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L’agire ispirato dall’amore (Lc 6,39-45) (Scaletta Animatore)

 MATERIALI PER L’INCONTRO:

– Scheda per i partecipanti e DVD della riunione.
–  Una candela
– Teli: Rosso e giallo



Accoglienza

(Presentazione dei partecipanti, eventuali notizie… Dare a tutti il foglietto dell’incontro e lasciare a disposizione alcune penne per scrivere le proprie annotazioni).

Segno della croce e un breve momento di preghiera allo Spirito Santo

(Accendere una candela e porla nel mezzo, per rappresentare simbolicamente la presenza dello Spirito Santo).

“Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Amen”

“All’inizio di questo incontro desideriamo porci in relazione con lo Spirito Santo… Lo Spirito che oggi e sempre ci guida, ci accompagna, non è distante da noi ma è vicino a noi, in noi.  Il tema di oggi è l’agire ispirato dall’amore, e l’amore è lo Spirito Santo. E’ lui che, per primo, essendo Amore, ci ispira ad agire secondo il cuore di Dio. E questa fiamma ci ricorda l’azione dello Spirito in noi, illuminandoci, conducendoci, invitandoci ad agire. Vi chiedo di chiudere gli occhi e, nel silenzio del vostro cuore, ripensate alla giornata di oggi e trovate un momento della vostra giornata in cui avete sentito che lo Spirito Santo stava conducendovi ad amare di forma nuova, diversa, più grande” (silenzio).

“Se sei riuscito ad incontrare la Sua azione nella tua vita, ti chiedo di ringraziarlo, nel silenzio; se non la trovi, allora chiedi, sempre nel silenzio, che ti apra il cuore e gli occhi per sentire la Sua presenza…”.

(Lasciare qualche minuto di silenzio, in modo che ognuno possa vivere la preghiera in modo personale. La preghiera condivisa sarà alla fine dell’incontro. Concludere questo momento con un ritornello allo Spirito Santo che tutti conoscono o con la preghiera del Gloria: Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio e ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen).

 

“Accogliamo ora la Parola di Dio che ci accompagnerà in questo incontro”.

 

Lettura del Vangelo (Lc 6,39-45)

(Qualcuno legge il testo dal foglietto che hanno ricevuto. In questo caso, diamo la preferenza al foglietto rispetto alla Bibbia, in modo che tutti possano accedere alla stessa traduzione usata nella liturgia).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:  «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.  Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».



Introduzione alla lettura personale

“Vogliamo che questa Parola tocchi profondamente ognuno di noi. Pertanto, ora, faremo alcuni istanti di silenzio, in modo che ognuno possa rileggere il brano che è stato proclamato. Invito ciascuno di voi a fissare (sottolineando, eventualmente, con una penna) la parola o frase che risuona in particolare nel vostro cuore”.

(Lasciare qualche minuto perché ciascuno possa rileggere personalmente il brano).

“Ora che abbiamo letto il testo in modo più approfondito, vi invito a leggere ad alta voce quella parola o frase che vi ha toccato oggi in particolare”.

(Ognuno pronuncia ad alta voce quella parola o frase che ha sottolineato: in questo momento non facciamo risonanze o riflessioni personali sulla Parola, ma rimaniamo nella Parola così come ci è stata consegnata).

 

Meditazione

“Ora vogliamo approfondire questa Parola, aiutandoci anche con alcuni simboli”.

(L’animatore propone la meditazione con il video “L’agire ispirato dall’amore”. Può anche riprodurre la meditazione al vivo, disponendo dei teli necessari).

 

Silenzio di meditazione e rispecchiamento

“Dopo aver ascoltato questa Parola, lasciamo qualche minuto di silenzio per riprendere le provocazioni e le domande che sono state poste, e che si trovano nel foglietto che avete ricevuto, affinché la Parola possa entrare nelle nostre vite. In questo momento non andiamo a pensare ad altre meditazioni o idee, ma cerchiamo di entrare nel concreto della nostra esperienza, aiutati dalla meditazione che è stata proposta”.

(Lasciare almeno 10 minuti per consentire a tutti di ripensare alle domande di rispecchiamento e rispondere nel loro cuore. Possono, se desiderano, scrivere sul foglietto che rimarrà personale).



Per la meditazione personale

  1. Il cieco e la luce. Tu sei chiamato a guidare altri? Chi è il cieco che oggi sei chiamato a condurre? Il tuo riferimento è Gesù o cammini scegliendo tu la strada?
  2. La pagliuzza e la trave. Chi è che stai guardando, oggi, in negativo? E qual è la trave che mi sta facendo guardare così?
  3. Il cuore e la parola: Quale “clima” creiamo intorno a noi, con le nostre parole? Di accoglienza, di amicizia, o di rifiuto e di giudizio?
  4. Dove devo crescere. Nel lasciarmi condurre dal Signore, nell’imparare a guardare l’altro in positivo o nell’usare la parola per costruire e non per distruggere?

Condivisione

“Ora che abbiamo riflettuto sulla nostra vita, possiamo condividere. Per questo chiedo di rispettare alcune regole importanti:

– Ognuno condivide ciò che ha pensato e riflettuto, senza essere condizionato da ciò che gli altri condividono;

– Non condivideremo idee ma esperienze, parlando in prima persona;

– Non riprendiamo ciò che l’altro dice, perché l’esperienza di ciascuno è diversa, anche quando sembra simile;

– Ognuno si impegna a non commentare fuori di qui la condivisione dell’altro, perché è un dono prezioso che riceviamo, entrando nella sua vita personale.

Non è necessario condividere la nostra risposta a tutte le domande, anche perché alcune sono più intime. Possiamo vivere liberamente questa condivisione, scegliere alcune delle domande e cercare di essere brevi per dare spazio a tutti”.

(Consentire a tutti, se possibile, di condividere. Aiutare a essere brevi e, soprattutto, che la condivisione riguardi l’esperienza personale e non idee. Se, a causa del tempo, non tutti riescono a condividere, il facilitatore prende nota di chi non ha avuto questa possibilità, per invitarlo a condividere per primo nell’incontro successivo. Lasciare almeno 15 minuti di tempo per la preghiera conclusiva).


Preghiera finale con tecnica immaginativa e simbolo vissuto

(Mettere la candela accesa e il telo rosso che rappresenta l’Amore a cui tutto si deve ispirare).

“Mettiamo in mezzo a noi questo telo rosso, che rappresenta l’amore che dovrebbe dare  tono e colore a tutta la nostra vita. Abbiamo visto tre aspetti in cui siamo chiamati a crescere, e ciascuno ha risposto, in cuor suo, dove deve impegnarsi di più perché non si sta lasciando ‘ispirare’ dall’amore. Possiamo chiudere gli occhi, ora, e lasciarci aiutare ancora in un momento di preghiera”. (Ascoltare l’audio “Seguendo Gesù”, lasciando che tutti vivano la proposta di immaginazione guidata).

(Dopo l’ascolto) “Abbiamo visto come la luce sia importantissima per sapere come amare l’altro. Un telo giallo ha rappresentato questa luce, nella meditazione. Adesso allora riceveremo, uno dopo l’altro, questo telo giallo, simbolo della luce. Ciascuno, ricevendolo, potrà fare un gesto, dire una parola o una preghiera, vivendo un incontro personale con la luce…”.

(Lascia che tutti – chi lo desidera –  vivano il gesto. Mettere una musica dolce o di preghiera in sottofondo. Alla fine, porre il telo giallo attorno al telo rosso).

(Concludiamo con il Padre nostro) “Ora possiamo alzarci e darci la mano e, con la consapevolezza di aver bisogno sempre di questa luce, possiamo rivolgerci al Padre chiedendogli questo dono: Padre nostro…”.

(Concludere con il segno della croce. Alla fine, chiedere a ognuno di dire una parola che riassuma ciò che porta a casa dall’incontro vissuto).


Scarica lo schema per l’incontro

La vera figliolanza (Lc 15,11-32) (IV Dom Quaresima C)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Introduzione

Nel nostro cammino quaresimale eccoci davanti al meraviglioso testo di Luca sulla misericordia di Dio. E’ un testo che abbiamo letto molte volte, che conosciamo probabilmente quasi a memoria, ma che in realtà ha sempre qualcosa da dirci, perché la Parola di Dio è sempre nuova, perché noi siamo sempre diversi. Può darsi che abbiamo meditato questo brano l’anno scorso, o anche in questi giorni, in occasione di una preparazione al sacramento della riconciliazione… ma quante cose sono accadute da quel momento? Quanto io sono cambiato? Allora poniamoci davanti a questo testo già conosciuto per cogliere ciò che Dio vuole dire oggi a me, in questo momento specifico della mia vita.

 

1. Diversi ma uguale dignità

Un uomo aveva due figli.

La storia inizia così, mostrandoci un padre e due figli. Che vogliamo simbolizzare qui mettendo tre teli: Rosso rappresentando il padre, viola chiaro per rappresentare il figlio minore e viola scuro per rappresentare il figlio maggiore. E li poniamo in triangolo, per sottolinearne le relazioni. C’è una relazione tra il padre e il figlio minore, c’è una relazione tra il padre e il figlio maggiore, e c’è una relazione tra il figlio maggiore e il figlio minore. Ogni relazione è diversa, perché ognuno è unico, originale… Non si può vivere con tutti la stessa relazione.

Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Posta in campo la relazione tra il padre e il figlio minore, questa tocca anche l’altra relazione, tra il padre e il figlio maggiore. Perché, davanti alla richiesta del figlio minore, il padre divise tra loro le sue sostanze. C’è DIVERSITA’ MA C’E’ UGUAGLIANZA: di dignità, di diritti. Il padre dà al figlio minore (simbolizzare le sostanze con un telo dorato) ma dà anche al figlio maggiore (rappresentare le sostanze con altro telo dorato). E’ il figlio minore che chiede, ma il Padre dà anche al figlio maggiore. Quindi il figlio maggiore RICEVE dal padre quanto gli spetta. Quanto spettava al figlio minore? Per la legge del tempo, 1/3 dei beni mobili. I beni immobili erano invece del primogenito.

Dall’evolversi della storia sembra però che il figlio maggiore non comprenda questo. Non si rende conto che il padre dà al fratello la sua parte (perché poi accuserà il fratello di aver sperperato gli averi del padre… ma in realtà erano suoi…) e non si rende conto che anche lui riceve la sua parte, che la casa è già sua (perché poi accuserà il padre di non dargli neanche un capretto, quando tutto era già suo…)

RISPECCHIAMENTO

A volte i nostri occhi sono portati a guardare e giudicare quello che hanno gli altri, e non ci rendiamo  conto di quello che abbiamo. L’erba del vicino è sempre più verde: è un proverbio classico, che ci aiuta a pensare a questo. Mentre giudichi come l’altro usa e gestisce le sue cose, come tu stai gestendo ciò che ti è affidato?

