, con speranza, che qualcosa di nuovo accadesse nella sua vita. Ma questa novità non arriva nelle sue mani come la moneta dell’elemosina. Arriva al suo cuore come seme che esplode nella terra e fiorisce…

E il grande miracolo dell’incontro ci stupisce. Gesù, che poteva avvicinarsi, fare lui… lo rende protagonista della vita. Lo fa alzare, lo fa camminare, lo fa venire al centro, gli fa esprimere i suoi desideri più profondi: “Cosa vuoi che io ti faccia?”. Sembra una domanda inutile, quasi retorica, fatta a un cieco. Ma, abbiamo capito, questo cieco non aveva solo bisogno della vista. Aveva bisogno di una meta, una strada, un obiettivo: Rabbunì, che io veda di nuovo! Non era solo “che io veda”, ma “di nuovo”. Un particolare molto interessante e importante. Perché quel cieco già aveva una luce, un cammino, una strada. Ma l’ha persa. Chiede di nuovo di rimettersi nella vita…

Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

La tua fede. Il tuo accogliere la sfida del primo passo, della possibile novità. Subito avviene il miracolo, della vista non nuova, ma antica. E lo seguiva lungo la strada: miracolo di luce e miracolo di cammino.

Il cieco che non è più cieco comincia a seguire Gesù. Il “figlio di Timeo” lascia la sua casa per appartenere a qualcun altro, al “figlio di Davide”. Non vive più nella carenza, perché davanti a lui, nel cammino, c’è la pienezza, colui che dona tutto. Non sta più seduto, ma è in cammino, e sulla strada non che lui ha scelto, ma che Gesù percorre. Al centro del cammino, perché Gesù sta al centro. E con una nuova speranza: quella della vita.

4. Due dettagli importanti

Ma abbiamo dimenticato, nella nostra esposizione, due particolari interessanti.

Il primo pone al centro questa folla che segue Gesù… Ci sono discepoli che tentano di zittire il cieco: le ispirazioni del cuore, seguendole, provocano rifiuti, provocano contrasti… ma ci sono anche discepoli che lo chiamano: accogliendo l’invito di Gesù, vanno e incoraggiano il cieco.

E possiamo, qui, fare un altro RISPECCHIAMENTO: Noi chi siamo in questa folla rispetto ai nostri fratelli che vivono la situazione del cieco? Quelli che spengono la speranza o quelli che la riaccendono e incoraggiano?

Secondo particolare: il mantello. Il cieco va e lascia lì, al margine della strada, il mantello. Che lo copriva, che lo proteggeva, che lo riscaldava… Il mantello è ormai vecchio, la vita nuova chiede che tu lasci le vecchie sicurezze e ti abbandoni. Lascia, libero, ciò che ti rende goffo, ciò che ti impedisce di camminare… Solo senza mantello puoi sentire il richiamo a chi è la tua vera sicurezza e protezione…

RISPECCHIAMENTO:

Cos’è che oggi ti da protezione, sicurezza e che devi lasciare per porre la tua sicurezza solo in Gesù?

 



 


COMMENTO DI P. ERMES RONCHI

Credere fa bene, Cristo guarisce tutta l’esistenza

E Bartimèo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. Non c’è grido più evangelico, non preghiera più umana e bruciante: pietà dei miei occhi spenti, di questa vita perduta. Sentiti padre, sentiti madre, ridammi vita.

Ma la folla fa muro al suo grido: taci! Il grido di dolore è fuori luogo. Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore sia fuori programma.

Eppure per tanti di noi è così, da sempre, perché i poveri disturbano, ci mostrano la faccia oscura e dura della vita, quel luogo dove non vorremmo mai essere e dove temiamo di cadere.

Invece il cieco sente che un altro mondo è possibile, e che Gesù ne possiede la chiave. Infatti il rabbi ascolta e risponde, ascolta e rilancia.

E si libera tutta l’energia della vita. Notiamo come ogni gesto da qui in avanti sembra eccessivo, esagerato: Bartimèo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.

La fede è questo: un eccesso, un’eccedenza, un di più illogico e bello. Qualcosa che moltiplica la vita: «Sono venuto perché abbiate il centuplo in questa vita». Credere fa bene. Cristo guarisce tutta l’esistenza.

Anzi il cieco comincia a guarire prima di tutto nella compassione di Gesù, nella voce che lo accarezza. Guarisce come uomo, prima che come cieco. Perché qualcuno si è accorto di lui. Qualcuno lo tocca, anche solo con la voce. Ed egli esce dal suo naufragio umano: l’ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri, inizia a vivere perché chiamato con amore.

La guarigione di Bartimèo prende avvio quando «balza in piedi» e lascia ogni sostegno, per precipitarsi, senza vedere, verso quella voce che lo chiama: guidato, orientato solo dalla parola di Cristo, che ancora vibra nell’aria.

Anche noi cristiani ci orientiamo nella vita come il cieco di Gerico, senza vedere, solo sull’eco della Parola di Dio, che continua a seminare occhi nuovi, occhi di luce, sulla terra.

 




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