 

2. Relazioni sbagliate

Guardando lo svolgimento della storia, potrebbe essere interessante approfondire il tipo di relazione che i figli avevano instaurato con il padre. Entrambi, infatti, vivono una relazione sbagliata, che simbolizziamo con un telo scuro posto tra i figli e il padre. E’ il telo dell’incomprensione, del vedere in modo distorto, del non comprendere appieno se stessi e la realtà.

Guardiamo al FIGLIO MINORE: la sua è una non relazione. Egli in realtà la chiude, non vuole più avere a che fare con chi gli ha dato la vita. Il chiedere l’eredità prima della morte ha un significato chiaro: Per me, tu sei già morto. Nel suo rapportarsi con il padre, il figlio minore esprime completa autosufficienza: non ho bisogno di te.

Guardiamo al FIGLIO MAGGIORE: vive da schiavo, non da figlio: lavora nei suoi campi ma in realtà si sente un servo, tanto che non si rende conto di poter usare di ciò che ha perché non lo sente suo. Vive la realtà di padre-padrone.

RISPECCHIAMENTO

Anche noi nella nostra vita possiamo sentirci così nei riguardi di Dio:

– come il figlio minore: autosufficienti, ritenendo che tutto quello che abbiamo ce lo siamo costruiti con le nostre mani, e non abbiamo bisogno di Dio. Pensare che tutto ciò che abbiamo è un diritto, non un dono, usandolo non per custodire e coltivare (ecco il significato di ciò che ci è messo tra le mani) ma per sfruttare (al centro non il bene comune ma il proprio piacere).

–  O come il figlio maggiore: schiavo, in tanti sensi. Delle cose che ci succedono, che viviamo con passività (modo di assumere il lavoro del figlio maggiore); della poca creatività nel vivere la vita, assumendola come qualcosa di scontato e di dato…; dell’attendere sempre da Dio senza renderci conto che già abbiamo molto tra le mani…

Ti è mai successo di vivere con Dio questi tipi di relazione?


3. Essere figli: riconoscersi creature

Ma qual è allora la vera figliolanza? Qual è la giusta relazione con Dio?

Secondo la parabola, la vera figliolanza comincia a nascere nel momento del bisogno (togliere l’eredità dal figlio minore). Ma là, insieme ai porci, ancora il figlio non si sente figlio: pensa infatti di presentarsi al padre come schiavo.

Ma va, oltrepassa questo velo che impedisce di vedere chiaramente (far passare il figlio minore oltre il velo che lo separava dal padre), e scopre di essere figlio in questo abbraccio, quando vive sulla propria pelle l’esperienza della gratuità del Padre: Il dono del vestito più bello, l’anello al dito, il sacrificio del vitello grasso…

Entriamo nella vera figliolanza sentendoci amati quando non siamo amabili, e non per i nostri meriti.

Finché sentiamo l’amore di Dio come retribuzione non ci sentiremo mai figli:

– così è per il figlio minore (non posso essere chiamato figlio perché non lo merito)

– ma anche per il figlio maggiore (io mi sono meritato il tuo amore – il capretto e tu non me l’hai dato).

L’esperienza vera della figliolanza la fa il figlio che si sente trattato da figlio quando non ne avrebbe nessun merito. Perché la paternità è gratuità.

RISPECCHIAMENTO

Se pensiamo alla nostra esistenza, questo è vero fin dal primo istante della vita. Il genitore, davanti al bambino che non gli da nulla se non problemi, pianti, preoccupazioni…, dona tutto. Il figlio fa l’esperienza di essere figlio. Poi si diventa grandi, autosufficienti e si perde l’esperienza della gratuità… Ma sei veramente figlio se ti senti amato così come sei.

E tu, riconosci questo amore di Dio per te? E sei capace di vivere e donare questo amore gratuito e incondizionato agli altri?

 

4. Perdere la gioia

Davanti al banchetto della festa e della gioia, però, il fratello maggiore non vuole entrare. Nasce la gelosia, l’invidia, e il fratello maggiore non vuole superare questo velo, non vuole cominciare a vedere le cose così come stanno, nella verità. E qui vediamo un altro atto del padre: è lui che supera il velo (porre il telo del padre al di là del muro, vicino al telo del figlio maggiore), è lui che tenta di entrare nel cuore del figlio, di comprendere i suoi sentimenti e di trasmettergli i suoi.

RISPECCHIAMENTO:

L’atteggiamento del figlio può essere anch’esso molto presente in noi. L’invidia, la gelosia ci fa stare fuori dalla festa, dalla gioia, caratteristica che dovrebbe permeare l’esistenza del cristiano. E’ bene che ci interroghiamo sui nostri sentimenti negativi e sulla loro origine, soprattutto se nascono (come quasi sempre nascono) dall’invidia e dalla gelosia. Intravedi sentimenti negativi che oggi ti  stanno rubando la gioia?


5. Chiamati ad essere canali dell’amore concreto  del Padre

Vorrei, infine, porre alla nostra attenzione un altro personaggio che non abbiamo ancora posto nella nostra scena, ma che ha un posto importante in questo racconto: il servo, che rappresentiamo con un telo azzurro. E’ uno di quei servi che ha provveduto a preparare e portare il vestito più bello al figlio che gli ha messo l’anello al dito, che gli ha preparato il delizioso banchetto… quel servo, ancora, che ha colto e con delicatezza ha comunicato al fratello maggiore il motivo della gioia e della festa: riavere il figlio sano e salvo.

Il servo, i servi, sono stati canali dell’amore del padre. Il figlio minore si è sentito attorniato da mille attenzioni, da mille cure, perché i servi hanno fatto il loro dovere… fedeli al padre. Perché ne hanno colto l’importanza: il figlio è salvo.

RISPECCHIAMENTO

Quanto noi, nella nostra vita, ascoltiamo il comando del padre: presto, portategli il vestito più bello, mettetegli l’anello al dito, ammazzate il vitello grasso… Quanto sentiamo l’urgenza del Padre, di far sentire amato il figlio?

E cosa significa, per noi, concretamente, portare il vestito più bello, mettere l’anello al dito, ammazzare il vitello grasso (cioè preparare la festa) per il fratello?

 

Conclusione

Abbiamo fatto un viaggio dentro una storia, che in realtà è la storia della nostra vita. Perché in tutti noi ci sono tutti questi personaggi: il padre che accoglie, paziente, il figlio autosufficiente, il figlio invidioso, il figlio perfetto, il figlio tra il letame dei porci, il figlio con i vestiti strappati… e anche questo servo… Perché, se siamo in questo cammino di fede, cristiano, non possiamo non aver incontrato in noi queste esperienze.

Ma fermiamoci al nostro oggi. Ora, in questo momento, chi sono? Chi vorrei essere, nella mia vita, nella mia famiglia, nella mia comunità, nella chiesa?



Scarica il testo della meditazione: IV DOM QUARESIMA C

CONVERTIRSI ALL’AMORE (Lc 13,1-9) (III Dom. Quaresima C)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». (Lc 13,1-9)

Introduzione

Continuiamo il nostro cammino quaresimale ancora lasciandoci guidare dal Vangelo di Luca. Il brano che abbiamo letto è tratto da una sezione del vangelo (12,54-13,35) definita appello urgente alla conversione. E’ necessario convertirsi, cambiare rotta… e il discorso ora è rivolto a tutti, alle folle, non più solo ai discepoli. Qualcuno interpreta questo appello come il tentativo di Gesù di far cambiare atteggiamento ai farisei, altri invece come discorso generale che deve toccare ciascuno personalmente. Noi lo riceviamo come un discorso per noi: un invito alla nostra conversione personale. Ma fermiamoci in particolare ai versetti che oggi la liturgia ci propone.


1. La causa della sofferenza

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

In questa prima parte sono presentati due fatti di cronaca, attestati solo da Luca e non da altre fonti:

  1. Una repressione nel tempio, durante le celebrazioni della festa pasquale. Alcuni galilei avevano sacrificato i loro agnelli, e il sangue doveva essere versato dai sacerdoti sull’altare degli olocausti. La strage compiuta da Pilato nel tempio, con la profanazione del sangue sacrificale, assumeva la gravità di un sacrilegio.
  2. Crollo della torre presso la piscina di Siloe, che rovinò su 18 persone.

Il primo è posto da alcuni al giudizio di Gesù, il secondo è citato da Gesù stesso come ulteriore esempio. Vorrei rappresentare questi due fatti stendendo un telo rosso scuro, che ricorda il sangue, la morte.

Questa realtà di sofferenza è posta al giudizio di Gesù. Perché? Perché c’era un modo di vedere le cose, un modo opprimente, e cercano in Gesù una risposta nuova. Ciò che la cultura religiosa insegnava era questo (togliere il telo rosso, porre un telo nero steso e rimettere sopra il telo rosso): il male, tutto il male, veniva perché “sotto” c’era un peccato, un grande peccato che suscitava l’ira divina e quindi il castigo. Davanti ad una sofferenza, improvvisa, ad una catastrofe, la credenza comune era, cioè, che le disgrazie punissero delle persone che – in qualche modo – avessero commesso degli orribili peccati. Allo stesso modo era letta la malattia o l’handicap: come un intervento di Dio che, dall’alto della sua giustizia, scatenava la sua ira divina e infliggeva il castigo.

Gesù dà voce al loro pensiero, a questa credenza:

Credete che fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?

Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?

La domanda di Gesù è provocante: sarà che esiste un peccato più grande che merita questo? Qual è questo peccato più grande? E’ l’interrogativo che stava nel cuore di tutti: Che colpa avevano? E’ la grande domanda che abbiamo tutti noi, che ha sempre l’uomo davanti a una tragedia che non comprende.

Ma, ancora più a fondo, questa credenza mostra un modo di vedere Dio. Come è visto Dio? Così (porre un telo bianco, che rappresenta Dio, che abbraccia il telo rosso). Ecco la risposta che si dava al male: viene da Dio. E quindi, la vera domanda che Gesù pone in realtà è su Dio: credete che questa sofferenza è voluta da Dio? Dio è veramente un Dio castigatore?

 

RISPECCHIAMENTO:

Allora guardiamo subito alla nostra vita: probabilmente tutti noi si sono fatti questa domanda, tutti noi siamo stati toccati da qualcosa che ci sembrava ingiusto. E tu, hai dato la responsabilità a Dio di un male che ti ha toccato? Quando hai posto a Dio questa domanda?


2.  Una risposta liberante

Davanti a questa domanda, Gesù risponde chiaramente: No.

No, io vi dico…

Gesù usa la stessa risposta davanti ai due fatti. E questo no è liberante.

Libera l’uomo (togliere il telo nero e metterlo a un lato). Non c’è peccato che faccia meritare la morte e la sofferenza. Quegli uccisi non avevano nessuna colpa più grande di quella di ogni altro uomo sulla terra.

Ma, d’altra parte, questo NO libera Dio (togliere il telo bianco e metterlo a un lato). Dio non è il Dio della morte, del giudizio e del castigo, e l’asse portante del rapporto tra uomo e Dio non è il peccato. L’esistenza non si svolge nell’aula di un tribunale, Dio non spreca la sua eternità in condanne o in vendette, perché Dio è amore (P.Ermes Ronchi).

Gesù risponde, così, a tutti coloro che, vivendo una condizione di malattia o sofferenza, si interrogano sulla propria responsabilità: questo non è un castigo divino.

E allora, da dove viene il dolore? Perché questo telo rosso? Gesù mette in gioco la libertà umana, ristabilisce le responsabilità: gran parte del dolore che viviamo ce lo siamo creato. La croce ce la danno gli altri o ce la diamo noi stessi con uno sguardo contorto e mondano della realtà (P. E. Ronchi). Togliendo la responsabilità del dolore a Dio, viene riconosciuta la responsabilità dell’uomo. La causa del crollo della torre di Siloe è in chi ha costruito quella torre sbagliando i calcoli, nell’impresa che ha usato materiali scadenti; quegli uomini nel tempio sono morti perché i romani volevano espandersi e lo facevano attraverso la violenza. Non esiste un intervento di Dio, diretto e puntuale, le cose, la realtà, vivono una loro autonomia e seguono le loro leggi, che possiamo conoscere.

La risposta di Gesù è liberante non solo perché libera Dio e l’uomo da un giogo, ma perché libera la libertà dell’uomo. E la sua responsabilità. E Dio, allora? L’abbiamo posto a un lato, perché non è che Dio scompare, che Dio non si interessa. Dio c’è, e guarda… Ma anche lui si ferma di fronte alla nostra  libertà.

Dio è limitato, quindi? No, ma ferma la sua mano e ci lascia liberi, perché vuole dei figli, non dei sudditi.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo adesso alla nostra vita. Vi invito ora ad immaginare questo sguardo di Dio su di te, su di te che soffri e non sai perché, su di te che piangi, che non comprendi, che senti tutto questo nella tua carne… Dio non vuole il male. Dio ti guarda e vuole sostenerti… ma non può intervenire, togliere il male, perché quel male, che stai sperimentando, è frutto della libertà degli uomini, è frutto della loro libertà usata male… Come ti senti davanti a questo sguardo?


3.  Il richiamo alla responsabilità dell’amore

Ma Gesù da completezza alla sua risposta:

ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

E qui cito P. Ermes Ronchi: “Gesù  conclude: noi discepoli siamo chiamati a leggere questi eventi disastrosi come un monito che la vita, non Dio, ci fa: sotto la torre crollata potremmo esserci noi. Il tempo è serenamente fugace, tragicamente breve, approfittiamo di questi giorni come giorni di salvezza e di conversione, non aspettiamo, non temporeggiamo. Gesù l’ha messo come comando che riassume tutto: amatevi, altrimenti vi distruggerete tutti. Il Vangelo è tutto qui. Amatevi, altrimenti perirete tutti, in vite impaurite e inutili.

Se l’uomo ha la responsabilità sulla vita, sulle cose, sul male, Gesù richiama anche a un’altra responsabilità: la responsabilità dell’amore. Solo se l’uomo si converte all’amore, non accadranno più guerre, omicidi, disastri… L’uomo ha la possibilità di costruire o di distruggere, di amare o di odiare, di usare violenza o far sperimentare la tenerezza. Questo dipende dall’uomo. E allora, vicino a questo telo rosso, pongo un telo verde, che rappresenta la persona, che rappresenta ciascuno di noi. Noi siamo responsabili della sofferenza e lo saremo finché non ci convertiremo. E allora mi piace sottolineare il termine conversione non tanto come ritorno a Dio, quanto come ritorno all’uomo, all’umanità. Siamo fatti per l’amore, ci realizziamo nell’amore, la famiglia umana cresce e si salva solo nell’amore…

 

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un altro rispecchiamento: dove devo convertirmi all’amore? Ossia, dove non sto amando, non sto costruendo, non sto offrendo tenerezza, e quindi genero sofferenza, distruzione, dolore?


4. La vera immagine di Dio

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Ma a Gesù preme non solo rispondere sulla causa del male, ma anche andare a fondo sull’immagine di Dio, sul volto di Dio. Perché non sia più visto come un Dio assassino, ma come è veramente, Dio amore. Ma anche per rispondere a un’altra domanda: “Se Dio è buono, perché non (mi) evita il male?”.

Ed ecco allora la parabola. C’è un Padrone (TELO SCURO, da porre vicino all’uomo e al telo rosso) che guarda l’Albero di fico sterile, che è questa situazione di violenza, di distruzione… Se Dio è questo padrone, allora è come ce lo presentava il Battista: pronto a tagliare l’albero improduttivo, con l’ascia alla radice per sradicare il fico che non porta frutto. Ma accanto a questo padrone che, giustamente, vuole togliere il fico, c’è un contadino, che gli propone di aspettare e se ne prende la responsabilità: sarà lui a zappettare e a concimare l’albero. Se non darà frutti, allora lo taglieranno. Chi è questo contadino? Ecco la vera immagine di Dio (mettere il telo di Dio più vicino all’uomo): non il padrone esigente, che pretende giustamente dei frutti, ma il contadino paziente e fiducioso: «Voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto».

Allora Dio non è là che se ne sta a guardare, mani in mano. Dio rispetta la nostra libertà ma, allo stesso tempo, ci zappetta intorno, come? Attraverso le prove della vita… (telo marrone attorno all’uomo). Così ci concima, e sappiamo che il concime è letame… ma sarà che è sempre e solo negativo? Ricordiamo l’esperienza del letame nella parabola del figlio prodigo… E Dio è paziente: Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest’albero è buono, darà frutto! E Dio CONTINUA A DIRE A CIASCUNO DI NOI: Tu sei buono, darai frutto!

 

RISPECCHIAMENTO:

E tu accogli, nella tua vita, questo lavorio di Dio su di te, che permette anche le prove, ma perché tu ne esca migliore, ne esca rafforzato nell’amore? Percepisci queste mani che ti stanno “lavorando”?


5. Il nostro cuore duro e impaziente

Ma abbiamo introdotto, nella nostra scena, un altro personaggio, con questo telo scuro. Chi è questo padrone che giudica, che vuole far giustizia subito, che pretende che tutto sia perfetto? Abbiamo detto che non è Dio… ma forse siamo proprio noi. Vi ricordate la parabola del grano e della zizzania, dove c’è il servo che vuole buttare via subito la zizzania, fare subito pulizia? E’ lo stesso atteggiamento. Questo telo scuro siamo noi, che abbiamo in noi la tendenza a giudicare sempre, ad accusare, a colpevolizzare, a voler eliminare il male a tutti i costi… La, nella parabola del grano e della zizzania, era il servo a proporre questo, qui è il padrone. Ancora una volta per sottolineare la nostra responsabilità: Siamo noi i “padroni”, responsabili delle nostre vite. Ma Dio ci invita ad accogliere, in noi, questa dinamica di luci e ombre, questa copresenza di male e bene, questa coscienza che il male c’è ed è radicato in noi… ma se permettiamo a Dio di aiutarci, di plasmarci, allora possiamo vincere il male con il bene…

RISPECCHIAMENTO:

E tu, sei capace di aspettare, di vivere la pazienza davanti all’esperienza del male?

 

Conclusione

Come sempre facciamo, ci poniamo, alla fine di questo incontro, davanti alla scultura che abbiamo creato. Il peccato (telo nero) è là, è rimasto nella scena ma è fuori di noi, come qualcosa che c’è ma non ci determina. La sofferenza inspiegabile c’è, accanto a noi, forse dentro di noi. E noi oggi possiamo essere in questo telo verde, che si prende la responsabilità sulla vita, sul mondo, sul bene e sul male, e cerca di migliorare, di convertirsi all’amore, lasciandosi aiutare dal “contadino” che è Dio… oppure in questo telo scuro, impaziente, giudice, dal cuore duro che si erge a padrone, a giudice e giustiziere…

RISPECCHIAMENTO:

Ed ecco allora il nostro ultimo rispecchiamento. Oggi dove scegli di stare?

 

 

Da P. Ermes Ronchi: Ecco chi è Dio: come un contadino, si prende cura di questo fico, di questo campo seminato, di questo piccolo orto che io sono, mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l’anno prossimo porterà frutto». Il Dio paziente, che sa aspettare. In questo forse c’è il miracolo della pietà divina: una piccola probabilità, uno stoppino fumigante sono sufficienti a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri. Convertirsi è credere a questo Dio contadino, simbolo di speranza e serietà, affaticato attorno alla zolla di terra del mio cuore.



Scarica iltesto della Meditazione: III DOM QUARESIMA C

Incomprensione (Lc 9,28-36) (II Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.  Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.  Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».  Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.  (Lc 9,28-36)



 

Introduzione

Nella seconda domenica di Quaresima la liturgia ci fa contemplare il mistero della Trasfigurazione. Oggi ascoltiamo questo brano con gli occhi e con il racconto di Luca, che ha caratteristiche proprie. Innanzitutto, il tempo: Luca inizia il racconto con una modifica cronologica rispetto agli altri sinottici: parla di 8 giorni dopo invece che 6. Come mai? Forse vuole alludere alla Domenica, l’ottavo giorno, visto che il tempo a partire da cui si riferisce è il giorno della rivelazione della sua Passione e morte… Per dire che, davanti a qualsiasi dolore, arriva sempre l’ottavo giorno che è il giorno della vittoria di Gesù sulla morte, della rivelazione piena della gloria…

Ma vediamo passo dopo passo questo evento.

 

1.     Sul monte a pregare

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.

Il luogo dove si svolge il racconto di oggi è il monte, e vorrei rappresentare qui il monte, con questo telo marrone. E mettiamo in cammino verso questo monte Gesù (telo rosso), Pietro (telo blu), Giovanni (telo azzurro) e Giacomo (telo verde).

Già notiamo alcune piccole differenze con gli altri evangelisti. Siamo abituati a nominare Pietro, Giacomo e Giovanni, ma qui l’ordine è diverso: Pietro, Giovanni e Giacomo. Nella comunità dove Luca scrive la persona di Giovanni è maggiormente conosciuta rispetto al fratello Giacomo, per questo è nominato in ordine diverso rispetto alla fonte originale.

Ma, al di là di questa piccola variazione, Luca aggiunge la motivazione dell’andare sul monte: pregare. Il monte, sappiamo, indica il luogo della presenza di Dio, del contatto con Dio; già di per sé è il luogo della preghiera. Ma Luca sottolinea che prima di ogni evento importante, Gesù si mette in preghiera.  Ma non lo fa da solo, porta altri con sé, perché ogni momento sia occasione di formazione per i suoi discepoli. Non chiama tutti, ma solo tre. I tre che vivono le esperienze più intense di Gesù. Altri, allora, rimangono giù, e li simbolizziamo con due teli viola e arancione.

RISPECCHIAMENTO:

Guardiamo allora questa scena così schematizzata, e possiamo chiederci: dove sono io, nella mia esperienza di seguire Gesù? Sono subito dietro di lui come Pietro, che anche se chiamato con tutti i suoi limiti manifesta sempre il desiderio di stare con lui, o come Giovanni, che riflette il suo amore per Gesù ed è ormai conosciuto dalla comunità, o Giacomo, chiamato a seguire Gesù nei momenti più particolari… o, ancora, sono uno degli altri, che non ha ancora sentito questa chiamata di prossimità a Gesù, e che percepisce che deve ancora crescere nella fede o forse è invidioso nei confronti degli altri tre… Tu dove ti trovi, in questo momento della tua vita?


 

2.     La preghiera che trasforma

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Allora poniamo Gesù, qui, sul monte, a pregare… Gesù prega, si mette in relazione, e qui vorrei mettere un telo bianco per rappresentare il Padre, in questa relazione. Gesù non è da solo, è in un rapporto, e qualcosa succede: il suo volto cambia. E rappresento questo cambiamento avvolgendo il telo rosso con un altro telo bianco

Luca, a differenza di Matteo e Marco, non dice si trasfigurò, ma sottolinea il volto… Questa sottolineatura richiama un testo dell’Esodo, quando Mosè entrava nella tenda per parlare faccia a faccia con il Signore, e usciva con il volto raggiante, tanto che gli altri non potevano guardarlo, ed egli era costretto a coprirsi il volto…

La causa è la stessa: il rapporto intimo e profondo con Dio. Questo stare faccia a faccia… Certo, le due esperienze sono totalmente differenti. Il volto di Mosè brillava come riflesso della Gloria di Dio, Gesù di luce propria, per la propria gloria…

RISPECCHIAMENTO:

Il tuo incontro con Dio, nella preghiera, ti trasforma? Ti fa raggiante? Tanto che gli altri si accorgono che sei cambiato, che Dio è con te, vicino a te, in te? Se questo non succede, sarà che il nostro incontro è veramente intimo e profondo con Lui?


 

3.     Incapaci di entrare nel mistero

Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 

La relazione piena con il Padre apre ad altre relazioni. Persone che possono sostenerlo, incoraggiarlo, nella sua adesione alla volontà del Padre. Poniamo allora qui due teli dorati, a rappresentare Mosè ed Elia. Luca ci dice ancora due dettagli, che non abbiamo negli altri evangelisti: l’argomento della conversazione (il suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme) e il sonno dei discepoli, che non è nominato dagli altri evangelisti, anzi, per gli altri tutti sembrano ben svegli e attenti…

Vorrei rappresentare il sonno dei discepoli ponendo un velo sopra di essi… Andiamo al di là della fisicità per cogliere il significato profondo di queste parole. Gesù con Mosè ed Elia conversava del suo mistero, del disegno di Dio sull’umanità, che prevedeva questo esodo a Gerusalemme con il suo triste epilogo. Era un mistero molto grande da portare, anche per Gesù stesso, come uomo, ma ricevette forza… i discepoli, però, non erano in grado di comprendere… il sonno indica l’incapacità, per loro, di cogliere un mistero tanto grande. Ma poi tutto sarà chiaro, dopo la Resurrezione anche questa esperienza sarà compresa in pienezza, come tutto il disegno di Dio.

Ma cosa colgono i tre, quando si svegliano, quando questo “velo” viene tolto (togliere il velo)? La gloria, e la presenza dei due uomini più importanti della storia di salvezza del loro popolo. In fondo in quel momento loro avevano bisogno di questo, di essere rafforzati nella fede, dopo le parole oscure di Gesù rispetto alla sua morte.

RISPECCHIAMENTO:

Cosa rappresenta questo velo per noi, quella cosa che ci tiene addormentati, incapaci di vedere con chiarezza?


 

4.     Rimanere per sempre nella gloria

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 

Pietro non comprende, e cerca una soluzione perché quel momento di gloria non finisca. E propone di costruire tre capanne, probabilmente perché quel clima gli ricordava il tripudio della Festa delle Capanne, quando si costruivano capanne per ricordare l’Esodo e l’attesa del messia trionfante. La sua percezione è completamente sballata: non aveva compreso nulla di quanto Gesù aveva predetto loro: egli non attendeva il tripudio e la gloria  ma la morte e il dolore. Quel momento di gioia aveva fatto completamente dimenticare le parole di Gesù, oppure forse non le voleva ricordare, così come ha preferito il sonno all’ascoltare sull’esodo in Gerusalemme di Gesù. Ma,

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 

Al sonno di prima, che abbiamo rappresentato con un velo che “separava” questi tre uomini dalla realtà, si contrappone ora una nube, che li avvolge. Il significato è opposto: il sonno evitava loro di comprendere, la nube invece rivela. Rivela la presenza di Dio, di fronte alla quale la reazione normale è il timore. E metto simbolicamente il telo con cui ho rappresentato il Padre ad avvolgere questi uomini. Fino a quel momento, in fondo, non avevano colto la Presenza del Sacro. Adesso, la colgono, e sentono la propria miseria e la propria piccolezza. E questa nube, invece di nascondere, rivela: il progetto del Padre. Questi è il mio figlio, l’eletto, ascoltatelo...

Anche qui una differenza. Per gli altri evangelisti Gesù è l’Amato. Per Luca è l’Eletto, in sintonia con tutto ciò che abbiamo detto finora: Gesù è il servo del Signore scelto per portare la salvezza all’umanità. E come accogliere e conoscere il vero progetto di Dio? Ascoltatelo. Pietro aveva quasi voluto dimenticare le sue parole… Il Padre invita ad ascoltarle. Ma non solo ascoltare le parole del Figlio, ma ascoltare il Figlio.  Che parla non solo con le parole, ma con la vita, consegnata al Padre per la salvezza del mondo.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua esperienza anche tu “selezioni” le parole di Gesù, accogliendo magari quelle più facili da vivere, e ignori le altre? Qual è la Parola di Gesù che oggi senti più difficile vivere?


Conclusione

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Come si conclude la storia? Gesù rimane solo. Rimane solo per affrontare quello di cui avevano parlato con Mosè ed Elia: il suo cammino verso Gerusalemme dove avrebbe affrontato la morte. E’ solo perché nessuno lo comprende, nemmeno quei discepoli che aveva scelto per accompagnarlo in questo momento. Solo perché nelle sue mani c’è un progetto che, per quanto difficile e pesante sia, nessun altro può aiutarlo a portare…

E i discepoli tacquero. Come si tace davanti a una persona che ha perso la persona più cara, come si tace davanti a chi sta vivendo una grande sofferenza. Che loro stessi non si sentono capaci di portare…

Non c’è bisogno per loro, come raccontano invece Marco e Matteo, che Gesù intimi di non parlare. Loro stessi tacciono, non hanno parole. Perché hanno compreso che non possono dire parole, ma solo ascoltare. E, nel silenzio, cominciano ad ascoltare quel Gesù che a poco a poco chiarirà il disegno di Dio per l’umanità. Lo ascolteranno dove? Non più sul monte (togliere il telo del monte) ma nella vita quotidiana…

E anche noi allora, a conclusione, facciamo un ultimo rispecchiamento.

RISPECCHIAMENTO

Quale segreto stai custodendo nella tua vita, stai tacendo perché forse incompreso o forse anche perché troppo pesante e non saresti in grado di comunicarlo, di condividerlo…? E, davanti a questo tuo “segreto”, riesci a trovare la forza nell’Ascolto della sua Parola, che avviene nel quotidiano?

 

SCARICA LA MEDITAZIONE: II DOM QUARESIMA C

 

Il pericolo del “fuori strada” (Lc 4,1-13) (I Dom Quaresima C)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».  Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.  (Lc 4,1-13)


Introduzione

Siamo nella prima domenica di Quaresima, dell’Anno C, quindi continueremo ad essere guidati, in questo tempo forte, dall’evangelista Luca che, sappiamo, tra le sue caratteristiche, annovera quella di approfondire il volto di Dio come misericordia. E questo volto risalterà sicuramente in questo tempo in cui siamo invitati a guardare alla benevolenza di Dio, alla sua misericordia e il suo amore per gli uomini attraverso il dono del Figlio.

Ma tutti gli anni la Quaresima inizia con questo brano, il brano delle Tentazioni. Quasi a metterci in guardia che quando s inizia un tempo di grazia, un tempo speciale, bisogna tenere gli occhi e il cuore bene aperti per non rischiare di perdere il tempo e di perdere la grazia, pensando che ci siano cose più importanti.

Entriamo quindi in questa storia così come Luca ce la presenta.

 

1. Dall’acqua al deserto

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

In quel tempo… di quale tempo si tratta? Un tempo veramente speciale. Gesù aveva appena vissuto il battesimo nel Giordano, accettando il progetto del Padre su di lui, che era quello di abbassarsi verso i peccatori, assumerli con la sua vita e salvarli. Per questo simbolicamente era sceso nelle acque ed era risalito, prefigurando questo scendere a cui era chiamato per risalire, portando tutti gli uomini alla salvezza.

L’ultimo versetto mostrava il compiacimento del Padre per questa scelta del Figlio: dal cielo aveva fatto sentire la sua voce. “Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”.

Con certezza queste parole avevano riempito di gioia Gesù. Perché quando qualcuno ci ama non si può non sentire la gioia. Inoltre, Gesù fu pieno di Spirito Santo, gioia, amore… E lo Spirito Santo comincia a condurlo, ma in luoghi impensati.

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto

C’era un fiume, una fonte di acqua, che rappresentiamo con un telo azzurro. Gesù si allontana da questa fonte e va nel deserto, che rappresentiamo con un telo marrone chiaro. Un grande contrasto. Di qua: acqua, vita, freschezza, pulito, purificazione… Di là: sabbia, deserto, morte, sporcizia… Dove manca l’acqua manca la vita. E pongo il telo di Gesù, rosso, qui, nel deserto.

Ma perché Gesù va nel deserto? Era guidato dallo Spirito. Vorrei aggiungere, allora, vicino a Gesù, avvolgendo Gesù, un telo bianco per indicare la Presenza dello Spirito in lui. Era pieno di Spirito Santo. Probabilmente nemmeno Gesù sapeva il significato del suo andare là; quello che sapeva, con certezza, era di dover andare là, perché lo Spirito glielo indicava come volontà di Dio. E non fu solo un andare e tornare, ma anche uno stare. Era guidato dallo Spirito, il tempo verbale indica l’azione continuata dello Spirito. Per quaranta giorni, quaranta lunghi giorni, lo Spirito lo guidò a stare là. Lontano dalla fonte d’acqua e immerso nel deserto.

RISPECCHIAMENTO:

Nella tua vita ti è accaduto che Dio ti guidasse in un’esperienza di buio, di “deserto”? Sentendo chiaro che era il Signore che ti chiedeva di affrontare e superare quel momento?



2. Guida e tentatore

Tentato dal diavolo

Ma accanto allo Spirito, si presenta un altro personaggio, la cui azione è anch’essa continua: il diavolo. A differenza di Matteo, che sottolinea che il diavolo si avvicinò a Gesù al termine dei 40 giorni, Lc sottolinea che il diavolo era là sempre, così come lo Spirito. Vorrei allora aggiungere, nel deserto, un telo nero, simbolo del diavolo che, costantemente, si relazionava con Gesù, così come lo Spirito Santo si relazionava con lui. La differenza? Lo Spirito Santo guidava, il diavolo tentava.

Mi piace poter relazionare questi due verbi, che sintetizzano l’azione di queste due presenze al fianco di Gesù, e mi piace relazionarle pensando alla metafora della strada (mettere un telo lungo a simbolizzare la strada davanti a Gesù). Lo Spirito guida, a percorrere una strada, la strada del bene, del progetto di Dio, della Sua volontà… il diavolo tenta per portare fuori strada, per farti sperimentare – provare altre cose mostrandole più allettanti… La tentazione è il deviare, è lasciare la strada della volontà di Dio. E questo fu per quaranta giorni, che simbolizzano i 40 anni di vita nel deserto del popolo ebraico, dove era condotto da Dio ma allo stesso tempo continuamente tentato, 40 anni ossia una generazione, una vita, tutta la vita…

RISPECCHIAMENTO:

Credo che questa immagine parli chiaramente anche alla nostra vita. Anche, noi, nel nostro quotidiano, sperimentiamo queste due presenze, e sappiamo che c’è una strada certa, quella della volontà di Dio. Come viviamo queste due “relazioni” che in fondo stanno sempre dentro di noi, lo Spirito che guida e il tentatore che cerca di farci deviare il cammino? Riconosco, nella mia vita, queste due “presenze”, e questa lotta che, anche io, sono invitato a sostenere?


 

3. Nutrito dall’amore

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Voglio allora rappresentare, fuori dalla strada, come tentazioni a uscire dal sentiero, le tre proposte che il diavolo fa.

Innanzitutto, pongo un telo grigio per rappresentare la pietra. Gesù, con certezza, dopo quaranta giorni, aveva fame. Molto probabilmente Gesù aveva fame anche prima, umanamente doveva sentire questa necessità. Ma sembra che questa necessità acquisti una coscienza nuova al termine dei 40 giorni. Ebbe fame, ossia la sua necessità assunse proporzioni enormi. Tanto da fargli cercare, attorno, una soluzione. Ma c’erano solo pietre… Spesso ho sentito che vivere nel deserto può portare ad allucinazioni, quando tu desideri l’acqua e ti sembra di vederla… ma è solo illusione. Sarà che la fame di Gesù gli ha fatto vedere pane al posto di pietra? Ciò che ci interessa sapere è che era tutto illusione. Ma se l’illusione, l’allucinazione per un uomo qualsiasi è semplicemente una malattia neurologica, per Gesù poteva avere un significato molto più profondo: lui poteva trasformare le illusioni in realtà. Con il suo potere.

Ecco allora la tentazione. Uscire dalla strada, che è la strada dell’incarnazione, del vivere come uomo, trasformando la realtà a proprio piacimento, quindi andando contro le leggi della vita e della natura. Lui poteva… ma ha scelto l’incarnazione. E risponde di no.

Anche Luca, come Matteo narra che Gesù risponde con la Parola del Deuteronomio 8,3 ma non la cita al completo (ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio). Perché? Perché in Deuteronomio, la Parola uscita dalla bocca di Dio era la manna, che aveva sfamato fisicamente i suoi nel deserto. Per Luca la Parola in pienezza è Gesù e la sua Rivelazione dell’Amore di Dio. Quasi a dire: non si vive solo di alimento fisico. Ma ci sono altri alimenti che fanno vivere l’uomo, ed è prima di tutto il sentirsi amato. Gesù ha vissuto quei 40 giorni nel deserto sostenuto da quella frase che il Padre gli aveva rivolto: Tu sei il mio figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto. Gesù era cosciente che l’alimento dell’Amore di Dio permette il miracolo della vita. E sappiamo quanto questo sia realtà anche nella vita. Ci sono persone che hanno tutto, ma che perdono la vita, si lasciano morire, o si tolgono la vita semplicemente perché non si sentono amati…

RISPECCHIAMENTO:

L’amore di Dio mi sta “alimentando”, ossia mi sta dando la forza per sostenere le prove dure della vita? Sto percependo chiaro questo amore per me?


 

4. Dall’alto al basso

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

La seconda tentazione, per Luca, accade in un istante. Per dire che si tratta di una rivelazione interiore, vissuta nell’intimo della sua persona. Infatti Luca non parla di un monte alto, come Matteo, ma in alto probabilmente intendendo qualcosa di estremamente profondo e intimo. La tentazione è quella del potere, della gloria, della ricchezza: tutto sarà tuo.  Ma in cambio, dopo aver visto dall’alto, il prostrarsi a terra (porre un telo marrone a rappresentare la terra, sempre fuori dalla strada). Un’esperienza paradossale: dall’estrema altura all’estrema bassezza. Quasi a dirci che il risultato di cercare il potere con le proprie mani ti porta all’estrema umiliazione… ed è facile vedere come metafora di questo la parabola del figlio prodigo: il figlio che ha cercato con le sue mani la gloria, la ricchezza, il potere, di fatto si è ritrovato a pascolare porci… La vita in Dio ha la legge completamente opposta: adora il tuo Dio, e egli ti innalzerà. Ma Dio lo ha innalzato, e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi…

Cambia completamente il punto di vista. Se l’obiettivo è la ricchezza, il potere, la gloria, prima o poi ti troverai prostrato, perché è questo ciò che vuole il maligno: ridurti alla piena umiliazione. Ma se il tuo obiettivo è Dio e la sua volontà, e umilmente ti consegni a Lui, ti lasci guidare da Lui, stai certo che la ricompensa sarà grande: sarà Lui che ti innalzerà, perché Dio è il Dio che innalza gli umili (cf. Magnificat).

RISPECCHIAMENTO:

E qual è il mio, il tuo punto di vista, il tuo criterio, il tuo obiettivo? E’ la ricchezza, la gloria… o la volontà di Dio?


5. Una fede che non chiede prove

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Luca pone come ultima tentazione quella che per Matteo, che sarebbe ritenuta la versione originale, è la seconda. Probabilmente una motivazione è l’importanza che, nel Vangelo di Luca, assume la città di Gerusalemme. E’ là che ci sarà l’attacco più grande del Tentatore, del Diavolo. Questa ultima tentazione prefigura il grande attacco che Gesù vivrà là.

La tentazione assume una valenza religiosa, riguarda il rapporto con Dio. Forse era chiedere una prova di quell’amore che Dio aveva manifestato solo 40 giorni prima, e che ha continuato a nutrirlo per 40 giorni nel deserto? E pongo un telo rosso, a indicare questo amore di Dio. La tentazione di Gesù di avere una prova dell’amore di Dio è in fondo la tentazione che ciascuno di noi vive nel momento della prova, nella difficoltà, quasi a voler provare che Dio continua ad esserci ed accompagnarci. Ma Gesù risponde con sicurezza: non metterai alla prova il Signore tuo Dio. Ossia, davanti a Dio non puoi pretendere prove, ma il rapporto con Dio è nutrito solo di Fede. La fede non si può provare, una cosa che si prova fa uscire dall’ottica della fede. E Gesù continua a credere che Dio lo custodisce e lo sorregge anche nel momento del deserto e della fame.

RISPECCHIAMENTO:

E tu hai chiesto qualche volta la prova dell’amore di Dio? Sei riuscito a vivere nel deserto mantenendo la fede che Dio era presente e ti custodiva e ti sorreggeva?

 

Conclusione

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

E con questo, il diavolo ha esaurito ogni tentazione. Perché? Non ce ne sarebbero altre? La tentazione, dicevamo all’inizio, era di uscire dalla strada della volontà di Dio, che era la strada dell’incarnazione, usando altri poteri… Il suo potere, per trasformare la pietra in pane, un potere esterno (del diavolo), per avere tutti i regni, il potere di Dio per dimostrare di poterlo comandare. Ma Gesù rinuncia ogni potere. E la sua vita sarà una rinuncia al potere. Che lo porterà a salire là, sulla Croce, dove il diavolo, ancora una volta, ricomparirà, riproponendogli di riacquistare il potere…

E allora, alla fine di questo percorso, vediamo un ultimo rispecchiamento:

RISPECCHIAMENTO

Quale di queste tentazioni maggiormente è presente nella mia strada? Avere io potere, approfittare del potere dell’altro o comandare il potere di Dio?



SCARICA IL TESTO: I DOM QUARESIMA C

Solennità di Cristo Re dell’Universo (XXXIV Dom. T.O. B)

Materiale per la PCE

MEDITAZIONE

Un regno differente (Gv 18,33-37) (Sol. Cristo Re B)

SCALETTA ANIMATORE

Un regno differente (Gv 18,33-37) – PCP Animatore

SCHEDA PARTECIPANTE

Un regno differente (Gv 18,33b-37) – PCP Partecipante

 

L’agire ispirato dall’amore (Lc 6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:  «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.  Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Lc 6,39-45


 

Introduzione

La Parola di oggi continua il discorso della pianura che abbiamo cominciato a leggere tre domeniche fa. La prima domenica, se ricordate, abbiamo schematizzato la scena del discorso, mettendo Gesú al centro con tutti i suoi discepoli davanti: poveri, affamati, afflitti… E abbiamo aggiunto anche, tra i discepoli, alcuni chiamati a cambiare atteggiamento perché “ricchi”, forse non materialmente ma troppo legati alle proprie sicurezze e chiusi alla condivisione fraterna.

La seconda domenica, lo stile del discorso assumeva un tono totalmente sapienziale, e abbiamo viaggiato dentro le parole di Gesù, attraverso le tre strofe del poema da lui pronunciato.

Oggi cambia stile. Non c’é più il tono sapienziale quanto il tono narrativo delle parabole, delle “storie” raccontate da Gesù che hanno l’obiettivo di rivelare qualcosa delle “storie” dei presenti. Il contenuto potremmo definirlo così: il modo di agire cristiano ispirato al comando dell’amore, e vorrei mettere qui, al centro, un telo rosso che indica questo comandamento che dovrebbe ispirare tutta la nostra vita cristiana: l’amore incondizionato, che non cerca la risposta dell’altro. A partire da questo centro, vediamo allora cosa ci dice Gesù.

 

 

(Le tre scene sono schematizzate intorno a questo centro)

1. Il cieco e la luce

Innanzitutto l’introduzione a questo testo. Si parla di due ciechi: può forse un cieco (telo scuro) condurre un altro cieco (altro telo scuro)? Non cadranno entrambi in una fossa? E rappresento la fossa um po’ più in là, con questo telo nero. Che, sappiamo, nel bibliodramma indica il male, il negativo…  Ma pongo, qui, accanto al telo nero, un telo giallo, per indicare la strada giusta, la strada da percorrere… E mi viene in mente la definizione di “peccato”, che significa “sbagliare centro”. Essere ciechi porta a sbagliare centro, a non prendere la direzione giusta, e quando manca la luce non si riesce a vedere, si rimane nella tenebra.

Ma chi è il cieco? Questo stesso testo, in Matteo, è rivolto a farisei, guide cieche che non vedono la luce che è Gesù e quindi fanno sbagliare strada ai discepoli. E per Luca? Luca non parla dei farisei, perché, abbiamo già detto, lui si rivolge a una comunità concreta fatta di cristiani che provenivano dal paganesimo, quindi nel suo vangelo “toglie” tutto ciò che è esplicitamente riferito al popolo giudaico. Chi è, allora, il  cieco? E’ colui che, nella comunità, si erge a maestro, che pensa di sapere la strada ma senza il riferimento fisso alla Luce, che è Gesù… il cieco è colui che pensa di condurre altri senza lasciarsi lui, per primo, condurre sulla  strada vera. Se perdiamo il riferimento, perdiamo la strada. E se siamo chiamati a guidare altri, cosa succede? Gesù parla chiaro: Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Se tu perdi la Luce, pensi di essere tu la Luce, ma in realtà sbagli centro, finisci nel fosso, tu e gli altri. Ma se invece sei ben preparato, ossia vivi e segui ciò che il Maestro ha insegnato, tu diventi come lui (porre un telo giallo che dal telo che rappresenta la luce arriva al cieco e lo avvolge…

RISPECCHIAMENTO:

Ecco allora un primo rispecchiamento per noi. Tu sei chiamato a guidare altri?  E non parliamo dei sacerdoti, ma anche un papà, una mamma di famiglia, è chiamata a guidare altri… Chi è questo cieco che tu stai guidando? E il tuo riferimento è la Luce, è Gesù, ti lasci illuminare da lui, o vai avanti per conto tuo pensando di sapere già tutto?



 

2. La pagliuzza e la trave

Il secondo protagonista della parabola di Gesù è un uomo che non è cieco (porre un telo chiaro) ma ha un grande problema: ha una trave davanti (porre un telo marrone scuro) che gli impedisce di vedere gli altri (porre un  altro telo davanti, rimanendo la trave come divisione). In questo caso questo potrebbe vedere, ma ha qualcosa che glielo impedisce…

Ma il problema più grande non è la trave, ma il fatto che lui non la vede! E quindi, non vedendola, non può toglierla…

E cosa fa la trave? Gli impedisce di vedere chiaro, di vedere l’altro così com’è, perché, anche lui, non riesce a ricevere quella luce che permette di vedere. Non solo di vedere fisicamente, ma di vedere con la luce di Dio. L’altro come fratello, come mistero, come perla preziosa, come creatura amata… Quando non si vede l’altro con la luce di Dio, ne cogliamo solo i difetti, per quanto piccoli e insignificanti siano…

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta guardiamo a noi stessi… non ci chiediamo cos’è la trave, perché forse anche noi nemmeno la vediamo… ma cominciamo con il chiederci: chi è che sto guardando, oggi, in negativo? Chi è quella persona di cui sottolineo sempre e solo i difetti? Se per caso nella mia vita, oggi, sto facendo così… allora è il caso di chiedermi: qual è la trave che mi fa vedere così Qual è il suo nome? Ciascuno può dare la risposta, nel segreto del suo cuore.

 

3. Il cuore e la parola

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda»

La terza parabola di Gesù mette al centro l’albero, che è pienamente trasparente: un albero non può dare un frutto diverso da quello che è. Il frutto mostra e identifica l’albero. Ma in realtà l’albero è solo una metafora per indicare, ancora una volta, l’uomo. Gesù distingue due tipi di persone: la persona buona e la persona cattiva (porre due teli dello stesso colore). Ma come fare a distinguerli? Non c’è nessuna differenza, al vederli, non c’è nessun frutto da vedere, fisicamente… Qual è il frutto che fa la distinzione, che mostra di chi si tratta? Il frutto, dice Gesù, è la parola… C’è una parola che costruisce, edifica, consola, accoglie… (porre un telo chiaro intorno a uno dei due) e la parola che distrugge, ferisce, calunnia, denigra, abbatte… (porre un telo scuro intorno all’altro).

RISPECCHIAMENTO:

Ancora una volta pensiamo a noi stessi, alla nostra vita… Quale “clima” creiamo intorno a noi,  con le nostre parole? Di accoglienza, di amicizia, o di rifiuto e di giudizio?



Conclusione

Il brano di oggi ci pone davanti queste tre scene, che, dicevamo all’inizio, ci mostrano il modo di agire cristiano ispirato al comandamento dell’amore universale, che abbiamo simbolizzato qui, al centro…

Perché se tu ami veramente l’altro… cerchi per lui il meglio, e ti lasci ispirare dalla luce di Dio… (prima scena)

… se ami veramente l’altro, non guardi di lui solo i difetti, ma sei capace di guardarlo con gli occhi di Dio… (seconda scena)

… Se ami veramente l’altro, lo circondi di accoglienza e di benevolenza, di “bene” “dizione” ossia dici bene di lui, non lo calunni o denigri…

E qui un ultimo rispecchiamento:

In quale di queste tre situazioni devo crescere di più?

 

SCARICA LA MEDITAZIONE:  VIII Domenica del T.O. C

Un amore senza limiti (Lc 6,27-38) (VII Dom T.O. C)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».



Introduzione

Il Vangelo che ci viene proposto oggi è la continuazione di quanto letto la volta scorsa. Il contesto quindi è lo stesso: siamo in pianura, Gesù parla ai Dodici, ai discepoli e alla moltitudine che è accorsa, avendo sete di Parola e di guarigione. Poniamo allora nel nostro centro di nuovo il telo verde, per rappresentare il luogo da cui Gesù parla, e il telo rosso di Gesù che oggi, in particolare, dona parole, parole sapienziali, parole di vita.

«A voi che ascoltate, io dico…»

Gesù proclama un poema sapienziale. Entreremo, allora, nelle parole e nel significato di questo poema, che è suddiviso in tre parti, che voglio, oggi, rappresentare con tre teli (porli uno accanto all’altro, davanti a Gesù):

  1. Rosso: Gesù proclama il comandamento dell’amore universale
  2. Giallo: Gesù dà le motivazioni per vivere questo comandamento
  3. Azzurro: la misericordia, che è il nome di questo amore, è la stessa che Dio offre a noi e che noi siamo chiamati ad imitare.

Cominciamo allora ad approfondire le strofe di questo poema.



1. Amare i nemici in concreto

amate i vostri nemici,

Al centro, e viene nominato da subito, sta l’amore ai nemici, cioè a coloro che odiano, maledicono, calunniano i credenti. E Lc, ponendo queste parole in bocca a Gesù, non lo fa riferendosi solo a coloro che osteggiano la comunità cristiana, da fuori. Ma è cosciente che i nemici sono anche dentro casa, sono là dove c’è fraintendimento, calunnia, invidia ecc. anche tra gli stessi cristiani. Cose che certamente accadevano, come in ogni comunità. Poniamo allora qui, al centro del telo rosso, questo telo scuro, per rappresentare il nemico, il nemico di chi ascolta quindi anche il mio nemico. Perché sarà che anche noi abbiamo dei nemici, fuori o dentro casa?

amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.

L’amore ai nemici viene “concretizzato” attraverso 4 verbi all’imperativo (porre 4 teli chiari attorno al telo scuro, per rappresentare questi imperativi).

  • amate
  • fate del bene
  • benedite
  • pregate

Gesù non dice solo di accettare il male del nemico, ma di rispondere al male con il bene (mentre si spiegano i 4 verbi, legare il telo corrispondente al telo scuro centrale, a poco a poco coprendolo)

Amare: risposta concreta agli atti di inimicizia

Fare del bene: risposta concreta agli atti di odio

Benedite:  risposta concreta alla maledizione

Pregate: risposta concreta alla calunnia

Gesù non vuole cristiani che sopportano, ma vuole credenti che trasformino il male in bene.

 

RISPECCHIAMENTO:

Queste parole interpellano concretamente la nostra vita. Chi è oggi il tuo nemico? Dai un volto concreto a questo telo scuro… Come stai trasformando, oggi, il “male” che senti di ricevere da lui in bene?



2. La regola d’oro

Per far comprendere questo amore concreto, a questi imperativi Gesù aggiunge quattro esempi:

A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra;

a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.

Da’ a chiunque ti chiede,

e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

Il suo linguaggio è paradossale, per cui non va inteso in senso normativo. Il suo obiettivo è indicare l’atteggiamento del discepolo, che deve essere disposto ad amare sempre, anche coloro che gli fanno del male. Questa parte viene poi conclusa dalla regola d’oro:

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

Notiamo, ancora una volta, che al centro c’è il fare. L’amore è concreto. Non basta accettare il male, ma dobbiamo fare il bene.

 

RISPECCHIAMENTO:

Qual è il bene che tu desideri per te, che stai facendo ora agli altri?



3. Passare dalla filantropia all’agape

Andiamo allora alla seconda strofa, che abbiamo rappresentato con il telo giallo, per dire che Gesù motiva il modo di agire che sta chiedendo. E lo fa con tre esempi.

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano.

E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso.

E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

Sono tre proposizioni al condizionale, che mostrano l’amore differente che deve contraddistinguere il credente. Gesù mostra che chi vuole seguirlo, essere credente, deve passare da un amore di filantropia  (porre un telo rosa  sul telo giallo)  ad un amore di agape (porre un telo rosso vivo sul telo rosa). Che differenza tra il primo e il secondo? Il primo è l’amore ricambiato, che cerca la risposta. L’amore di amicizia, l’amore della coppia, amore che dà e riceve, riceve e dà. Il cristiano però non può basarsi solo su questo amore, sarebbe troppo poco. Il cristiano si distingue dagli altri perché ama senza aspettare il contraccambio. Questa è la grande differenza. Il cristiano vuole il bene dell’altro, punto e basta. E’ l’altro e il suo bene il criterio di ogni sua scelta.



4. Figli di Dio che agiscono come Lui

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Ecco la sintesi. E la motivazione che da senso a questo e a tutto ciò che è stato detto prima: la ricompensa diversa, perché non sarà data dagli uomini ma da Dio stesso. Qual è questa ricompensa così grande, per la quale posso fare tutto quello che Gesù ha proposto prima? La figliolanza… perché il nostro agire è come il Suo: benevolo verso tutti.

Gesù propone ai discepoli la pratica di un amore gratuito e creativo, che esprime l’essenza del vangelo: che è mostrare il volto di Dio. Il cristiano che ama manifesta e irradia nel mondo la bontà e la misericordia di Dio. E questo amore rende possibile che altri entrino nella stessa onda, e il volto di Dio si diffonde nell’umanità, attraverso uomini e donne che sanno amare come lui. Allora a questo telo rosso, aggiungo un telo azzurro simile a quello con cui abbiamo indicato la terza strofa di questo poema di Gesù. Perché amare così è proprio di Dio, è Dio che ama dentro di noi, e sappiamo che questo amore è possibile perché il cristiano ha una forza in più, che è lo Spirito Santo in Lui, che permette questo amore completamente gratuito.

RISPECCHIAMENTO:

Riconosciamo allora in noi questa figliolanza? Riconosciamo in noi questo amore capace di mostrare Dio agli altri?



5. Esempi concreti per imitare Dio

E passiamo, allora, alla terza strofa, di colore azzurro perché, dicevamo, è la strofa che ci invita ad imitare Dio:

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

Simbolicamente, prendo questo telo azzurro che rappresenta la terza strofa e lo trasformo in personaggio, un personaggio che potrei essere io, o tu, ossia il credente, che veste il manto di Dio, che lo mostra, che lo comunica a chi incontra…

Gesù ci dona alcuni esempi di come imitare Dio:

Non giudicate e non sarete giudicati;

non condannate e non sarete condannati;

perdonate e sarete perdonati.

Date e vi sarà dato

Il passivo indica il datore di tutto questo: Dio stesso. Se noi viviamo queste cose, riceveremo in cambio, ma non dagli altri, perché il cristiano non attende risposta dagli altri, ma da Dio stesso.

Il giudicare e il condannare è l’atteggiamento tipico degli uomini: quello di confrontarsi, di misurarsi l’uno con l’altro… Gesù invita a spogliarsi di questi atteggiamenti, e ad assumere l’atteggiamento positivo che invece contraddistingue Dio: il perdono e il dono. E la ricompensa, per questo, sarà grande:

una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Come Dio ci ricompenserà? Con sovrabbondanza. Ma per ricevere da Lui dobbiamo dare ai fratelli. Dobbiamo vivere concretamente quest’abito che Dio ci dà. Imitando Dio.

 

RISPECCHIAMENTO:

Oggi sto agendo come Dio? Lo sto imitando?

Cosa sto donando, di mio, ai fratelli, oggi?

Cosa sto ricevendo da Dio oggi? Quale misura?



Conclusione

Abbiamo fatto un viaggio in questo poema che Gesù ha pronunciato, in pianura, a chi era venuto da lui assetato di Parola e di cura. Ancora una volta, davanti a questa scultura che abbiamo creato, ci chiediamo: oggi, per la mia vita, per il mio concreto vivere cristiano, da credente… di cosa ho più bisogno? Dove devo imparare e crescere?

 



Faccia a faccia con Gesù (Lc 6,17.20-26) (VI Dom T.O. C)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. 

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».



Introduzione

La liturgia ci fa fare un salto nella lettura del Vangelo di Lc. Infatti, dopo il racconto della pesca miracolosa del capitolo 5, Lc narra vari altri fatti (cura di un lebbroso, cura di un paralitico, chiamata di Levi, controversia sul digiuno, le spighe strappate di sabato, guarigione della mano arida, Istituzione dei Dodici)… In realtà tutti questi testi, pur avendo caratteristiche proprie dello stile di Luca, non si discostano molto dal racconto che ne fa Marco, che abbiamo letto l’anno scorso. La liturgia allora ci fa gustare alcuni testi che sono “tipici” del Vangelo di Lc. Come lo erano anche i testi visti nelle domeniche scorse, cioè il fatto di Gesù nella sinagoga di Nazareth o la pesca miracolosa.

E dopo l’istituzione dei Dodici, Luca oggi racconta che Gesù con loro si fermò in un luogo pianeggiante, e c’era una grande folla dei suoi discepoli, una grande moltitudine del popolo da tutta la Giudea e da Gerusalemme, e dal litorale di Tiro e Sidone, come abbiamo letto, ma anche qui sono omessi versetti che vorrei richiamare, che dicono che tutte queste persone erano lì per ascoltarlo e per essere guariti dalle loro malattie. E Gesù guarisce.

Ecco allora il contesto di oggi. Siamo in un luogo pianeggiante, che vorrei rappresentare stendendo questo telo verde, anche se, dal racconto di Marco, sappiamo che siamo sulle sponde del mar di Galilea. Poniamo Gesù (telo rosso) al centro di questa pianura, poniamo accanto a lui un telo azzurro chiaro, per rappresentare uno dei Dodici, appena chiamato da Gesù; poniamo, attorno a Gesù, alcuni discepoli, rappresentandoli con questi teli verde e blu, e infine identifichiamo la moltitudine di gente con questi teli marrone, arancione e viola. Tutte persone, ripeto, venute con due desideri: ascoltare la Parola ed essere guariti.

Questo è il contesto del brano di oggi e dei brani che leggeremo nelle prossime domeniche, fino alla quaresima.

 


1. Nella pianura, al livello dei “piccoli”

Quello che viene proposto, oggi e nelle prossime domeniche, è un discorso: si tratta del discorso della pianura, che corrisponde più o meno al discorso della Montagna in Matteo.

Ci domandiamo subito, allora: perché Matteo racconta che Gesù è sulla montagna, e Luca (e Marco, nello stesso contesto) in pianura? La differenza sta nella prospettiva diversa degli evangelisti. Il fatto originale, probabilmente, accadde in pianura, presso il lago di Genesaret. Matteo fa salire Gesù sul monte perché vuol trasmettere l’idea che Gesù è il nuovo Mosè, che dà la nuova legge dal monte così come aveva fatto lo stesso Mosè. Per Luca non è questo il centro, anzi, per lui è importante sottolineare questo ambiente che si crea. Gesù si rivolge a un popolo fatto di persone semplici, umili, assetate della sua Parola e necessitati di tante cose materiali, affidate così alla provvidenza di Dio. E si pone a parlare loro non dall’alto ma allo stesso livello. Anzi, è lui che “alza gli occhi” verso di loro, come se stesse parlando dal basso. Faccia a faccia, cuore a cuore.

A Lc, in poche parole, non interessa sottolineare la figura di un Gesù maestro quanto la figura di un Gesù che accoglie la gente, soprattutto i poveri: questo è un obiettivo di tutto il suo vangelo. E quando Gesù alza gli occhi verso i suoi discepoli, concretamente ha davanti i poveri, gli afflitti, gli affamati di cui parlerà nelle Beatitudini.

 

RISPECCHIAMENTO:

Aiutati da questa schematizzazione, vogliamo subito farci aiutare per rispecchiare la nostra vita. Lc e Mt hanno scritto il loro Vangelo, mostrando un volto particolare di Gesù. E tu, quale volto particolare di Gesù stai comunicando al mondo?



2. Beati voi: poveri, affamati, piangenti…

Gesù allora inizia il suo discorso. Un discorso importante. Ma non inizia facendo lezioni di morale. Inizia con una parola magica: Beati. E lo fa rivolgendosi a tre categorie diverse che in realtà formano un’unica categoria, quella dei suoi discepoli. Poveri, affamati, afflitti. Non spiritualmente, come sottolinea Matteo, ma concretamente. E sono beati ora perché, nella loro indigenza, sono là, ad ascoltare le parole del loro Salvatore (cf. annuncio dell’angelo alla nascita di Gesù), di colui che è venuto a fasciare le piaghe dei cuori spezzati… (cf. la sua autorivelazione nella sinagoga di Nazareth…). Ed egli, a differenza di Mt, non usa la terza persona, come per comunicare un discorso di detti sapienziali, ma usa la seconda persona: voi, voi che state qui adesso, con me… voi siete beati! Abbiamo rappresentato questi con i colori verde e blu, colori della speranza e dell’incontro con il divino.

 

RISPECCHIAMENTO:

Gesù guarda anche a noi, oggi, suoi discepoli, e ci rivolge le stesse parole: beati…voi… Può darsi che anche tu ti riconosca in questa folla di discepoli non ricchi e superdotati, ma poveri, realmente poveri. Gesù ti guarda e ti benedice, ti offre la felicità piena. Ma può darsi anche che tu, oggi, non ti senta là, perché ti senti ricco, senti che hai tutto, che la vita ti sorride… Ma ne sei certo? C’è una povertà, oggi, nella tua vita? Qual è?

 


2. Beati voi perseguitati

Dopo le prime tre beatitudini, uguali alle prime tre di Matteo, Lc si scosta e non nomina le successive, probabilmente non presenti nel testo originale da cui entrambi attingono. Ma riprende, come quarta beatitudine, l’ultima di Matteo, quella dei cristiani perseguitati. Lc si rivolge a una comunità che era concretamente perseguitata, emarginata per il fatto di seguire gli insegnamenti di Gesù. Lc adatta l’insegnamento di Gesù alla situazione della comunità cristiana del suo tempo, osteggiata “a causa del Figlio dell’uomo”.

 

RISPECCHIAMENTO:

La narrazione di Luca ci aiuta ad revisionare il nostro essere catechisti, insegnanti, educatori, evangelizzatori… Lc insegna, ma adatta l’insegnamento a chi ha davanti. Così pure Matteo, abbiamo visto. Sarà che noi sappiamo fare lo stesso con le persone che accompagniamo, non dando solo la “dottrina” pura ma adattandola alla situazione di chi abbiamo davanti?

 

3. Guai a voi…

Lc, a differenza di Mt, pone in bocca a Gesù altrettanti “guai”: sono riferiti alle categorie opposte a quelle di prima: ai ricchi (opposti ai poveri), a quelli che sono sazi (opposti agli affamati), a quelli che ridono (opposti a quelli che piangono), e a quelli che sono lusingati (opposti ai perseguitati). Ma parla sempre al voi: sarà che, tra i suoi discepoli, c’erano anche queste categorie di persone? Forse si. Allora poniamo, in mezzo agli altri, questi due teli dorato e argento. Qualcuno forse non straricco, ma non bisogna necessariamente avere tante cose per essere ricchi. Forse non ricco ma che pone la sua sicurezza in se stesso e nei propri beni. Forse non pieno di cibo, ma incapace di condividere il suo con gli altri. Forse non senza problemi, ma incapace di piangere per i problemi e le sofferenze degli altri…

Questi guai servono per rafforzare quanto detto prima. Ma servono anche per noi, per aiutarci a non considerare di aver raggiunto la felicità nello stare bene, tranquilli e senza problemi. Tutto finisce, dice Gesù. Così come finirà l’afflizione per i poveri, finirà anche la gioia per i ricchi. Quasi a redarguirci a valutare bene le cose in cui poniamo le nostre sicurezze… perché, povero o ricco, l’atteggiamento più vero è quello dell’abbandono, che è un atteggiamento che traspare in tutto il Vangelo di Luca, ben descritto al capitolo 12, dove parlerà dell’abbandono alla provvidenza. Abbandono, fiducia in Dio visto come unica certezza e sicurezza. Tutto il resto passerà. Positivo o negativo che sia.

 

RISPECCHIAMENTO:

Qual è il mio reale atteggiamento verso la vita, le sue sfide e le sue gioie?

 


Conclusione

Abbiamo guardato a questa scena. A questa folla che viene per ascoltare e per guarire, Gesù ha comunicato qualcosa.

E vorrei, alla fine di questo commento, fare un ultimo rispecchiamento. Può darsi che anche noi, che siamo venuti qui, oggi, a questo incontro, lo abbiamo fatto perché assetati della Sua Parola o perché abbiamo bisogno di essere guariti. La Parola che Gesù ci ha comunicato oggi ha saziato il tuo cuore? Ti ha portato la sua pace?

 


Gesù Parola di Vita (Lc 5,1-11) (V Dom T.O. C)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.



Introduzione

Luca descrive il racconto della chiamata dei primi discepoli in modo totalmente differente dagli altri sinottici, ponendo particolare accento sulla chiamata di Pietro, con l’obiettivo chiaro di sottolinearne il primato. La rilettura di Luca di questo fatto, quindi, presenta una impronta fortemente ecclesiologica, indirizzata cioè alla comunità. Mentre Mc racconta succintamente l’incontro tra Gesù e i quattro fratelli, Pietro e Andrea prima, Giacomo e Giovanni poi, con la chiamata ad essere “pescatori di uomini”, Luca situa il fatto in un contesto differente, simile invece a quanto relazionato da Giovanni al cap. 21, nell’apparizione del Signore sul lago di Tiberiade. Luca ha premesso alcune attività di Gesù, mentre Mc pone la chiamata all’inizio, per fare i discepoli testimoni dei fatti e avvenimenti che compie.

Se da un lato Lc dà una impronta ecclesiologica, dall’altro è fortemente cristologica: al centro c’è Gesù, o meglio, la Parola di Gesù. Una Parola che tutti vogliono ascoltare, una Parola che agisce e una Parola che conferisce una missione.

Poniamo allora, nel nostro centro, un telo bianco, che rappresenta per noi oggi Gesù, un Gesù che mostra il suo potere, che rivela la presenza divina in lui, e vicino a lui la Bibbia, simbolo della sua Parola che oggi ha una centralità particolare.



1. Parola che insegna…

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

La prima caratteristica di questa Parola di Gesù è che è una parola che insegna, e quindi dà luce, apre gli occhi e il cuore. Vorrei rappresentare questa caratteristica ponendo, partendo dalla Parola/Gesù, un TELO GIALLO, simbolo della luce della Parola.

Gesù viene mostrato come il maestro che insegna. Insegna a chi?

C’è una folla che la cerca, che la vuole ascoltare (porre alcuni teli colorati dall’altro lato del telo giallo). Per poter raggiungere questa folla, Gesù sale sulla Barca di Simone, che rappresentiamo con questo telo marrone. Gesù si siede: è il maestro che insegna (mettere il telo di Gesù “seduto”  su una sedia).

Il marrone, che richiama il colore del legno della barca, richiama anche la povertà, la fragilità della Chiesa, la sua parte più umana. Nei vangeli spesso viene presentata la barca di Pietro come luogo da cui Gesù insegna. Ha un significato anche teologico ecclesiale: La barca di Pietro è simbolo della Chiesa. Gesù insegna ancora oggi nella Chiesa attraverso i suoi ministri. Nella sua fragilità, la barca non va alla deriva se dentro c’è Gesù. Alla folla che oggi sta attendendo la Parola di Dio, la chiesa la può donare solo rimanendo legata al maestro che è Gesù, l’unico Maestro. La chiesa che non rimane legata alla Parola non può donare vita e luce.

RISPECCHIAMENTO:

Davanti a questa chiarezza, possiamo interrogarci sulla nostra vita, sul nostro essere “chiesa”. Forse qualcuno tra noi ha qualche servizio di annuncio della Parola, diretto, come catechista, o comunque svolge una funzione di leader, la cui parola conta nel gruppo. O, anche senza aver una responsabilità diretta, comunque usa la parola per comunicare… La Parola che tu doni nasce dal rapporto con Gesù, germoglia dentro la “barca” con lui, o ne è separata?



2. Parola che opera meraviglie…

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

 

A una Parola proclamata, a una folla assetata, Gesù offre subito un pane più forte: vuole confermare quella Parola con l’Azione, per dire, per comunicare, che quella Parola veramente è venuta a trasformare dal di dentro la vita e il mondo.

Poniamo allora, a partire sempre dalla Parola/Gesù, un TELO AZZURRO, simbolo della divinità di Gesù che si manifesta nel potere della Parola. Parola che è DABAR, Parola che compie ciò che fa.

E’ una Parola che a volte chiede qualcosa di assurdo (“abbiamo faticato tutta la notte…”, e un pescatore sa che la notte è il momento ideale per pescare... Ma Pietro mostra l’atteggiamento che il discepolo deve avere nei confronti della Parola. “Gettate le reti per la pesca” e lui subito va, lo fa.

Poniamo allora, con questo telo grigio, le reti. Gesù indica l’atteggiamento per gettarle: devi prendere il largo, cioè allontanarti dalle sicurezze, da quello che hai di più stabile (porre le reti un po’ più distanti). Per i pescatori il mare era già conosciuto, ma la scelta di andare, nonostante la loro conoscenza del mare, è un affidamento totale alla Parola di Gesù. Gesù chiede di abbandonarsi totalmente a lui.

E le reti si riempiono di pesci (stendere le reti)… I padri della chiesa hanno riconosciuto in questa reti il simbolo della Chiesa e della sua fecondità, reti piene ma non si rompono. Ma c’è bisogno anche di altri collaboratori: non basta solo quella di Pietro, ma anche le altre barche. Quasi a dirci che Pietro da solo non basta, non ce la fa, ma dobbiamo tutti mettere a disposizione le “nostre” barche (forse piccole, malandate) per aiutare Pietro. Molti leggono questo brano anche in chiave ecumenica: la chiesa e le altre chiese che seguono Gesù collaborano insieme per “salvare” l’uomo.

RISPECCHIAMENTO:

Davanti a questa Parola che agisce, pur se l’azione è di Dio, viene chiesto l’aiuto umano: abbandono, lasciare le sicurezze, disponibilità… Tu in che modo stai collaborando con l’azione della Parola? Dio può contare su di te per agire nella sua umanità, oggi?



3. Parola che chiama e affida una missione…

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Infine, la PAROLA chiama e affida una missione: Sarai pescatore di uomini. E lo seguono. Poniamo allora, sempre come frutto della Parola, o suo effetto, questo TELO VERDE, simbolo della speranza, del futuro nuovo che si apre per quei pescatori ma non solo, attraverso il loro si anche per noi.

Le reti, di quella piccola e fragile barca, si riempiono. Simone, davanti a questa potenza e mistero, ha paura: allontanati da me, perché sono un peccatore. E Gesù risponde meravigliosamente: aiuta Simone a spostarsi su di un piano totalmente differente. A Gesù non interessa i peccati di Pietro, né il suo passato, perché le sue parole si riferiscono solo al futuro, un futuro che nasce dalla sue stesse parole: Non temere. Tu sarai pescatore…

Allora, se per insegnare Gesù ha avuto bisogno di una barca (telo marrone), se per agire ha usato le reti (telo grigio), per mostrare e far vivere la chiamata ha bisogno di uomini. Del si di uomini. Poniamo allora, vicino a questo telo VERDE, quattro teli che rappresentano i primi quattro discepoli, ma in cui ci troviamo anche tutti noi.

Sono quattro pescatori, che sono invitati a vivere un’avventura più grande di loro: pescare uomini, ossia lavorare per la vita. Pescare produce la morte dei pesci ma, riferito agli uomini, non è così: pescare significa «catturare vivi», ed è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita (Gs 2,13; 6,25. 2 Sam 8,2). Nella battaglia per la vita l’uomo sarà salvato, protetto dall’abisso dove rischia di cadere, portato alla luce.

«Sarai pescatore di uomini»: allora la missione è donerai vita. Pietro è chiamato a raccogliere gli uomini da quel fondo dove pensano di vivere ma in realtà non vivono; è chiamato a mostrare che sono fatti per un altro ambiente, un altro mare, un’altra vita…

Lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Ma già il cammino è segnato, in due direzioni: verso Lui e verso gli altri. Una duplice direzione che comprende e coinvolge la vita di ogni cristiano.

RISPECCHIAMENTO

Gesù oggi vuole dire anche a me, anche se mi sento peccatore, o fragile, o povero, come Pietro: Vuoi seguirmi? C’è una missione per te. Che è la stessa di Pietro, che è una missione universale, della chiesa tutta: salvare gli altri dall’abisso della morte, del non senso, per portarli a vivere meglio, salvare l’uomo dalla tristezza in cui è immerso per fargli conoscere una luce nuova, una gioia nuova… Tu cosa rispondi?



Conclusione

Vorrei concludere, lasciandomi ispirare da P. Ermes Ronchi, con tre parole chiave, che mi piace collegare ai tre momenti vissuti… che mostrano la delicatezza e la sapienza con le quali il Signore Gesù si rivolge a Simone, e in lui a tutti (porre le tre parole dentro la scultura, nei tre diversi punti creati):

  1. DELICATEZZA. LO PREGO’ DI SCOSTARSI: quella barca, pur essendo fragile, non viene posseduta da Gesù. Lui ne entra come ospite, a piedi scalzi, chiedendo il favore di poterla usare… Gesù non si impone mai, non forza, non ti supera con i suoi superpoteri…
  2. CORAGGIO. NON TEMERE: davanti alla divinità che si manifesta con potere, Gesù ti tranquillizza. E’ normale che senti il timore, come Maria davanti all’angelo… ma Dio non è un Dio autorità che fa quello che vuole… non avere paura di Lui…
  3. FUTURO. TU SARAI: E’ il verbo della chiamata. Un futuro già deciso ma tutto da costruire, insieme te e lui. Un futuro di vita, per te e per altri. Il futuro è pieno di attesa e potenzialità che neppure il tuo più grande peccato potrà distruggere…

RISPECCHIAMENTO

Di quale di queste tre Parole hai bisogno, oggi, in questo momento della tua vita?